Alessandra Servidori

    Alessandra Servidori

    L'articolo di Alessandra Servidori dedicato alla giornata di prevenzione salute e sicurezza

    In questa giornata dedicata alla prevenzione salute e sicurezza la riflessione è dedicata ad avvicinare l’interesse  e la  sensibilità ad una realtà sul lavoro per la    persona disabile, che aspetta ancora di essere corrisposta pienamente nelle  sue legittime aspettative, da parte di una società, quella odierna, non concretamente attiva e rispondente, in modo adeguato, nei confronti di alcune esigenze espresse in modo preponderante da parte di bambini donne e uomini disabili. Le analisi e gli studi portate avanti dalle tante discipline che, nel tempo, si sono occupate della disabilità, (dalla medicina alla psicologia, dalla sociologia all’ergonomia), ci hanno consegnato conoscenze indispensabili per raggiungere obiettivi importanti, ma LA PROMOZIONE DI UNA CULTURA DELL’INTEGRAZIONE DELLE DISABILITA’ rappresenta, sicuramente, una  condizione essenziale  per realizzare il progetto di UNA SOCIETA’ CAPACE DI GARANTIRE LE CONDIZIONI ESSENZIALI DI UGUAGLIANZA DI TUTTI I SOGGETTI, IN TUTTI GLI AMBITI SOCIO-CULTURALI. Di garantire loro soprattutto prevenzione salute e sicurezza.

    Sono molte le associazioni di promozione sociale che operano nell’ambito della disabilità con gli obiettivi di stimolare la ricerca, fornire spazi di ascolto, sostegno e orientamento alle persone diversamente abili ed una di queste è AngeliPress guidata da anni da Paola Severini con il sostegno di tanti amici volontari esperti in materia, per attivare iniziative, corsi di formazione- istruzione- avviamento al lavoro: tutte attività di fondamentale rilevanza, che devono essere integrate da azioni di sensibilizzazione e formazione rivolte ai soggetti cd normodotati, i quali devono essere opportunamente istruiti al confronto e all’interazione con soggettività complesse. Ciò assume particolare rilievo nei contesti lavorativi, nei quali si innescano relazioni particolari che chiamano in causa conoscenze e competenze specifiche, spesso acquisibili solo attraverso training e corsi di formazione ad hoc, e soprattutto entrano in gioco fattori fortemente contribuenti al processo di “costruzione” e rafforzamento della personalità, come l’autostima (ma non solo) ,il processo di socializzazione che si viene a innescare a partire dal primo approccio tra il disabile e i colleghi (oltre che la struttura della comunità lavorativa).

    Il collocamento sul posto di lavoro di un disabile , attraverso modalità complesse con  un percorso di inserimento e integrazione è particolarmente difficile, perché significa dedicare attenzione alle sue esigenze, dare ascolto alla sua diversità, prevedere momenti frequenti e costanti di confronto; significa mettere in atto un percorso aperto di grande attenzione  tra gli altri colleghi  con diverse competenze, utili per affrontare tutte le problematiche che emergono. I dati Istat certificano che la disabilità continua ad avere un impatto consistente sull’esclusione dal mondo lavorativo: solo il 19,7% delle persone con disabilità nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni risultano occupate, meno di un soggetto su cinque, contro una media nazionale del 58,7%. Anche la quota degli inattivi raddoppia tra le persone con disabilità rispetto a quella osservata nell’intera popolazione, quasi il 70% contro circa il 31%. Questo accade nonostante l’esistenza da oltre vent’anni di una legislazione che disciplina  e protegge il diritto al lavoro per le persone disabili.

