04 Settembre 2004 - 21:15

    3. GLI ASSETTI ISTITUZIONALI

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    3. GLI ASSETTI ISTITUZIONALI


    3.1. IL QUADRO DI RIFERIMENTO

    3.1.1. La sussidiariet

    La lotta contro l esclusione sociale presuppone una modifica del modo di funzionamento delleistituzioni. A livello esterno, come abbiamo visto, con lo sviluppo del metodo di coordinamento aperto;mentre a livello interno, aperto il dibattito sulla riforma del Titolo V della Costituzione.
    La Legge 328/2000 ed il Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2001-2003 hanno introdottosia il principio della sussidiariet verticale tra le istituzioni pubbliche che il principio di sussidiariet orizzontale tra istituzioni pubbliche e societ civile. Sono stati anche proposti meccanismi per larealizzazione di questi due tipi di sussidiariet . Ma si tratta di meccanismi che, in quanto maturati inepoca antecedente alle riforme del Titolo V, non hanno internalizzato il nuovo quadro istituzionaleinterno ed esterno. Si impone quindi una verifica degli strumenti normativi alla luce delle modifiche chesono state introdotte.
    Come saranno influenzati i meccanismi di sussidiariet contenuti nella Legge 328/2000 dall evoluzionein corso a livello europeo e dall applicazione degli indirizzi del nuovo Titolo V? Quale modello disussidiariet adottare per il futuro? Come assicurarne il funzionamento?

    3.1.2. I livelli essenziali

    Un esempio di quanto appena detto riguarda la fissazione dei livelli essenziali delle prestazioni. Il nuovoTitolo V conferisce allo Stato il diritto di legislazione esclusiva in questa materia. La fissazione dei livelliessenziali fa riferimento a:
    - un insieme di principi generali;
    - una griglia articolata su aree di intervento, tipologia di servizi e prestazioni e le direttrici perl innovazione per la costruzione della rete degli interventi e dei servizi.

    Si tratta di attivit che richiedono una conoscenza approfondita della domanda sociale non solo a livellonazionale ma anche a livello regionale e locale. In altri termini, nel processo di fissazione dei livelliessenziali dovrebbero confluire elementi legati alla situazione generale e alle specificit presenti a livellolocale.
    Occorre porsi in un ottica di prospettiva e di evoluzione del sistema e porsi dei targets di efficienza/equit dello stesso. Fissazione dei livelli essenziali significa anche attivare un processo per orientare le situazioniregionali pi arretrate verso le posizioni dei migliori in una strategia di miglioramento continuo eprogressivo delle proprie prestazioni (benchmarking). Al contrario fissare i livelli essenziali a livelliintermedi tra le posizioni del migliore e del peggiore, significa contribuire implicitamente ad abbassare ilivelli di eccellenza raggiunti.
    Il processo di fissazione dei livelli sociali essenziali non un operazione di facciata, consistente nellamedia aritmetica dell esistente o in un esercizio puramente negoziale, ma un compito che deve contaresu analisi solide, disponibilit di dati e strumenti comuni per la misura delle prestazioni. La responsabilit formale dell atto prevista a livello centrale deve essere quindi preparata ed attuata attraverso modalit diconfronto e dialogo sociale con i diversi soggetti implicati.

