05 Settembre 2004 - 19:04

    Una pace possibile

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    La pace fra israeliani e palestinese ancora possibile?Janiki Cingoli Direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO) e coordinatore del Comitato Italiano di Appoggio all Iniziativa di Ginevra, a cui ha aderito un largo schieramento di forze sociali e culturali, nonch di organizzazioni non governative. a questa iniziativa, spiega Janiki Cingoli che si sta attivando proprio in questi giorni con iniziative in tutta Italia per sostenerla , che bisogna guardare con speranza e interesse, malgrado la Road Map, l'iniziativa a tappe proposta dal "Quartetto" (USA, UE, Russia, ONU), appaia per il momento incagliata. I contenuti concreti dell'Accordo di Ginevra afferma Cingoli, restano comunque in prospettiva un punto di riferimento essenziale per ogni possibile accordo finale di pace, al termine del percorso previsto dalla Road Map . Perch Sharon ha preso una decisione tanto grave come quella di assassinare il leader di Hamas? La decisione di uccidere Yassin risale a tempo fa, ad una fase precedente al recente attacco al porto di Ashdod rivendicato da Hamas che ha provocato decine di morti, ma che avrebbe potuto essere ancora pi devastante se i terroristi fossero riusciti ad avvicinarsi qualche metro di pi ai depositi di bromo per farlo esplodere. Il governo isrealiano aveva gi effettuato nei mesi scorsi un tentativo di ucciderlo.Yassin era responsabile di gravissimi attentati, quindi il tentativo di farne un eroe assolutamente da respingere. Era un uomo con le mani lorde di sangue, capo di un organizzazione che tuttavia non pu essere definita solo terroristica, nel senso che Hamas radicata nella realt palestinese, soprattutto a Gaza, in larga misura grazie ai finanziamenti dell Arabia Saudita. Essa tuttavia ha scelto di utilizzare come strumento di lotta il terrorismo, e questo un elemento discriminante nell attuale civilt odierna, in particolare dopo l 11 settembre. Perch una questione la lotta armata per liberare la propria terra occupata; un'altra questione il ricorso, per sviluppare la lotta armata, ai metodi del terrorismo rivolti contro la popolazione civile.Per questo avvenimento, bisognerebbe ricordare quanto diceva Kissinger, e cio che Israele non ha una vera politica estera, ma una politica prevalentemente interna. Si pu dire che la componente interna (della politica israeliana) e quella locale (del conflitto israelo-palestinese) abbiano avuto prevalenza, a breve e medio termine.Credo, infatti, che in questa decisione abbia giocato da un lato l esigenza di un confronto sul terreno con il nemico, di fronte all escalation del terrorismo di massa, e dall altro, i problemi interni alla maggioranza di governo in Israele, di fronte alle spaccature provocate dalla proposta avanzata da Sharon di ripiegamento militare, con l'abbandono di Gaza, e di ridislocazione di 20 insediamenti, con la conseguente volont di dare una dimostrazione di forza alla destra interna al suo governo.Vi inoltre un avvertimento alla stessa Hamas, a cui si vuole dimostrare che Israele non intende ripetere l esperienza del Libano abbandonato nelle mani degli Hezbollah. Bisogna poi valutare la questione su due livelli: sul piano locale e interno l esperienza insegna che colpire i vertici di Hamas non la indebolisce, anzi la rafforza e accresce il prestigio dei suoi dirigenti, considerati onesti e non compromessi con gli israeliani, rispetto ai discussi capi dell autorit palestinese in preda al marasma e alla corruzione. I leader di HAMAS divengono cos sempre pi il punto di riferimento pi credibile per la disperazione dei palestinesi. Su un piano pi globale, invece, respingere Hamas su un terreno di confronto puramente militare potr forse creare un fenemeno di alqaedizzazione della resistenza e della lotta di gruppi armati palestinesi, nel senso