    Nel 2019 sono stati 20 anni  della legge 68/1999, un provvedimento innovativo per l’epoca, nato con intenti sicuramente nobili, ma anche con dei limiti evidenti e non ancora superati neanche con gli ultimi provvedimenti dei tre anni successivi in cui si è sì novellato il Testo Unico  sul lavoro ma con un impatto irrisorio sui lavoratori diversamente abili. L’approccio “protezionistico” nei confronti della disabilità si riflette nel lessico con cui vengono presentati i portatori di handicap: “categoria protetta” è una definizione odiosa quanto quella di “quota rosa” e non è un caso che spesso e volentieri gender gap e disability gap vadano a intrecciarsi, creando una società in cui al contempo avere una disabilità ed essere donna significa sostanzialmente rinunciare a qualunque ambizione per la carriera. Non si deve più vedere certe categorie come un qualcosa da proteggere, ma vanno creati gli strumenti perché le persone possano tutelarsi autonomamente contro ogni forma di discriminazione, per quanto possibile. Per fronteggiare questa situazione, in alcuni Paesi si è pensato di inserire nelle aziende una figura di sostegno alla persona con disabilità: il disability manager. Per quanto possa risultare utile, il disability manager rischia però di essere l’unica a interfacciarsi con lei, di fatto isolandola ancora di più all’interno del contesto lavorativo.

    Sarebbe ben più efficace lavorare sulla cultura di tutte le persone coinvolte, cercando di aiutarle a comprendere che quasi sempre la disabilità è solo una caratteristica e non una barriera per un proficuo e continuo confronto professionale. Certamente è difficile farlo, a maggior ragione in un Paese dove la legge 68/199 è la prima a differenziare le persone con disabilità solo in base alla percentuale di invalidità. Un individuo affetto da diparesi spastica è diverso da un altro che presenta un differente livello di spasticità. Allo stesso modo un autistico di tipo aspergeriano ha peculiarità diverse da un autistico “classico”. Tutto questo la legge lo ignora, equiparando di fatto chi ha una handicap di tipo motorio a chi ha un deficit di natura diversa: è questo forse il limite maggiore di un provvedimento che non aiuta davvero a creare un rapporto di lavoro vantaggioso per entrambe le parti coinvolte.

    Nella maggior parte dei casi sia le aziende che gli enti pubblici non assolvono alla Legge 68/99 e non assumono disabili secondo le quote stabilite, pagando delle sanzioni piuttosto elevate quantificabili in circa 153 euro al giorno per ogni giorno di mancata assunzione di un disabile. Non esistono dati ufficiali, ma da stime approssimative quello che oggi le aziende italiane versano in sanzioni è di circa 15 miliardi di euro, mentre la cifra versata dagli enti pubblici sarebbe di circa 7 miliardi di euro.

    Disabili e PNRR, un articolo di Alessandra Servidori

    Il riconoscimento di diritti, inclusione e pari opportunità per tutte le persone con disabilità, è appena rintracciabile nel  PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), in cui i temi centrali che riguardano la disabilità,  nelle bozze sono deboli e fragili. I problemi che pesano sugli  italiani  disabili sono  numerosi e irrisolti da molto tempo. Prima di tutto la questione salute e vaccini poiché diventa sempre più urgente e necessario dare delle risposte e concrete indicazioni alle migliaia di richieste di informazioni che stiamo raccogliendo  ogni giorno da parte delle persone con disabilità e delle loro famiglie, già aggravata dalla mancata attuazione dei Livelli Essenziali di Assistenza e le criticità ancora esistenti nella fornitura degli ausili e dei presidi. Purtroppo, certamente aggravata dal Covid, ma non è  garantita a tutt’oggi  la continuità nei percorsi di presa in carico dei “pazienti” cronici complessi, delle malattie rare, potenziando la dimensione di umanizzazione delle cure, promuovendo allo stesso tempo le innovazioni già sperimentate; tutti quei percorsi, cioè, che garantiscono equità di accesso alle cure e sostenibilità, come la telemedicina, la dematerializzazione delle ricette, le modalità di consegna di farmaci a domicilio, solo per citare alcune soluzioni.

