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150 anni di festeggiamenti

 |  15 Marzo 2011 - 12:33  |  Pubblicato in Vetrina

La settimana del tricolore

AUGURI ITALIA

 |  14 Marzo 2011 - 11:01  |  Pubblicato in Vetrina

UN CAMPANILE, CENTO CAMPANILI, UN MUNICIPIO, MILLE MUNICIPI, UN DIALETTO, TANTI DIALETTI, UNA CUCINA, MOLTI PIATTI DIVERSI... QUESTO È IL NOSTRO PAESE, FATTO DI PREZIOSE DIFFERENZE E DI SOSTANZIALI IDENTITÀ: QUANDO QUESTO ARTICOLO SARÀ STAMPATO, SAPREMO,FINALMENTE, SE IL 17 MARZO VERRÀ FESTEGGIATO O MENO, IN MODO SOLENNE, L’ANNIVERSARIO DELL’UNITÀ D’ITALIA OPPURE SE, OLTRE LE CELEBRAZIONI MINIME E OBBLIGATORIE, QUELLA DATA VERRÀ CONSIDERATA UN GIORNO COME UN ALTRO.


Nel Piccolo Principe l’autore, Antoine De Saint-Exupéry, scrive: “Che cos’è un rito? E’ qualcosa che fa diverso un giorno da un altro giorno, un’ora delle altre ore…”. Il libro è un capolavoro della letteratura per l’infanzia ma, certamente, ha ancora molto da insegnare a noi adulti; abbiamo davvero bisogno di un rito che sancisca l’identità comune dei cittadini di questa nazione, curiosa e bellissima? Oppure siamo così diversi che anche una festa, che cade ogni cinquant’anni, viene percepita da molti come una forzatura, perfino negativa e addirittura ingiusta? Come i lettori de L’Eco ben sanno, io sono una federalista arciconvinta, per dirla come un grande italiano, anzi un arcitaliano, Curzio Malaparte; ma quanti di voi sanno che il vero nome di Malaparte era Kurt Erich Suchert, figlio quindi di un non italiano…? Eppure, forse, almeno nel secolo scorso, non ci fu un italiano più italiano di lui!

Quel che voglio dire è che proprio l'avvento di nuove forme di gestione dell’amministrazione pubblica, proprio l’avvento del federalismo potrà rafforzare la struttura imprenditoriale della nostra terra e potrà spingere l’Italia, nuovamente, verso quel miracolo di economia virtuosa e competitività che ci aveva fatto crescere negli anni 60.
Anche da quel periodo, che aveva visto il paese festeggiare i cento anni dell’Unità, sono passati cinquant’anni, e il ciclo economico che disgraziatamente ci troviamo a vivere, noi e i nostri figli e nipoti, pur se contrassegnato da una crisi globale, è carico di speranza: perché abbiamo strumenti meravigliosi per affrontare e costruire il futuro, grazie ai progressi giganteschi nel campo della comunicazione e della medicina e delle scienze in generale; inoltre, proprio in questi giorni stiamo assistendo a un movimento di ricerca e richiesta di democrazia nei paesi del Nordafrica, con i quali l’Italia ha tradizionalmente avuto da sempre rapporti di grande scambio economico e salda amicizia.

C’è chi vede il bicchiere mezzo vuoto ed è preoccupato per le nuove ondate migratorie che premono sulle nostre coste, ma io spero che i nostri politici, della maggioranza e dell’opposizione, capiscano quale opportunità possa essere l’appoggiare questi movimentie questa gente, che finalmente intraveda l’opportunità di un futuro migliore, e per gli italiani, da generazioni oppure italiani nuovi nuovi, quante interessanti possibilità per le nostre imprese e per la nostra cultura di intervenire là dove sia per noi possibile. Nel frattempo non dimentichiamo la rivoluzione che noi stiamo vivendo: Il nostro paese, infatti, è percorso da una “rivoluzione” che, forse, gli italiani non hanno ben compreso nella sua enorme portata: l’avvento del federalismo. Il federalismo prossimo venturo, oltre a rappresentare un enorme cambiamento dal punto di vista amministrativo, legislativo e politico, rappresenta una evoluzione (forzata per coloro che ancora non l’hanno compresa) del nostro modo di pensare e di considerare l’amministrazione della cosa pubblica. Si tratta quindi di un cambiamento epocale che non sarà indolore, perché può essere identificato come un processo di crescita della coscienza civica, che costringerà la nostra popolazione, poco avvezza a confrontarsi con regole e responsabilità, a prendere coscienza che lo stato centralistico, una mamma al quale rivolgersi sempre e comunque, per trovare le soluzioni e i finanziamenti, non ha più la possibilità di esistere come fino ad oggi è stato concepito.

La globalizzazione, il cambiamento conseguente dei processi produttivi e le ondate migratorie difficilmente controllabili e regolamentabili (almeno fino ad oggi), unite alla mutazione della piramide sociale ci portano in modo urgente e forzoso, a confrontarci con una realtà che non è più prorogabile. Il federalismo diviene, in questa ottica, non soltanto una necessità ma la possibile soluzione.
E la scelta è soltanto tra due opzioni: federalismo egoista, che i professori chiamano competitivo o federalismo solidale. Il federalismo solidale rappresenta l’interpretazione migliore della rivoluzione amministrativa e culturale che sta investendo il paese: grazie alla produzione legislativa degli ultimi anni, che ha compreso la riforma delle autonomie locali, le leggi di decentramento, la disciplina del mondo del no profit, (onlus, cooperative sociali, ong, eccetera); la riforma delle pensioni, della sanità, del pubblico impiego, la disciplina del mondo che si fa carico dell’handicap, della tossicodipendenza, del servizio civile, dell’immigrazione, e la riforma dell’assistenza sociale.
Per questo, nonostante la mia ferma convinzione federalista, anzi proprio per ciò, festeggerò il 17 marzo, perché sono essenziali le cose che ci uniscono e che vi enumero nel mio ideale “catalogo del meglio degli italiani”: L’amore per la famiglia, il rispetto per i nostri anziani, la pratica della solidarietà, la creatività, la passione per la bellezza, la gioia di vivere, le visioni nelle nostre imprese. E per questa volta permettetemi di non citare le cose che non vanno e che ci dividono.

AUGURI ITALIA!

Paola Severini

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