Nel 2018 sono stati prodotti in Italia 30,2 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), che rispetto a quello dell’anno precedente ha registrato un incremento pari a 590mila tonnellate. Il 22% dei rifiuti urbani sono stati depositati nelle discariche, mentre il 18% è stato smaltito negli inceneritori; in entrambi i casi si tratta di una pratica dannosa per l’ambiente poiché nella prima fattispecie si potrebbero inquinare il suolo, l’acqua e l’aria, mentre nella seconda si introdurrebbero degli agenti inquinanti nell’atmosfera.

    Fatto sta che l’Italia avrebbe dovuto raggiungere quota 65% di raccolta differenziata nel 2012 e a distanza di sei anni, gli ultimi dati forniti corrispondono all’anno 2018, questo valore tocca il 58%. La distanza, considerando anche gli anni di ritardo, non appare soddisfacente. Scendendo nel dettaglio del rapporto, come evidenzia Openpolis, ci sono dei grandi squilibri a livello regionale. Se a nord si registra una percentuale maggiore di raccolta differenziata, a volte anche superiore al 65% (Veneto, 73,8%), al sud le cose cambiano con tassi addirittura sotto il 30% (Sicilia, 29,5%). Gli sbilanciamenti non mancano neanche dentro le regioni stesse, ovvero tra le provincie: Benevento raggiunge il 70,6% a dispetto dell’intera regione Campania che si ferma al 52,7%; mentre, nel caso opposto, Pavia si attesta al 51,5% rispetto al 70,7% della Lombardia. Invece, dove si registra la percentuale più bassa di raccolta differenziata è nella provincia di Palermo, con solo il 19,9%; mentre in quella di Treviso si raggiunge la quota più alta, l’87,3%.

    https://www.openpolis.it/litalia-e-ancora-lontana-dallobiettivo-sulla-raccolta-differenziata/

    https://www.isprambiente.gov.it/files2019/pubblicazioni/rapporti/RapportoRifiutiUrbani_VersioneIntegralen313_2019_agg17_12_2019.pdf

    A cura di Simone Riga

    21 Settembre 2020 - 09:55

    Chernobyl e la rinascita tra flora e fauna

    Scritto da

    Era il 26 aprile 1986 quando il mondo conobbe il più grave disastro nucleare della storia. Gli occhi erano tutti puntati su Chernobyl e il suo reattore numero quattro che in una notte di primavera esplose durante un test generando una fuoriuscita di radiazioni. Nell’allora Unione Sovietica, come ammise anche l’ex Presidente Michail Gorbaciov, tale fatto venne nascosto e ridimensionato in un primo momento, per poi essere reso pubblico solo in un secondo tempo. Diremmo una quasi Glasnost tiepidamente, e tardamente, rivendicata.

    Da quel terribile giorno sono passati più di 34 anni, e dove un tempo si stanziarono silenzio e desolazione - nella zona di alienazione - adesso prosperano creature viventi e vegetazione. La foresta è diventata un’oasi di biodiversità nella quale vivono linci, bisonti, cervi e numerosi altri animali. Quest’area è diventata la terza riserva naturale più grande d’Europa con i suoi 2.800 km2.

    “La zona di alienazione è un affascinante esempio del potere della natura di riprendersi dal degrado”, afferma Tim Christophersen, capo della United Nations Environment Programme’s (UNEP’s) Nature for Climate Branch. La stessa UNEP sta realizzando, con la collaborazione del governo ucraino e la Natural Resources and the State Agency on the CEZ, un progetto lanciato nel 2015 della durata di sei anni che supporta il prosperare della vita nell’intera area. Il programma ha passato anche i confini dell’Ucraina abbracciando la vicina Riserva radiologica di Polesskiy in Bielorussia, anch’essa colpita dalla tragedia di Chernobyl. “Entrambe le riserve consentiranno alle foreste naturali di aiutare a ripulire la terra e i corsi d'acqua contaminati”, afferma Mahir Aliyev, coordinatore UNEP per l’Europa a capo della gestione del piano. Pure in Bielorussia si è assistito ad un incredibile incremento della fauna – di alci, cinghiali e cervi - tra il 1987 e il 1996. E dalla metà degli anni ’90 crebbe notevolmente anche il numero di lupi. Gli studi condotti congiuntamente, tra i ricercatori ucraini e bielorussi, hanno individuato centinaia di specie animali e di piante nelle due riserve.

