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Unitalsi, Salvatore Pagliuca il nuovo Presidente

 |  09 Giugno 2011 - 16:01  |  Pubblicato in Vetrina

Antonello Caporale è un collega davvero molto bravo: attraverso la sua rubrica "interviste senza rete" con la quale intervista i politici sul quotidiano Re è riuscito a costruire una galleria degli orrori che ci ricorda, purtroppo, quasi ogni giorno, la condizione umana di coloro i quali ci rappresentano.

Caporale dice che si tratta di un lavoro "antropologico"; io credo invece si tratti di un lavoro da entomologo, poichè i tipi da lui intervistati non riescono, mai, a comprendere che le risposte da loro fornite serviranno a creare un ritratto di loro stessi che di umano ha davvero poco. Tra i toccanti casi umani che Caporale ci ha presentato,come dimenticare il plurinquisito e neo sottosegretario all'ambiente Giampiero Catone,che il mondo della disabilità purtroppo ben conosce per il terribile servizio che fece al terzo settore e che ha la spudorataggine di dichiarare che è stato appoggiato dalla Chiesa Cattolica.

Oggi tocca all'indimenticato Scelli,una volta unitalsiano e poi crocerossa e adesso peone del PDL…ma i lettori di www.angelipress.com leggeranno la splendida lettera che il nuovo presidente dell'Unitalsi, Salvatore Pagliuca, ci invia e, sono certa, capiranno di cosa parliamo quando parliamo di terzo settore.

“Assuefazione alla tragedia”

 |  09 Giugno 2011 - 12:05  |  Pubblicato in Vetrina

Se ne parla domenica ad Uno Mattina

“La Sfida del Federalismo Solidale”: Fare Famiglia

 |  08 Giugno 2011 - 14:26  |  Pubblicato in Vetrina

In onda sulle frequenze di radio Rai Gr Parlamento, sabato 11 giugno alle ore 13.40, curata e condotta da Paola Severini

FederArteRom: online il blog

 |  06 Giugno 2011 - 12:36  |  Pubblicato in Vetrina

Allarghiamo i nostri confini culturali

La vita si Arturo Toscanini sulla Rai

 |  31 Maggio 2011 - 11:54  |  Pubblicato in Vetrina

Il 2 giugno di celebra il grande Maestro d'orchestra

In onda sulle frequenze di radio Rai Gr Parlamento, sabato 28 maggio alle ore 13.40, curata e condotta da Paola Severini

“Rebellio Patroni: la visita di Francesco e Caterina”

 |  24 Maggio 2011 - 12:45  |  Pubblicato in Vetrina

Paolo Consorti alla Biennale di Venezia

Contro l'individualismo indiscriminato

 |  23 Maggio 2011 - 17:10  |  Pubblicato in Vetrina

Vi comunichiamo in tempo reale un brano della prolusione che il cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale ha tenuto ora durante i lavori plenari del stessa CEI.

Cogliamo quindi l'occasione per riconoscere a Sua Eminenza un coraggio e una trasparenza straordinari nell'affrontare i gravi problemi che sono nati in seno al mondo cattolico a causa degli scandali di natura sessuale pubblicizzati dai media in questi ultimi giorni:il potente documento di cui potete leggere un estratto conferma sempre di più la linea coerente e ferma di tutta la CEI a questo riguardo e valorizza poi,rispetto al compito pastorale della Chiesa Italiana, ferme posizioni rispetto l'accoglienza dell'Altro, approfondisce e ribadisce la necessità di non ricorrere alla guerra per risolvere le crisi internazionali, e fornisce indicazioni certe per combattere quella che qui chiama "la patologia del post-moderno che va sotto il nome di individualismo indiscriminato".

un documento, questa prolusione alla sessantatreesima assemblea dei vescovi italiani, che vale davvero la pena di essere letto e meditato.