    Nelle scuole peraltro chiuse ora posto che si immagina la riapertura dopo Pasqua  è necessario convergenza di idee e di programmi tra i due dicasteri di disabilità e istruzione,perché la segmentazione delle politiche, penalizza sempre di più i giovani disabili e le loro famiglie ed è urgente sviluppare la promozione di un nuovo modello qualitativo, e non solo quantitativo, di inclusione scolastica, riconoscendo tutte le figure professionali che a vario titolo operano per tale obiettivi con particolare riguardo all’implementazione di docenti di sostegnoCosì come il lavoro da sempre terreno di discriminazione per le persone con disabilità, reso ancor più scivoloso e complesso in questo periodo di crisi pandemica : ancora oggi nel mondo del lavoro le persone con disabilità nutrono diffidenza.

    Da 5 anni  attendiamo che le “Linee guida in materia di collocamento mirato delle persone con disabilità” previste dal decreto legislativo n. 151 del 2015, vengano concretamente applicate. C’è ancora una grande confusione  sui fondi disponibili in una ottica di durante e dopo di noi: occorre da subito investire su una azione sociale  della necessaria lotta alla segregazione e del relativo supporto alla domiciliarità̀ (Fondo per la Non Autosufficienza); del supporto ai caregiver familiari  (Fondo istituito nel 2017 ancora in sonno  e malamente distribuito alle Regioni,pochi e solo relativi agli anni 2018/2019 ); del bisogno di definizione di piani nazionali per avviare processi di de-istituzionalizzazione e di contrasto ad ogni forma di segregazione, con sostegni alla vita autonoma e indipendente.

    Vi è urgenza di un quadro di riforma e un Piano programmatico dell’attuale sistema di welfare che, attualmente è basato principalmente sul sistema di protezione, verso un nuovo modello che sia realmente calibrato sul riconoscimento dei diritti umani, civili e sociali. Sono gradite risposte chiare e concrete-

     

    Perché serve una riforma nazionale sull’assistenza agli anziani non autosufficienti.

    Passato inosservato il Rapporto sulla condizione degli anziani italiani non autosufficienti. Il Covid li ha sterminati nella prima fase, continua a colpirli ferocemente anche nella seconda e terza fase.

    Parliamo degli ultraottantenni che rappresentano una quota rilevante della popolazione over 65, in crescita numerica e percentuale.

    E già prima della pandemia, rispetto agli ultrasessantacinquenni, sono molto di più gli over 80 che presentano limitazioni funzionali e cioè oltre il 43% degli ultra 80enni, contro poco meno del 20% degli over 65.

    I dati su età e profili di fragilità delle persone decedute con il Covid-19 indicano che i più colpiti sono proprio gli anziani non autosufficienti. Per mesi abbiamo osservato se la centralità nella tragedia avrebbe almeno portato anche un effetto positivo e cioè  superare lo storico disinteresse della politica nazionale nei loro confronti. Ci sbagliavamo perché così non è stato. Diventano sempre più vitali gli strumenti di assistenza a sostegno di questi italiani e ad essere necessarie sono non solo le misure pubbliche di assistenza economica, come l’accompagno, ma anche e soprattutto l’assistenza domiciliare e residenziale, le cure intermedie e la tecnoassistenza.

    Un ruolo fondamentale lo svolge il welfare aziendale, perché le misure pubbliche non vadano in crisi a causa dei costi sociali eccessivi e le famiglie possano essere sostenute dai servizi contrattati a livello di sostegno per le lavoratrici e lavoratori. Sappiamo bene che i servizi a disposizione di coloro che assistono una persona anziana possono variare da Regione a Regione, nonché in base alla categoria di appartenenza: ad esempio, per i dipendenti e per i pensionati pubblici è disponibile il programma Inps Home Care Premium Hcp, che oltre a un beneficio economico riconosciuto per la cura del disabile eroga numerosi altri benefici, quali servizi professionali di assistenza domiciliare, supporti, prestazioni di sollievo. Lo sforzo riformatore, però, non ha toccato la non autosufficienza se non ora con il governo Draghi aver nominato un ministro per la disabilità. Peraltro senza portafoglio.

