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26 Marzo 2020 - 12:32

La lettera di Don Marco della parrocchia Conversione di San Paolo

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Don Marco della parrocchia Conversione di San Paolo, Brescia.

Carissimi amici, la domenica che viviamo è caratterizzata dalle nuove delibere di Regione Lombardia e del Governo che, di fatto, impongono nuove restrizioni che riguarderanno anche il mese di aprile. Da cittadino e da parroco, per quel che conta, appoggio pienamente queste decisioni e ringrazio chi ci governa per la fati- ca del dover decidere.

Permettetemi una condivisione sincera: ieri ho vissuto il giorno più terribile del mio essere parroco a San Polo: tre sepolture, uno strazio infinito. Sono entrato per ben due volte nel cimitero chiuso con pochi pa- renti al seguito, ho dovuto salutare un nostro fratello nel prato di casa con i suoi alla finestra perché im- pediti ad avvicinarsi e i vicini al balcone che partecipavano, attoniti, al momento di saluto. Non so per quante volte ancora vivremo, nelle settimane a venire, queste situazioni, prego il Signore che siano il meno possibile. A coloro che stanno vivendo, a vario titolo, momenti di lutto nella solitudine di questi giorni esprimo il più vivo calore della comunità. A tutti dico che, quando sarà passato questo terribile momento, celebreremo in modo umano e cristiano le Messe di suffragio per i parenti: chi avesse perdite di persone che non sono della nostra comunità ma che desidera che ricordiamo non esiti a contattarmi. Lo faremo volentieri.

Vorrei essere schietto: è la prima volta, nella mia vita, che maturo la piena consapevolezza che potrò morire. Non mi fa paura. La consapevolezza di poter morire è un dono strano: perché ti aiuta a fare passi ben ponderati, visto che capisci di camminare sull’orlo di un burrone che ti può inghiottire. Ti fa gustare fino in fondo la vita che hai, non ti fa sprecare nemmeno una parola che puoi ancora scambiare con qualcuno, evidenzia quali sono gli affetti su cui appoggiarti, fa risplendere i momenti di gioia, aiuta a relativizzare le restrizioni che viviamo di fronte ai dolori e alle fatiche di tanti, mi rende ancora più credente con voi e per voi.

Nel Vangelo di oggi, Gesù guarisce il cieco nato. È un miracolo portentoso, che oggi possiamo capire an- cora di più, perché è inserito in un contesto particolare. La festa delle capanne celebra, per il popolo di Israele, il ricordo del deserto, del lungo pellegrinaggio verso la libertà, dove le abitazioni erano semplici capanne, ma accompagnate dalla presenza del Signore che era luce in quella lunga oscurità. Intorno a Gerusalemme si costruivano le capanne e le mura possenti della Città Santa venivano illuminate a gior- no con le luci delle lampade: uno spettacolo grandioso, commovente e indimenticabile. La ritualità del- la festa prevedeva che un sacerdote, dal Tempio, scendesse fino alla piscina di Siloe per prendere l’ac- qua nella brocca d’oro e lavare, purificare, disinfettare l’altare e il popolo. Gesù, durante questa festa, incontra quest’uomo che è cieco e gli ordina: “Va’ a lavarti a Siloe”. Continua il Vangelo: “egli andò e tornò che ci vedeva”. Cioè a quest’uomo che non ha luce è concessa la luce, può vedere questa festa e le mura di Gerusalemme con tutte quelle luci, può partecipare realmente alla speranza che Dio non ab- bandona. Finalmente gli è donata la vita piena che non coincide con la felicità personale ma con la possibilità di specchiarsi nella vita del suo popolo, di piangere non per la sua disgrazia ma per la bellez- za delle luci di Gerusalemme.

Mi sono commosso profondamente, giovedì scorso, nel sentire il suono delle nostre campane e nel vedere le luci sulle vostre finestre. Tante e belle. Vi allego una composizione di foto che testimonia questa bel- lezza. Erano più belle di quelle sulle mura di Gerusalemme e portavano più speranza.

Avremo bisogno, nei giorni a venire, di alimentare le luci. Le nostre e quelle di chi non ha nemmeno più la voglia o il coraggio di accenderle. È l’ora di volerci ancora più bene.

Ultima modifica il 27 Marzo 2020 - 09:44

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