    Seppur va detto, come afferma Anders Møller, scienziato presso l’Università di Parigi XI Paris-Sud, che se da un lato Chernobyl registra un “incremento di alcuni uccelli o di certi mammiferi, d’altro canto sappiamo anche che non godono di ottima salute”. Infatti, la presenza di alcuni materiali radioattivi, tra i quali il cesio-137, causano danni ai tessuti corporei e persino al DNA. Nonostante le criticità permarranno ancora per molto tempo, dalla storia di Chernobyl si evince “La resilienza della natura” che “può proteggere l’umanità dai disastri”, afferma Christophersen. “Mentre ci dirigiamo verso il Decennio delle Nazioni Unite sul ripristino degli ecosistemi (2021-2030), e soprattutto sulla scia della pandemia COVID-19, dobbiamo ricordare che gli ecosistemi naturali sono essenziali per la salute e il benessere umano”.

    https://www.unenvironment.org/news-and-stories/story/how-chernobyl-has-become-unexpected-haven-wildlife

    https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0960982215009884

    https://www.thegef.org/project/conserving-enhancing-and-managing-carbon-stocks-and-biodiversity-chernobyl-exclusion-zone

    https://www.nationalgeographic.it/wildlife/2020/05/la-fauna-selvatica-prospera-nelle-zone-abbandonate-prima-della-pandemia

    https://www.la7.it/atlantide/rivedila7/herzog-incontra-gorbaciov-17-09-2020-340189

    https://www.la7.it/chernobyl

    A cura di Simone Riga

    Il WWF ha proposto ai 22 Stati che si affacciano sul Mediterraneo, patrimonio di immenso valore, il progetto Blue Recovery Plan che potrebbe generare 400 miliardi di euro l’anno. “Il Mediterraneo è un concentrato di biodiversità che tutto il mondo ci invidia, con oltre 17.000 specie, paesaggi evocativi, ricco di cultura, tradizioni. I paesi che condividono questa grande ‘oasi marina’ hanno quindi un’enorme responsabilità verso i propri cittadini e la nostra proposta punta ad un futuro sostenibile del mare, per il mondo che verrà”, spiega Donatella Bianchi, Presidente di WWF Italia.

    Il primo pilastro di questo progetto è insito nella necessità di salvaguardare la salute del mare, oggi solamente l’1,27% è posto sotto tutela e gli scienziati concordano sul fatto che almeno il 30% di esso dovrebbe essere preservato. Le aree marine protette, infatti, svolgono un’importante funzione per la riproduzione delle specie ittiche, che quindi giovano alle attività di pesca e di turismo sostenibili. E non per ultimo questi spazi incontaminati attenuano gli effetti dei cambiamenti climatici. Dalle analisi effettuate dal WWF, è emerso che i sette principali settori marittimi, che vanno dal trasporto all’acquacoltura, dalla nautica da diporto alla pesca ricreativa e su piccola scala, arrecano gravi danni in nevralgiche aree marine. E un ulteriore acutizzarsi di queste criticità deteriorerebbe ancor di più la pesca e la conseguentemente economia.

    L’Italia si pone come uno dei massimi Paesi per fonte di ricchezza in termini di denaro e di biodiversità nel Mediterraneo, basta tenere conto che le acque che bagnano le coste italiane sequestrano annualmente una quantità di carbonio che vale tra i 9,7 e i 129 milioni di euro, mentre le praterie marine di posidonia contribuiscono alla difesa dall’erosione costiera e hanno un valore che equivale a circa 83 milioni di euro l’anno. Insomma, un capitale naturale che non sarebbe tanto da sperperare, o peggio ancora da buttare.

    https://www.wwfmmi.org/medtrends/

    https://www.wwf.it/tu_per_il_mediterraneo.cfm?54261/Un-Blue-Recovery-Plan-per-il-Mediterraneo

    https://www.lastampa.it/tuttogreen/2020/08/23/news/wwf-un-blue-recovery-plan-per-il-
    mediterraneo-1.39123507

    A cura di Simone Riga

    Quella che si sta vivendo è la più dolorosa stagione degli incendi nella storia della California. “The worst fire season even. Again”, così recita il Los Angeles Times. Negli ultimi dieci anni gli incendi hanno battuto record su record, basta pensare che 8 dei 10 più vasti incendi della California si sono scatenati nell’ultimo decennio e i numeri parlano chiaro, tra il 2001-2010, gli incendi di maggiore espansione, avevano mandato in fumo 1,6 milioni di acri, e questa cifra è più che raddoppiata nella decade 2010-2020, passando a 3,5 milioni.