    Unanimemente  si osserva e si ritiene che le criticità dell’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, sinora fondata su una governance fortemente decentrata, potrebbero essere aggredite solo da una riforma nazionale. Lo stato dovrebbe svolgere due compiti essenziali:  finanziare il necessario ampliamento dei servizi pubblici (domiciliari, semi-residenziali e residenziali) attraverso un’incisiva azione a sostegno di regioni e comuni, che ne detengono la titolarità ma che – da soli – non dispongono delle risorse occorrenti. Dovrebbe inoltre definire alcune nuove regole rispetto gli obiettivi e le modalità di funzionamento del sistema, per migliorare la qualità e l’appropriatezza delle risposte. Questi sono stati, in effetti, gli assi portanti delle riforme introdotte in numerosi paesi dell’Europa centro-meridionale.

    Il rapporto Putting Quality First – Contracting for Long-Term Care esamina come gli appalti pubblici e le politiche di garanzia della qualità possono garantire un migliore accesso a servizi di assistenza a lungo termine di qualità. L’ultima analisi arriva un decennio dopo la pubblicazione del 2010 di Europe Service Network “Contracting for Quality” del Centro europeo per la politica e la ricerca sul benessere sociale che ha supportato la  ricerca, analizzando oltre 70 pubblicazioni scientifiche e 30 risposte al questionario dei membri ESN. La relazione conferma che gli appalti pubblici sono generalmente ben consolidati nel settore dell’assistenza a lungo termine in gran parte dell’Europa. Ad esempio, abbiamo visto che  in Spagna e in Gran Bretagna, vengono utilizzate clausole sociali per migliorare le condizioni di lavoro del personale addetto all’assistenza domiciliare. 

    Il passaggio dall’assistenza residenziale a quella domiciliare e comunitaria è una tendenza che diventerà sempre più importante negli anni a venire. Consentire alle persone di rimanere nella loro comunità le aiuterà a sperimentare una buona qualità della vita. Aiuterà anche a soddisfare la crescente domanda di LTC (long terme care), una sfida comune a tutti i paesi europei.

    I servizi domiciliari italiani oltre che maggiori fondi hanno bisogno di un totale ripensamento dei propri interventi. Infatti, la scarsità dell’offerta è accompagnata in tanti territori dall’incapacità di elaborare risposte consone alle molteplici esigenze legate alla non autosufficienza, e nel Decreto Rilancio il progetto di riforma della domiciliarità non c’era. Si è introdotto sì  un nuovo finanziamento di 734 milioni destinati all’assistenza domiciliare integrata, il  servizio pubblico erogato a casa degli anziani ma come per le altre voci del Dl Rilancio –sicuramente  un provvedimento di natura emergenziale – si è trattato di uno sforzo una tantum e solo per il 2020.

    In un ambito così sotto-finanziato, un sostanziale ridisegno degli interventi può essere realizzato solo se accompagnato da uno stanziamento aggiuntivo di natura strutturale e da una riforma complessiva vista la platea al quale si rivolge. Si tratta di  utilizzare anche il Fondo caregiver introdotto con una legge del 2017, sul quale è ancora in corso una incertezza determinata dalla mancanza di accordo sul ruolo del fondo che deve essere dato direttamente ai familiari perché ne facciano un uso di sollievo per loro e non da usare per una formazione obsoleta come purtroppo è stato deciso per i fondi dirottati alle regioni per il periodo 2018/2019/2020 – in totale meno di 70 milioni – che distribuiti agli enti locali, già erano pochi, e in più si sono perduti in rivoli di pseudo corsi formativi.