 

La Redazione

AngeliPress.Com

 

 

Desidero per un istante riprendere il filo di un discorso già abbozzato in precedenti circostanze e che riguarda quella patologia del post-moderno che va sotto il titolo di un individualismo indiscriminato. A noi sembra che questa caratteristica stia determinando in alcuni ambienti, che forse si ritengono per altri versi i più emancipati ed evoluti, la tendenza ad una chiusura ermetica rispetto all’istanza sociale. Affermatosi inizialmente anche come un rifiuto all’eteronomia e come esigenza di affermazione della propria personale consapevolezza, l’individualismo ha finito con il cancellare il bisogno dello scambio con gli altri, cioè quell’interazione dalla quale dovrebbero discendere comportamenti condivisi. In un clima anti-autoritario può venire spontaneo immaginare che il comando morale sia surrogabile dall’autodeterminazione che scaturisce dalla libertà individuale. Quando però questa viene concepita come radicalmente sciolta da qualsivoglia istanza valoriale oggettiva, stenta a misurarsi e qualificare se stessa. Il marchio di eticità di un comportamento, infatti, non sta primariamente nel fatto di essere frutto di una scelta libera – che ne è premessa necessaria ma non sufficiente – ma nei contenuti della scelta stessa. Quando così non è, la libertà individuale si trasforma, prima o dopo, nel privilegio dei più forti. Bisogna, dunque, che non venga meno la differenza oggettiva che passa tra il bene e il male, tra il giusto e l'ingiusto, e non venga tutto affidato alla valutazione meramente soggettiva. In una simile prospettiva infatti, la convivenza si consegna esclusivamente a “procedure” che indicano i confini da non valicare, anziché affidarsi a valori veri e assoluti per i quali merita insieme vivere e lottare. Le “procedure” – in sé certamente necessarie – sono però sorrette dai numeri del confronto democratico, non sulla stabilità dei valori universali. Possono quindi portare ad esiti mutevoli. Ci si chiede, allora: è possibile vivere e spendersi per qualcosa che domani potrebbe non solo cambiare, ma essere ritenuto superato o addirittura deriso? La Chiesa, in certe temperie sociali e culturali, ha con maggiore insistenza richiamato l’unicità incomprimibile del soggetto umano, così che nessuna filosofia e nessun collettivismo potessero assorbirlo o ridurlo. In altri contesti, nei quali dominava un’impronta culturale individualista, ha dovuto richiamare l’imprescindibile struttura relazionale dell’uomo, per cui l’individuo non si realizza se non uscendo da se stesso per andare incontro agli altri, nel segno della gratuità e del dono. Lasciando che la propria libertà si misuri e si intrecci con la libertà degli altri, in vista di una sintesi più alta e benefica per i singoli e per la comunità. Oggi siamo sempre più dentro a questa deriva individualistica e solitaria. In altri termini, l’individualismo non può coincidere con l’«indifferenza», con l’apatia sociale, con il narcisismo incurante degli altri e del mondo. In questo, si vorrebbe davvero che le donne e gli uomini di cultura fossero anche illuminati nel saper cogliere in tempo i rapporti di consequenzialità tra le istanze da raccordare e i fenomeni che, pur volendolo, sarà poi impossibile evitare. C’è chi si ostina a rappresentare la Chiesa come un soggetto che si batte contro la modernità. Vorremmo appena ricordare che la modernità trova radici e, in fondo ha la sua migliore garanzia, nel Vangelo: la dignità incomprimibile della persona, l’uguaglianza fra tutti in quanto figli di Dio, la libertà che Cristo più di ogni altro rispetta, offrendo il suo amore salvifico e rigeneratore…sono le consapevolezze scaturenti da quelle pagine, da duemila anni germinatrici di testimonianze eloquenti. Più che avversaria della modernità, la Chiesa − a guardare bene − ne è l’anima. Si potrebbe dire che, con gelosia, ne custodisce gli ingredienti di base.