    Gli edifici andati in fiamme tra il 2001-2010 sono stati 12.428, se li si provasse collocare tutti insieme su una mappa ne uscirebbe fuori un’area due volte più grande del centro di Los Angeles. Nell’ultima decade quest’area è divenuta cinque volte più grande, con quasi 30.000 edifici distrutti. La stagione è solo agli inizi e 3,2 milioni di acri sono già andati bruciati, altro primato. Le estati sempre più calde, le poche precipitazioni che rendono arido il suolo e seccano la vegetazione sono un lasciapassare per gli incendi, molti di questi infatti si sviluppano in zone che soffrono un medio-alto livello di siccità. Gli effetti dei cambiamenti climatici, alcuni dei quali appena sopramenzionati, hanno portato anche ad un aumento della temperatura di circa tre gradi nello scorso secolo.

    Park Williams, professore della Columbia University, ha spiegato come quest’anno il deficit di pressione di vapore in California è stato altissimo. Il deficit di pressione di vapore misura la temperatura dell'aria e l'umidità relativa. L’aria più calda spinge a trasformare l’acqua in uno stato gassoso, ovvero in vapore acqueo, ma c’è una quantità limite di vapore acqueo che può essere trattenuto nell’aria e quando questo valore diventa troppo alto vuol dire che “l’atmosfera è diventata un’immensa spugna alta sei chilometri”. E più l’aria è secca, più spingerà l’acqua presente in qualsiasi cosa, dal suolo alle assi di legno delle case, dai rami alle foglie degli alberi e del sottobosco, ad evaporare, afferma Williams. 

    “Questi incendi appena erano scoppiati non erano niente e poi sono divenuti dei mega-incendi”, prosegue il professore. Il North Complex Fire, che ha ucciso almeno 15 persone, “ha bruciato essenzialmente 200.000 acri in un giorno – solo questo avrebbe potuto essere uno dei più grandi incendi nella storia della California, se solo non fosse scoppiato lo stesso giorno in cui altri otto incendi si sono propagati con una velocità straordinaria.” Sebbene il North Complex Fire sia stato spinto da forti venti, molti altri incendi si sono estesi fino a 50.000 o 100.000 acri senza intense correnti d’aria. “In un certo senso, un’estensione di 50.000 acri nella foresta, senza vento, è ancora
    più allarmante”, dice Williams.

    Non bisogna dimenticare che, oltretutto, i fumi che si inalano sono molto pericolosi e dannosi per la salute dell’uomo e infatti, ai sette milioni di abitanti che risiedono nella Central Valley, è stato chiesto di restare a casa al fine di ridurre l’esposizione a queste nocive emissioni.

    https://www.latimes.com/projects/california-fires-damage-climate-change-analysis/

    https://www.theatlantic.com/science/archive/2020/09/most-important-number-for-the-wests-wildfires-california/616359/

    https://www.theatlantic.com/science/archive/2020/09/photos-western-wildfires/616306/

    https://eu.usatoday.com/story/news/nation/2020/09/15/oregon-california-washington-wildfires-smoke-east-coast-economic-damage/5801621002/

    A cura di Simone Riga

    Sylvia Earle, la biologa marina americana di fama mondiale, ha compiuto 85 anni lo scorso 30 agosto. È stata per oltre cinquanta anni esploratrice degli oceani e dal 1998 ha lavorato come Explorer-in-Residence per National Geographic. La sua carriera cominciò con un dottorato in algologia nel 1966, divenne in seguito acquanauta, poi scienziata per l’Amministrazione nazionale oceanica ed atmosferica (NOAA, National Oceanic and Atmospheric Administration), infine scrittrice e fondatrice di Mission Blue, un’organizzazione scientifica per la tutela degli oceani dalla pesca incontrollata, i cambiamenti climatici, l'inquinamento e le predazioni dell'uomo.

    Nell’intervista rilasciata a National Geographic che ha visto come tema centrale, non a caso, gli oceani, Earle ha ricordato quanto è “essenziale mettere in luce i problemi e le soluzioni e mettere in grado le persone di usare le proprie conoscenze e capacità individuali per fare delle scelte. Se non c’è conoscenza, non può esserci attenzione e dedizione.” Nell’era della tecnologia e dei social media la conoscenza può essere condivisa con chiunque, ed è questo lo snodo cruciale che sta invertendo la tendenza negativa a non occuparsi di una situazione critica, o peggio ancora a non saperne affatto. Continua l’oceanografa: “I bambini di oggi sanno com’è la Terra vista dallo spazio, mentre io quando ero piccola lo ignoravo”.