    3.1.3. La programmazione partecipata

    Nella complessit insita nei processi di preparazione delle politiche e degli strumenti e di esecuzione deiprogrammi, come il caso della programmazione partecipata, esiste una molteplicit di attori ciascunodei quali pu essere responsabile di una certa fase. Esiste quindi una matrice degli attori che agisce secondocanoni di sussidiariet verticale ed orizzontale; esiste, in definitiva, una matrice di sussidiariet , dove sussidiariet significa che ciascun attore partecipa a creare le condizioni ottimali per l intervento dell attore responsabile.
    Al di l dei principi, alcune proposte operative esistono gi . Ad esempio il Piano nazionale presentato dalGoverno nel 2001 nell ambito del processo europeo per la lotta all esclusione sociale, facendo pernosulla Legge 328/2000, illustrava i meccanismi da mettere in opera per assicurare il monitoraggio in corsod opera e la valutazione d impatto dei programmi e delle azioni. Il rapporto congiunto del ConsiglioEuropeo invitava l Italia ad implementare concretamente i meccanismi proposti ritenendoli componentiessenziali per il funzionamento corretto del sistema integrato sociale e pienamente compatibile conl indirizzo adottato nella programmazione dei fondi strutturali comunitari, in particolare il Fondo SocialeEuropeo.
    La proposta contenuta nel NAP per l inclusione sociale anticipava una delle condizioni essenziali alfunzionamento di ogni sistema di governance a pi livelli: la trasparenza tra le varie sue componenti. Senzala trasparenza non possibile giungere alla condivisione degli obiettivi ed alla compartecipazione degli attori.
    Ma la trasparenza e la mutua informazione, uniti alla condivisione delle regole, devono avere garanti che,accanto alle funzioni di indirizzo, assicurino il buon funzionamento del sistema. Ci possono esseregaranti diversi a livelli diversi ma, in ogni caso, deve esistere un garante centrale che assicuri, a livellonazionale, il rispetto delle politiche e degli obiettivi definiti a livello europeo.
    Le politiche sociali vanno gestite in un ottica di governance moderna che tenga conto della molteplicit dei livelli e degli attori. Esse devono essere il risultato di un processo di innovazione profonda nei rapportitra le istituzioni e tra queste ed i soggetti della societ civile. In questo modo sar possibile dareconcretezza al principio di sussidiariet che consiste nell individuazione del soggetto pubblico e/oprivato pi vicino ai cittadini in grado di fornire la risposta pi adeguata ai loro bisogni.Solo in questo contesto, concetti nuovi come il mainstreaming delle politiche e degli strumenti ed ilbenchmarking dei risultati potranno mostrare tutta la loro validit .

    3.2. LA GOVERNANCE FUTURA

    Il processo di coordinamento aperto in atto su scala europea deve essere tradotto nel Paese neirapporti con le regioni e gli enti locali. L Amministrazione centrale dovrebbe gestire tale processo con ivari attori implicati per tutte le materie di particolare rilevanza. A loro volta le regioni sono invitate adattivare analoghi processi con le autorit locali. Tali processi saranno a geometria variabile e potrannoessere aperti, se del caso e su particolari questioni, a tutti gli altri attori implicati nel sistema (consulte,fori, associazioni, ecc.)
    Il metodo di coordinamento aperto riprender in sostanza le procedure che si basano sulla fissazione dimacro-obiettivi comuni, sull identificazione di indicatori di misura (statici e dinamici), sulla definizione diobiettivi operativi e tempi di realizzazione. Gli indicatori concordati a livello europeo da realizzare un filo rosso che colleghi idealmente la comunit locale all Europa. I differenti livelli istituzionali avrannola facolt di introdurre nuovi indicatori in maniera da prendere in conto specificit locali.
    Il principio di sussidiariet dovrebbe essere coniugato nel senso che non esiste unicamente un attore ouna dimensione geografica a cui devolvere competenze, ma poich un azione composta di varie fasi edi varie componenti il responsabile di ciascuna di esse dovr operare in un ottica di informazione e dicondivisione dell intera catena. In questo quadro di insieme l Amministrazione centrale assume un ruolodi regolazione per garantire la coerenza degli indirizzi delle varie politiche macro da un lato, e pergarantire dall altro che le stesse regole del gioco si possano applicare a tutti gli attori implicati nelsistema.
    Esistono attivit come la diffusione delle buone prassi (ivi compresa la dimensione internazionale delprocesso), lo stimolo all innovazione tecnologica e la valutazione delle sue conseguenze applicative intermini di costi/benefici, che non possono non trovare la loro dimensione migliore ad un livello chetrascende il livello locale o regionale.
    Nei processi di governance moderna, il metodo aperto di coordinamento ha il grande pregio dipromuovere la coordinazione rispettando le sovranit . Esso favorisce l approccio dinamico, stimolal allineamento delle prestazioni al livello pi alto e la diffusione dell eccellenza. Garantisce e preserva leresponsabilit degli attori in una cornice di obiettivi ed impegni condivisi.