    Già oggi sono oltre 4 milioni le famiglie con un parente non autosufficiente e secondo una ricerca della cgil solo il 4,1% del totale della popolazione anziana complessiva usufruisce dell’Assistenza domiciliare integrata (Adi): si tratta di 502.475 persone, ovvero solo di una persona non autosufficiente su cinque. Di questi, oltre 414 mila (4,9% della popolazione anziana) risiedono nelle regioni del centro-nord, 192 mila (7,9%) in quelle del nord-est, 121 mila (3,5%) in quelle del nord-ovest, 101 mila (3,9%) in quelle del centro e 88 mila (2,3%) in quelle del sud.

    In Italia non esiste, come invece c’è in Germania, un’assicurazione obbligatoria sulla non autosufficienza. Un rischio certo, non una eventualità. Toccherà tutti, direttamente o indirettamente, in famiglia e nei nostri rapporti personali. Manca una consapevolezza generale.

    Un 8 marzo dalla parte delle donne che arrivano nel nostro paese, un articolo di Alessandra Servidori

    La chiamano immigrazione clandestina ma è traffico di esseri umani perlopiù donne e i loro figli. E in Europa si fa ancora troppo poco a 20 anni –inverno 2000 a Palermo, l’Italia ha ospitato la conferenza delle Nazioni Unite in cui è stata presentata la Convenzione contro la criminalità organizzata e dunque la tratta di esseri umani : “La prostituzione e altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o il servizio forzato, l’accattonaggio e la schiavitù,  l’espianto di organi, e nuove forme sconosciute di sfruttamento in aumento.” Gli ultimi dati diffusi dall’Unione Europea relativi all’anno 2017 – 2018 parlano di oltre 26.268 vittime

    La stragrande maggioranza di esse nel nostro continente sono ancora donne e ragazze (72%), dove lo sfruttamento sessuale è lo scopo primario del loro traffico (60%).  In questi due anni, i paesi con il maggior numero di vittime registrate sono stati il Regno Unito, la Francia, l’Italia, i Paesi Bassi e la Germania. Tre quarti dei trafficanti sono cittadini uomini dell’Unione Europea, che operano principalmente nel loro paese di cittadinanza e i  dati forniti mostrano che generalmente la metà delle vittime della tratta di esseri umani sono cittadini europei, sfruttati principalmente all’interno del loro paese d’origine. Tra le cittadinanze europee, le persone più sfruttate provengono dalla Romania, seguono poi Regno Unito, Ungheria, Francia e Polonia. Allo stesso tempo, anche i cittadini non europei, soprattutto donne provenienti dalla  Nigeriani, l’Albania, il Vietnam, la Cina e il Sudan vengono trafficate e portate all’interno dei confini dell’Unione Europea. L’adescamento delle donne avviene per la maggior parte dei casi da parenti o persone molto vicine alle vittime, partner o uomini che con la promessa di una vita migliore adescano giovani donne nelle zone più povere dell’Est Europa, portandole poi ha farle prostituire sul nostro territorio nazionale. Da oltre 30 anni l’Italia rappresenta poi la destinazione europea e punto di arrivo nel continente della tratta e dello sfruttamento sessuale sopratutto delle donne nigeriane. Arrivando in un nuovo paese, le donne non sono consapevoli di quale tipo di aiuto legale possono cercare, mentre altre hanno paura di chiedere aiuto a causa delle conseguenze e ripercussioni delle  maledizioni pseudo religiose di riti pagani su di loro e sulla loro famiglia.

    Con la pandemia, le attività di sensibilizzazione in strada svolte dalle ong per aiutare le vittime della tratta di esseri umani sono fortemente diminuite, lasciando ancora più casi da sostenere . La crisi sanitaria e il confinamento hanno fatto si che lo sfruttamento sessuale online  sia aumentato drasticamente; i predatori  hanno sfruttato la vulnerabilità dei e delle più giovani adescandoli su piattaforme online. Secondo la Commissione Europea la domanda di materiale pedopornografico sarebbe aumentata fino al 30% in alcuni stati membri dell’Unione.  In un recente rapporto , Europol l’Agenzia europea di polizia ha registrato un aumento dei reati informatici e dello sfruttamento sessuale dei bambini. L’Europol, inoltre afferma che, il 30% degli autori del reato che sono in possesso di materiale pedopornografico e attivi negli scambi online  sono inoltre coinvolti direttamente nelle azioni di coercizione ed estorsione.