    A proposito della vita, passata ad osservare e studiare gli abissi, “Sua profondità”, così viene presentata delle volte la dott.ssa Earle, fa il punto della situazione: “Allora, cinquant'anni fa, si vedeva di tutto. Oggi abbiamo perso circa la metà delle barriere coralline e quasi il 90% dei pesci di grosse dimensioni. Abbiamo decimato i pesci in maniera spaventosa. Ogni anno preleviamo dagli oceani quasi 100 milioni di tonnellate di fauna, distruggendo gli habitat. Credevamo che l'oceano fosse vasto, resistente e con risorse infinite. Non è affatto così e noi abbiamo rotto i suoi equilibri”.

    Uno dei progetti di Blue Marine sono gli Hope Spots, ovvero dei punti di ricerca posizionati nelle zone più critiche degli oceani, che servono a determinare lo stato di salute dei mari e delle specie viventi. “Il più grande problema degli oceani è l'ignoranza, il non capire che dovremmo preoccuparcene. Nessuna specie ha cambiato i mari più degli umani. Abbiamo preso il pesce su scala industriale e abbiamo riempito gli oceani di plastica. Ora è tempo di invertire la rotta, prima che il danno sia irreversibile". E se lo dice la più importante oceanografa al mondo, dobbiamo fidarci.

    https://www.nationalgeographic.it/ambiente/2020/09/sylvia-earle-loceanografa-dei-record-la-nostra-vita-dipende-dalloceano

    https://mission-blue.org/

    https://www.repubblica.it/dossier/ambiente/effetto-terra/2020/09/07/news/sylvia_earle_la_signora_degli_abissi-266278488/

    A cura di Simone Riga

    La Montagnaterapia, che nasce in Francia e Belgio negli anni ’80, arriva in Italia al sorgere degli anni ’90 con l’intento di fungere come ulteriore sostegno nel processo di riabilitazione di persone aventi problematiche. L’Associazione Montagnaterapia la definisce come “un originale approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e/o socio educativo finalizzato alla prevenzione secondaria, alla cura e alla riabilitazione di individui portatori di differenti problematiche, patologie o disabilità, attuato attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo, nell’ambiente culturale, naturale e artificiale della montagna”.

    Tra i massimi promotori italiani della Montagnateriapaia c’è il Club Alpino Italiano (CAI), quale organizza escursioni, in gruppi da 3 a 12 persone, che sono volte a favorire un miglioramento della salute e del benessere generale dei partecipanti. Quindi, l’azione che si persegue dal punto di vista socio-sanitario converge con le conoscenze tecniche e culturali di chi è guida esperta di montagna.

    Come riporta lo stesso CAI, la Montagnaterapia è tutt’ora oggetto di studio, e infatti sono numerose le tesi di laurea in infermieristica, riabilitazione psichiatrica, medicina, antropologia, psichiatria, scienze dell’educazione nelle quali è stata trattata. Ornella Giordana, referente per la Montagnaterapia a livello nazionale in Commissione Centrale
    Escursionismo e del gruppo La Montagna che Aiuta del CAI Torino, racconta che «Il lockdown ha lasciato un segno, soprattutto sulle persone già in difficoltà, per questo anche se molte delle attività del Club Alpino Italiano sono ancora ferme, abbiamo spinto per far ripartire il prima possibile quelle di Montagnaterapia. Ce n'è davvero bisogno». E lo speriamo anche noi che presto possano ripartire.

    https://www.cai.it/attivita-associativa/sociale/montagnaterapia/

    https://www.lastampa.it/tuttogreen/2020/08/26/news/la-soluzione-e-la-montagnaterapia-1.39144955

    A cura di Simone Riga

    16 Settembre 2020 - 11:45

    #Together4Forests, difendiamo il pianeta!

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    Il WWF, insieme ad altre 100 Ong, ha lanciato la campagna di raccolta firme #Together4Forests per difendere le aree verdi del nostro pianeta, il tutto sarà poi trasmesso alla consultazione pubblica istituita dalla Commissione Europea. Non tutti in Europa sappiamo che il 10% della deforestazione mondiale, dall’Amazzonia alle foreste pluviali dell’Asia, è causato da noi stessi attraverso il consumo di carne, latticini, olio di palma, caffè e cioccolato. Questi prodotti che ci ritroviamo a tavola possono provenire, a nostra insaputa, da pratiche scorrette ai danni dell’ambiente.