C’è anche chi, partendo da una ricognizione dei più recenti rivolgimenti in atto nel Nordafrica, riesce a scorgervi non solo la fine di ogni vera influenza occidentale, ma anche la prova che l’ordinamento assoluto messo in campo dalle religioni, compresa quella cristiana, si sta sgretolando, se già non è ormai abbattuto. In modo emblematico è la filosofia che si sarebbe incaricata di dimostrare come impossibile l’esistenza di una Verità o Essere assoluto che intenda valere come Principio del mondo. Ora, a parte una certa qual confusione tra gli assoluti terreni e l’assoluto della metafisica, c’è da notare la stranezza di un pensiero immanentista per il quale tutto – davvero tutto – si riduce ad un'unica, e alla fine liquida, realtà. Colpisce cioè l’assolutezza − eccessiva e fuori luogo − con cui si concepisce quest’unica realtà come tutta assoluta. E analogamente si concepisce come assoluto il proprio élitario pensiero. Onestamente, non si riesce a comprendere tale demolitoria lena nei confronti delle religioni, e di quella cristiana in particolare, e di conseguenza la corsa a frantumare qualunque premessa di alleanza virtuosa nel nostro Paese tra il cattolicesimo e l’umanesimo laico, come invece sarebbe decisamente da propiziare appena si voglia costruire. Noi crediamo che l’aver messo da parte ciò che ha in sé lo statuto epistemologico dell’assoluto non sia fino ad oggi servito a dare plausibile spessore morale ad una società inquieta e convulsa.

 

 

 

Accennavamo prima alle insurrezioni che dal mese di gennaio sono in atto nel Nordafrica e nel vicino Medio Oriente. Il fatto che l’accensione di queste sommosse sia avvenuta come in una sequenza di micce tra loro collegate, induce talora a ragionare come se si trattasse di situazioni omogenee con evoluzioni raccordabili. In realtà si tratta di contesti nazionali molto vari, in cui gli elementi che hanno avuto la funzione di detonatore sono in parte gli stessi e in parte assai diversi. Così che, a distanza di settimane, lo sviluppo dei fatti risulta tutt’altro che univoco. In Siria, la rivolta popolare è da oltre tre mesi in corso con manifestazioni alle quali il regime non ha prestato all’inizio il dovuto ascolto, reagendo poi con eccessi di violenza, che è causa di una sequenza interminabile di lutti, specialmente tra la popolazione civile. Arduo immaginare a breve esiti di ricomposizione sulla base dell’assetto preesistente, superato il quale tuttavia assai impervia appare la prospettiva di una coesistenza pacifica tra le diverse componenti etniche e religiose. Una questione questa che, tra il silenzio degli osservatori internazionali, ha trovato nel frattempo in Libano terreno per pericolose involuzioni. Mentre in Egitto, dove all’inizio si erano registrate perfino forme interreligiose di protesta, non hanno tardato le avvisaglie di lievitazione fondamentalista, giunte nelle ultime settimane a nuovi massacri a danno della minoranza copta. La quale non è, nella storia egiziana, una componente avventizia o aggiuntiva: essa, com’è noto, ha alle spalle una vicenda quasi bi-millenaria e può rivendicare un’identità autoctona. In altre parole, va affacciandosi il rischio di intollerabili imposizioni che schiacciano le minoranze, costringendole a scegliere tra discriminazione o emigrazione. Se in simili contesti può apparire una forzatura concepire l’emancipazione dai regimi dittatoriali nelle forme di una evoluzione democratica di tipo occidentale, è però ancor più evidente l’incongruenza di un’idea di cittadinanza imperfetta, in cui la parità tra i cittadini è gravemente inficiata dal peso delle appartenenze religiose. Occorre piuttosto che, nella rimodellatura di queste società e nella definizione dei loro sistemi giuridici, si affermi il concetto di cittadinanza egualitaria, per la quale non sono le maggioranze a garantire o a proteggere le minoranze, ma le une e le altre si riconoscono in un trattamento alla pari che ha perno sul valore della persona. Era questo, ci sembra, l’auspicio scaturito dal Sinodo per il Medio Oriente, celebratosi a Roma prima dell’avvio dei movimenti insurrezionali.