    1) PROCESSO TOP DOWN

    A livello europeo

    - Definizione di una strategia a livello europeo in materia di inclusione sociale ivi compreso il coordinamentoe le sinergie con altri processi /settori;
    - Individuazione degli obiettivi comuni articolati per pilastri e linee guida;
    - Indicatori comuni, potenziamento della base statistica;
    - Scelta della tipologia dei Piani d azione e della procedura per l esame degli stessi;
    - Raccomandazioni agli Stati membri in accordo con la base giuridica esistente;
    - Valutazione dei progressi realizzati, valorizzazione/diffusione delle buone prassi e adattamento dellastrategia.

    A livello nazionale

    Il Governo richiama la strategia concordata a livello europeo e illustra a Regioni e Parti sociali gli indirizzi generali inmerito alla predisposizione del Piano nazionale d azione sull inclusione sociale sulla base:
    - dei contenuti del DPEF e delle riforme strutturali in corso;
    - dei contenuti programmatici del quadro comunitario obiettivi 3 e 1;
    - delle azioni di sistema (PON) e misure gestite a livello nazionale rivolte a gruppi /situazioni obiettivo;
    - del confronto sulle diverse tematiche e sugli aspetti procedurali in modo da valorizzare a pieno ilpartenariato istituzionale e il dialogo sociale.
    Tavolo tecnico preordinato alla fissazione dei protocolli per l attivit di monitoraggio e valutazione ed alpotenziamento delle basi statistiche da utilizzare per gli indicatori.

    A livello regionale

    la Regione illustra ai responsabili dei Piani di Zona ed alle Parti sociali e apre la discussione sulla bozza di Pianoregionale d azione sull inclusione sociale richiamando i contenuti programmatici, le scelte di bilancio, le nuovemisure da adottare, le iniziative legislative in corso, le buone pratiche meritevoli . Il confronto, teso a valorizzare ilpartneriato istituzionale e il dialogo sociale, consentir di varare il Piano regionale d azione sull inclusione sociale.
    Tavolo tecnico con le Province per la mise a niveau dell attivit di monitoraggio e valutazione.

    A livello locale

    Illustrazione della strategia operativa di zona ai soggetti pubblici e privati coinvolti nella gestione delle politichesociali e presentazione del Piano provinciale sull inclusione sociale.

    2) PROCESSO BOTTOM UP

    L Autorit preposta al Piano di Zona trasmette le sue proposte alla Regione.
    La Regione, sulla base dei piani di zona predispone il suo piano sociale e lo trasmette al Governo Centrale(previsione di incontri bilaterali Governo-Regione). Le Regioni possono consultarsi tra loro in via preliminare.Il Governo presenta in Conferenza Stato Regioni prima del passaggio in Consiglio dei Ministri la proposta di Pianonazionale per l inclusione sociale congiunto (NAP + RAP) da inoltrare successivamente a Bruxelles.
    Il Consiglio e la Commissione sulla base dei piani nazionali predispongono il Rapporto congiunto sulla politicasociale (previsione di incontri bilaterali Commissione Stati membri), i nuovi orientamenti e le raccomandazioni aipaesiIl livello europeo, quello nazionale e quello regionale si attrezzano per la peer review (2 Stati / Regioni discutono ilpiano di un altro Stato membro / Regione).Implementazione dei piani a diversi livelli e contestuale avvio dell attivit di monitoraggio

    Ultima modifica il 04 Settembre 2004 - 21:15

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