    “Il latte locale potrebbe provenire da mucche nutrite con soia coltivata in terreni un tempo coperti da foreste spettacolari. I biscotti che ami potrebbero contenere olio di palma non sostenibile o cacao coltivato su terreni strappati alle popolazioni indigene. Questo deve essere fermato: togliamo la deforestazione dai nostri piatti”. Così recita un paragrafo del sito internet del WWF UK. 

    La normativa europea non prevede alcun limite alla libera circolazione di prodotti legati alla deforestazione e alla devastazione degli ecosistemi. A tal proposito l’Unione europea sta cominciando a lavorare ad una nuova legge sui prodotti forestali, la Commissione europea ha aperto la consultazione pubblica al fine di accogliere qualsiasi utile suggerimento. E ne serviranno tanti.

    https://www.wwf.eu/campaigns/together4forests/

    https://www.legambiente.it/together4forests/

    A cura di Simone Riga

    16 Settembre 2020 - 11:43

    Lo Zimbabwe dice no alle miniere

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    La Ministra dell'informazione, Monica Mutsvangwa, ha annunciato che "l'estrazione mineraria nelle aree che fanno parte di parchi nazionali è vietata con effetto immediato". Questa decisione è stata presa dopo le forti proteste da parte delle associazioni ambientaliste per l’imminente inizio delle valutazioni di impatto ambientale per le perforazioni, la costruzione di strade e le indagini geologiche in due siti all'interno del Hwange.

    Nella fattispecie, nel 2015 erano stati concessi i diritti minerari a due società cinesi, la Zhongxin Coal Mining Group e l’Afrochine Smelting, nel più grande parco naturale del Paese, un’area che si estende per circa 14.651 m2, e le esplorazioni avrebbero dovuto cominciare a breve. La notizia aveva innescato sin da subito le proteste da parte dei cittadini, sfociate anche nei social network con l’hashtag #SaveHwangenationalpark.

    Il parco nazionale del Hwange è la casa per il 10% degli elefanti selvatici dell’intera Africa. Trevor Lane, che ha lavorato per il Bhejane Trust a Hwange per oltre dieci anni, spiegava al Guardian, prima che venisse introdotto il divieto, che: “Questo è uno dei più grandi parchi del mondo e le miniere sarebbero in una delle zone più incontaminate del parco. L'ultima popolazione di rinoceronti neri di Hwange Park vive lì, così come 10.000 elefanti e 3.000 bufali” e “se dovesse andare avanti, sarà la fine del parco. Ucciderebbe l'industria del turismo che vale centinaia di milioni di dollari”. E infatti, l’estrazione mineraria avrebbe recato danni irreversibili all’ecosistema, con la conseguenza di pregiudicare anche il settore turistico, dal quale provengono i maggiori introiti dello Zimbabwe.

    Nonostante l’entrata in vigore del divieto, per molti cittadini la preoccupazione resta ancora alta, poiché si tratta di un provvedimento provvisorio e la paura che possa decadere è reale. Negli anni passati gran parte dei territori del Paese sono stati devastati a causa dell’estrazione dell’oro lungo i corsi d’acqua e lo spettro del ritorno a questo catastrofico scenario è ben visibile alla popolazione, la quale pretende che il divieto sia convertito in legge il più presto possibile.

    https://www.bbc.com/news/world-africa-54085549

    https://www.lastampa.it/la-zampa/altri-animali/2020/09/05/news/nello-zimbabwe-le-societa-
    minerarie-cinesi-minacciano-gli-animali-in-via-di-estinzione-1.39269785

    https://www.repubblica.it/esteri/2020/09/10/news/zimbabwe_vietate_tutte_le_attivita_minerarie_ne
    i_parchi_nazionali_la_svolta_di_harare-266789468/

    A cura di Simone Riga

    Claudio Almeida, ricercatore che coordina il Programma di controllo della deforestazione dell’Amazzonia (DETER), in seno all’Istituto Nazionale di ricerche spaziali del Brasile (INPE), ha mostrato con numeri alla mano, come si sia già superata la superficie deforestata rispetto all’anno precedente, di 2.400 km2.

    “Le carte mostrano una deforestazione senza precedenti nei territori indigeni fino a quel momento risparmiati e un’appropriazione dei territori pubblici - specifica lo specialista - Deforestiamo per rivendicare la proprietà della terra, regolarizzarla e, eventualmente, rivenderla”.