    La legge emanata ventanni fa, non si pronuncia su realtà e fenomeni non ancora esistenti o ampiamente discussi all’epoca. Il traffico sessuale delle persone ltgb è comunemente trascurato e raramente segnalato dai governi locali e nazionali. Anche la maternità surrogata  è interpretata come una forma di sfruttamento e traffico di esseri umani. Secondo l’Ilo, la commercializzazione della maternità surrogata legale ha già dato vita a  una nuova forma di sfruttamento.La madre vende il suo ventre  e il bambino viene visto come una merce  consegnata al compratore dal genitore del bambino. Si può parlare di sfruttamento e vulnerabilità dei bambini, ma al contempo, dello sfruttamento della debolezza e situazione economica di alcune donne, costrette a espatriare nei paesi europei per intraprendere processi di fecondazione in vitro in cambio di un’ingente somma di denaro. Il rapporto della Commissione Europea inoltre menziona che il numero effettivo di vittime è probabilmente molto più alto di quello registrato, soprattutto perché al momento, rimane molto complicato identificare le vittime come tali, e riconoscere i nuovi fenomeni emersi. La promozione della cooperazione giudiziaria tra i paesi dovrebbe essere una priorità per combattere la criminalità transnazionale. Il parlamento e la Commissione Europea deve affrontare con più forza la sfida di questo orribile delitto inclusa l’accoglienza certa e la domanda di beni e servizi  da fornire alle vittime. Lo svantaggio degli immigrati (uomini e sopratutto donne) nel mercato del lavoro dei paesi riceventi è enorme. Sono svantaggiate a causa del loro livello di qualificazione: questo vale in particolare per le migranti provenienti da Africa, Asia e America Latina, dove i tassi di istruzione sono in generale relativamente bassi. In secondo luogo, il loro capitale umano e  i titoli di studio stranieri, ad esempio, non vengono riconosciuti dai datori di lavoro e la distanza linguistica spesso impedisce di usare le proprie competenze nel paese di destinazione. Oltre alla lingua e ai titoli di studio, altre risorse occupazionalmente rilevanti sono localizzate e possono perdere di valore con lo spostamento territoriale: la maggior parte dei migranti dispone di informazioni limitate sul funzionamento del mercato del lavoro nei paesi di destinazione, e dunque essi faticano a trovare un lavoro adeguato alle proprie competenze e aspettative . Le  migranti di norma sono privi di sostegno familiare, e quindi devono trovare lavoro per potersi mantenere e per poter mandare denaro a casa.

    Rispetto ai lavoratori e lavoratrici nativi, sono quindi più propensi a inserirsi negli strati inferiori del mercato del lavoro, dove c’è una costante richiesta di lavoro ma con condizioni lavorative e retributive relativamente basse e scarse possibilità di crescita professionale. Questo è particolarmente vero in paesi come l’Italia, dove i migranti hanno difficoltà ad accedere ai benefici del welfare state.  in Italia coesistono una regolazione del mercato del lavoro relativamente rigida sul piano formale, e una sostanziale tolleranza per l’economia illegale, dove il mercato del lavoro è regolato in modo informale ed estremamente flessibile, creando occupazione dequalificata, poco pagata e pericolosa soprattutto per le donne. Negli ultimi anni si è sviluppata un’ampia letteratura internazionale che ha analizzato le cosiddette “catena di cura globali”, intese come una forma di esternalizzazione delle risorse di cura dai paesi più poveri a favore delle famiglie dei paesi più ricchi che possono permetterselo . Per esempio, molte donne dell’Europa dell’Est, ma ultimamente anche dei paesi orientali, anche se molto scolarizzate, lasciano mariti, figli e genitori anziani per emigrare in Italia e svolgere lavori poco qualificati come, appunto, quelli legati all’assistenza degli anziani. Il Governo Italiano e Draghi  ha promesso di occuparsi della situazione femminile: bene ci siamo e ci saremo per noi e altre che già sono nel nostro Paese e che hanno bisogno di solidarietà e azioni concrete. 