Il caso della Libia ci ha coinvolto fatalmente di più per evidenti motivi di vicinanza geografica, ma anche perché la repressione là intentata ha finito per provocare una reazione dapprima esitante, poi confusamente accelerata, da parte di singoli Paesi occidentali e infine della Nato stessa, autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. C’è da dire che la non chiarezza emersa al momento dell’ingaggio, ha continuato a pesare sullo sviluppo temporale e strategico delle operazioni che avrebbero dovuto avere la forma dell’ingerenza umanitaria, e hanno ugualmente causato gravissime perdite umane, anche tra i civili. Difficile oggi non convenire che nel concreto non esistono interventi armati “puliti”. È, questo, allora un motivo in più per intensificare gli sforzi che portino ad un cessate il fuoco, e quindi a sveltire la strada della diplomazia, preservando l’incolumità dei cittadini e garantendo l’accesso agli indispensabili soccorsi umani. Con ciò ci uniamo alle parole accorate del Papa: «la via del negoziato e del dialogo prevalga su quella della violenza, con l’aiuto degli Organismi internazionali che già si stanno adoperando nella ricerca di una soluzione alla crisi» (Appello al Regina Caeli, 15 maggio 2011).

Non può non colpire tuttavia il diverso atteggiamento adottato a livello internazionale tra la disponibilità all’interposizione armata e l’indisponibilità a suddividere il carico delle conseguenze umanitarie che lo scontro armato determina. Il nostro Paese, con la sua esposizione geografica, si è trovato e rimane in prima linea sul fronte degli aiuti e soprattutto della prima accoglienza per gli sfollati, i profughi e i richiedenti asilo che giungono sulle coste italiane, le quali sono ad un tempo il confine sud dell’Europa. Va da sé che se non avanza un più maturo senso di condivisione circa le responsabilità comuni, si aprono nel processo di integrazione falle di difficile rimedio. Ovvio che i cittadini d’Europa sinceramente comunitari vogliano a questo punto capire perché per i missili c’erano soldi e intesa politica, mentre per i profughi non ci sono i primi ed è inesistente la seconda. Quando è di ogni evidenza ormai la necessità di individuare una «via africana» verso il futuro, che dia speranza a quei giovani ma coinvolga significativamente anche i popoli dell’Occidente. Non tutto − bisogna dirlo − ha prontamente funzionato nei dispositivi di accoglienza messi in campo dalle autorità italiane, come non sono mancati i momenti di incertezza, o di esitazione nel mantenere gli impegni già presi. In generale però il Paese non può non essere fiero di quel che infine gli è riuscito complessivamente di offrire, a cominciare dalla gente di Lampedusa che, pur stressata da mesi di tensione e pur preoccupata per la prossima stagione turistica, ha saputo dar prova di un altruismo eroico, portando in salvo i naufraghi dell’ennesima imbarcazione incagliata nelle rocce. La visita che il 18 maggio scorso ho compiuto nella piccola isola, era un segno di vicinanza di noi Vescovi al Pastore di quella Chiesa, S.E. mons. Francesco Montenegro, e voleva avere il senso dell’ammirata solidarietà e della concreta amicizia da parte dell’intera comunità ecclesiale a quell’avamposto d’Italia che così bene sa interpretare il valore dell’accoglienza nonostante tutto, nonostante tante condizioni avverse: sia di esempio e di efficace stimolo per l’intera comunità nazionale. Questo il Santo Padre ha chiesto a noi e a tutti di fare, senza la paura per il diverso e lo straniero, giacché è proprio ciò che viene messo in campo che contribuisce al riconoscerci fratelli (cfr. Benedetto XVI, Discorso all’assemblea cit.).

 

 

 

La Redazione

AngeliPress.com

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