    L’esecutivo guidato da Jair Bolsonaro presentò nel dicembre del 2019 una mozione per legalizzare le terre pubbliche occupate illegalmente. Il progetto si concluse con un nulla di fatto e decadde lo scorso 20 maggio, ma una nuova simil mozione pare che sarà presto ripresentata.

    Per quanto riguarda il numero di incendi registrati nel mese di agosto, pari a 29.308, si tratta del secondo valore più alto di sempre degli ultimi dieci anni. La regione dell’Amazonas è stata quella più colpita, con ben 8.000 incendi. Bolsonaro ha recentemente ritirato la proposta, annunciata tempo fa, di voler istituire una moratoria agli incendi e ha ritirato prontamente l’esercito, che aveva inviato al fine di salvaguardare la foresta. La totale impassibilità da parte del presidente brasiliano e anche la complicità, secondo Greenpeace, da parte degli Stati europei, che continuano ad alimentare la distruzione dell’Amazzonia attraverso degli accordi commerciali, manderanno presto in cenere uno dei polmoni verdi più importante del pianeta.

    Tra i Paesi complici di questa catastrofe c’è anche l’Italia che, come riporta Il Fatto Quotidiano, è il primo Stato dell’Ue per numero di tonnellate di carne importate dal Brasile, pari a oltre 25.000 tra luglio 2019 e giugno 2020. Anche per quanto riguarda l’importazione di soia l’Italia è riuscita ad entrare tra i primi dieci importatori dell’Ue nel 2019.

    https://www.lemonde.fr/planete/article/2020/09/11/la-foret-amazonienne-s-approche-d-un-point-
    de-non-retour_6051887_3244.html

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/09/02/amazzonia-distrutta-dagli-incendi-il-governo-
    bolsonaro-e-indifferente-ma-la-colpa-e-anche-delleuropa-foto/5917931/

    A cura di Simone Riga

    Un’indagine realizzata da Greenpeace UK e l’Ong Public Eye ha portato a galla la massiccia esportazione effettuata dall’Italia, seconda solo al Regno Unito, di pesticidi vietati all’uso nell’Unione europea. Nel 2018 il Paese ha esportato oltre 9mila tonnellate di prodotti fitosanitari in dieci Stati sparsi nel mondo.

    Le centinaia di documenti visionati nell’inchiesta hanno messo in luce dei numeri sino ad allora nascosti dai colossi della chimica in Europa. Nello specifico, nel 2018 l’Ue ha esportato 81.615 tonnellate di prodotti fitosanitari in 85 Paesi, gran parte dei quali con un reddito medio-basso. Il 12% delle importazioni, pari a circa 9.500 tonnellate, proveniva da aziende presenti sul territorio italiano.

    Le sostanze esportate, vietate in Ue da molti anni, sono annoverate come sospetto e probabile cancerogeno, parliamo di trifluralin puro, l’erbicida l’ethalfluralin, un diserbante a base di atrazina e uno a base alachlor, il fumigante 1,3-dicloropropene, e insetticidi a base di propargite. Questi prodotti agrochimici provenienti dall’Italia hanno raggiunto Stati Uniti, Australia, Canada, Marocco, Sud Africa, India, Giappone, Messico, Iran e Vietnam.

    La normativa europea pecca di alcune lacune in materia, nonostante l’impiego di determinate sostanze sia proibito nell’Ue si consente la loro produzione e esportazione, con la conseguenza che ciò che esportiamo ce lo potremmo ritrovare nel piatto, come ha affermato Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura di Greenpeace Italia.

    L’appello lanciato da numeri esperti di diritti umani delle Nazioni Unite affinché si metta fine a questa “deplorevole” pratica di esportare prodotti vietati, soprattutto verso i Paesi più poveri, sembra non aver sortito ancora alcun effetto.

    Bibliografia

    https://unearthed.greenpeace.org/2020/07/09/pesticides-united-nations-public-eye/

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/09/10/greenpeace-litalia-e-il-secondo-paese-per-esportazione-
    di-pesticidi-vietati-in-europa/5926790/

    https://www.corriere.it/cronache/20_settembre_10/greenpeace-l-italia-secondo-paese-esportazione-
    pesticidi-vietati-europa-4ada70e0-f377-11ea-88b9-39ac85c19851.shtml

    A cura di Simone Riga

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