     

    Maratona per l'Europa. Articolo di Alessandra Servidori

    Nelle 5 fasce delle linee guida del Piano Recovery è necessario  lavorare trasversalmente per impostare politiche attive di gender mainstreaming per  gestire la fase della ripresa non solo attraverso il piano straordinario di investimenti ma anche mediante opportune scelte di regolazione del lavoro e dell’impresa. La necessità di transitare da forme indifferenziate di protezione delle produzioni a meccanismi selettivi in favore di quelle che hanno i fondamentali idonei a consentirne la sopravvivenza e la crescita è indispensabile per l’occupazione femminile contrastando le sirene dei sostenitori dell’assistenzialismo senza limiti. https://servedby.publy.net/lg.php?bannerid=0&campaignid=0&zoneid=24007&loc=https%3A%2F%2Fformiche.net%2F2021%2F02%2Flavoro-imprese-e-welfare-sfide-draghi-sacconi%2F&referer=https%3A%2F%2Fwww.google.com%2F&cb=4019386380Sviluppando   anche progetti di economia circolare e sussidiaria in un sistema integrativo dei servizi.

    L’obiettivo  anche se in un secondo tempo è la riforma degli ammortizzatori sociali, che la complessità della realtà si è sempre incaricata di mettere in discussione, ma  subito  bisogna far funzionare l’accompagnamento al lavoro di disoccupati/e  e inoccupati/e attraverso i servizi di riqualificazione professionale liberamente scelti dal beneficiario/a e remunerati a risultato. Così come la auspicabile volontà di rinnovamento dei metodi e contenuti pedagogici dell’istruzione pubblica necessaria per superare ogni valutazione da parte di molti docenti che usano il principio della libertà educativa per coprire l’autoreferenzialità corporativa.E soprattutto per riordinare gli orientamenti degli studi STEM sia per i giovani e per le giovani donne che comportano anche un aggiornamento degli stessi docenti.

    Il nodo della produttività  è indispensabile per sbloccare  un vecchio modello contrattuale che si esaurisce nella dimensione nazionale per definizione egualitaria e indipendente dai parametri misurabili solo in azienda e, al più, nei diversi territori. La visione coraggiosamente sussidiaria del vecchio contratto dei metalmeccanici, in sede di rinnovo, si è dovuta arrendere al ritorno dell’aumento centralizzato per assenza di un contesto ad essa favorevole là dove la riproposizione di una incentivazione fiscale semplice e automatica per tutti gli incrementi salariali decisi dagli accordi di prossimità può sostenere il lavoro femminile. Così come l’estensione dei fondi bilaterali per colmare il deficit di congedi parentali usando la bilateralità come sussidiarietà tra lavoratrici e lavoratori posto che la questione congedi non è solo di genere femminile ma anche maschile.

    Necessario intervenire con politiche di sostegno alla disabilità sia nel lavoro che nella vita consapevoli che le donne con disabilità sono invisibili perché le  rare politiche di genere non influenzano la loro condizione e le politiche sulla disabilità non tengono conto del genere; non sono mai considerate in relazione alla femminilità , alla maternità , alla genitorialità ,  detengono il più alto tasso di non impiego e sono più spesso escluse dai sistemi educativi; sono normalmente dissuase dall’avere figli; a loro il più alto tasso di violenze ed abusi subiti.

