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12 Settembre 2020 - 07:00

Zuppi e De Rita: «Pensare comune»

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Su Avvenire di ieri un articolo di Eugenio Giannetta dal Festival di Letteratura di Mantova in cui sono intervenuti il cardinale Zuppi e il sociologo De Rita. Ne riportiamo un estratto.

 «Il furore di vivere – dice De Rita – fa parte del codice degli italiani, basti pensare al ‘44, all’umiliazione per aver perso la guerra, alla disfatta economica e civile, alla distruzione di molte città. Lì è nato il furore come espressione di un modo di essere di fronte alle difficoltà, ma con il Covid la domanda è: basta il furore o bisogna riconsiderare l’uomo nel suo stare?».

È a partire dal termine riconsiderare, nel rapporto con noi stessi e con gli altri, che interviene il cardinale Zuppi: «Gli esercizi straordinari degli ultimi mesi ci hanno fatto riconsiderare questi rapporti. Per capire il centro, dobbiamo andare in periferia, ha detto papa Francesco, e questa operazione la facciamo troppo poco. Quando la politica non è più andata in periferia è cambiato tutto. Ricominciare da lì invece permette di capire e riempire di senso il vuoto». Durante la pandemia abbiamo visto questa distanza di corpi lontani dallo spazio pubblico, ma forse, suggerisce Caridi, era così anche prima, senza che ce ne accorgessimo: «Vedere le città vuote e le autostrade piene – dice De Rita – mi dà stordimento, perché significa che la città ha tradito la dimensione del suo stare e ha perduto il suo tessuto, non ha più coesione, si sfilaccia nella lotta e si divide nella difficoltà». Dello stesso avviso il cardinale Zuppi: «Quando pensiamo di fare a meno dell’altro è pericoloso, così come lo è l’individualismo come convinzione di autosufficienza, il pensare all’io senza il noi. In Emilia un nucleo familiare su tre è composto da una sola persona ed è un’evidenza con cui dobbiamo fare i conti, perciò dobbiamo confrontarci con un bisogno ancora più acuto di identità. Pensarsi insieme è la sfida su cui ci dobbiamo confrontare». 

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