di un salto di qualit nel ricorso ai metodi di sterminio di massa nei confronti dei civili israeliani, simili a quelli di New York, Istanbul, Madrid, ecc. Quindi il rischio che ora si vada verso un processo di apppiattimento del conflitto israelo-palestinese, in un contesto pi globale di terrorismo, di sconfro fra il progetto di islamismo politico armato e l Occidente. Si dice poi a Arafat, dopo il suo rifiuto alle rischieste israeliane di intervenire in seguito all attentato di Ashdod, che non conta pi niente e che ormai la battaglia non con loro; dall altra si vuole forse aiutare l Autorit Nazionale Palestinese a sgomberare il campo dalle componenti terroristiche per poi riprendere successivamente il discorso. Dal un lato abbiamo la Road Map che sostanzialmente non partita a causa delle responsabilit di entrambe le parti (da un lato Arafat non mai fatto niente per fermare il terrorismo come chiede Israele e dall altro Israele non ha mai sospeso gli insediamenti e gli omici mirati come chiesto dai palestinesi). Ma il problema che la Road Map non la soluzione, un percorso verso la soluzione definitiva, sulla quale c poca chiarezza. Sull altro lato del triangolo c l accordo informale di Ginevra, firmato l 1 dicembre 2003 da rappresentanti non ufficiali delle due parti, che rappresenta un importante termine di riferimento per un possibile accordo finale, ed in cui si affrontano, partendo dai risultati raggiunti nei negoziati di Camp David e Taba del 2000 e 2001, problemi controversi come la questione di Gerusalemme o quella dei rifugiati. Ginevra resta un accordo informale, osteggiato dall'attuale Governo israeliano, ma esso dimostra che un accordo finale potenzialmente possibile e comunque colma un vuoto negoziale.La sua importanza sottolineata anche dai consensi internazionali espressi da Bush, Powell, Blair, Prodi, Kofi Annann, Xavier Solana, Muhammed VI re del Marocco, re Abdallah di Giordania, Mubarak, Amr Moussa, Segretario generale della Lega Araba. Ed anche dal nostro Ministro degli Esteri, Frattini. La terza componente del triangolo diplomatico, a cui ha contribuito la stessa iniziativa di Ginevra, incalzando Sharon ad uscire dall'impasse diplomatico. L iniziativa di Sharon si articola in tre punti: il ritiro su una nuova linea difensiva; la costruzione del muro, o come la chiama Sharon della barriera di difesa (il problema, secondo me, non dire "il muro s , il muro no", il problema se il muro passa o meno sul territorio palestinese); la questione dell evacuazione di 20 insediamenti, di cui 17 a Gaza e 3 in Cisgiordania (non dimentichiamo che Abu Mazen ha fallito nell'ottenere l'evacuazione di 3 (!) insediamenti). Questa iniziativa, di cui peraltro ancora non si conoscono i tempi di attuazione, non pu essere ignorata, non solo propaganda, e potrebbe divenatare oggetto di un negoziato politico che coinvolge tutta l area mediorientale. Il problema se il ritiro e il ridispiegamento degli insediamenti si propongono come una fase della Road Map, per rilanciarla, come confidence building measures da concordare e gestire insieme, o vengono concepiti e attuati solo in una ottica unilaterale di sicurezza militare.Entro l area di questo triangolo dovr svilupparsi l iniziativa diplomatica internazionale in sostegno delle due parti, nonostante il vuoto lasciato in questo momento dagli Stati Uniti in prossimit del voto. Vuoto che molto pericoloso e quindi va per quanto possibile colmato, anche da una specifica iniziativa europea non alternativa agli USA, ma condotta in partneship con loro. Il vuoto attuale grave, questa forbice tra l'accresciuta esigenza di un intervento internazionale, data l'incapacit delle parti ad uscire dalla prevelente logica militaristica, e l'attuale ritardo intenazionale ad intervenire, densa di rischi .
    Ultima modifica il 05 Settembre 2004 - 19:04

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