    Sul versante previdenziale  esaurita “quota 100”,   si deve introdurre una flessibilità strutturale del sistema previdenziale per evitare lo “scalone” e corrispondere al ricambio generazionale che la crisi pandemica e la digitalizzazione hanno evidenziato. Servono   norme semplici e generalizzate   come accade in Europa soprattutto per le lavoratrici per recuperare il deficit contributivo mancato dalle pause del lavoro dovute alle pause per la cura dei  figli e degli anziani.

    Alessandra Servidori

    Articolo di Alessandra Servidori, "Caregivers? Fondo e iniziativa politica vaporizzati"

    La legge di bilancio n. 178/2020 ,già in Gazzetta Ufficiale,  per il triennio 2021/2023  illude ancora una volta i cargivers , coloro che assistono  a casa un familiare disabile. Sono tanti ,da una ipotetica indagine in difetto, almeno 500mila .E’ dal 2017 che la legge n.205  riconosce la figura giuridica del caregiver familiare e istituisce un Fondo, che in tre anni arriva a 70 milioni di euro, per sostenere direttamente il valore sociale ed economico del lavoro di cura che svolgono, e che se non svolgessero ricadrebbe sullo Stato con costi ben più alti. In mancanza, però, di una legge che stabilisca formalmente chi sono i caregivers familiari, quei soldi non sono mai stati attribuiti. Congelati.

    Il secondo premier Conte ha tenuto per sè la delega per le disabilità, togliendola al Ministero del Lavoro ma ha attribuito al ministro per la Famiglia, Elena Bonetti, quella per spendere i soldi del Fondo. Ma assieme alla collega del Lavoro, Nunzia Catalfo, hanno compiuto alcuni errori gravi: hanno individuato come destinatari di quei fondi i caregivers familiari di persone con “disabilità gravissime”, fattispecie discriminatoria e giuridicamente inesistente; hanno limitato il sostegno economico ai soli caregivers “di coloro che non hanno avuto accesso alle strutture residenziali a causa delle disposizioni normative emergenziali” oltre che di una non meglio precisata misura di “ricongiungimento”; hanno consegnato alla Conferenza Stato Regioni il Fondo  “68,314662 milioni”  ripartito tra le regioni affinché lo destinino probabilmente alle cooperative, non direttamente ai caregivers o comunque ancora peggio per la formazione(?) e dunque agli enti decotti. 

    Dunque è lampante :  non si rispetta la legge del 2017,si sono sottratti 1,685339 milioni di euro che mancano all’appello e ora con la legge ultima di bilancio si rimette  presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, un altro(?)fondo, con una dotazione di 30 milioni di euro per ciascuno degli anni 2021, 2022 e 2023. Aspettando sempre i decreti attuativi che non si sa quando arriveranno. Ancora.Con il comma  365 art 1 viene previsto a favore delle madri disoccupate o mono-reddito facenti parte di nuclei familiari monoparentali con figli a carico aventi una disabilità riconosciuta in misura non inferiore al 60% un contributo mensile nella misura massima di 500 euro netti, per ciascuno degli anni 2021, 2022 e 2023. Però i 500 euro al mese è la “misura massima” su cui verranno poi indicate le modalità di graduazione di quell’importo, e il testo non prevede espressamente nessun limite di reddito. Non si riferisce nemmeno all’ISEE, cosi’ come non precisa se vi siano incompatibilità con altre misure assistenziali (ad esempio il reddito di cittadinanza che dovrebbe già raggiungere questa platea). Ma i limiti ci saranno: è autorizzato un fondo di 5 milioni come la cifra massima destinata a questi interventi: finiti i soldi non si erogano più contributi e chi primo arriva si prende un po’. Altro problema è il limite al 60% di invalidità. I minori, salvo casi particolari, non vengono percentualizzati, come pure non vengono percentualizzati i ciechi e i sordi e quindi quella soglia,  non è individuabile. E poi l’equiparazione fra una evidente “disoccupazione” e di un vago “monoreddito” è ridicola : non tutti sono poveri  i monoreddito . E poi ancora, alle madri sì e ai padri no? Un vulnus costituzionale  e discriminante evidente.

     

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