02 Aprile 2003 - 18:50

    1. DUE NUOVE PRIORIT

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    Lo scopo di questo Libro Bianco di mettere a punto un quadro di riferimentoi per realizzare e rinforzare la coesione\r\nsociale del Paese. Sotto questo profilo importante identificare due assi portanti sui quali fondare il quadro operativo delle\r\npolitiche future. Il motivo per cui vengono segnalati in maniera distinta, estraendoli per cos dire dal corpo dei macroobiettivi\r\n(che saranno sviluppati nel terzo capitolo) perch essi sono stati per anni ignorati dalle politiche pubbliche. E il\r\ncaso della transizione demografica e dei suoi effetti sui rapporti inter-generazionali. Oppure della famiglia, relegata\r\n dall ideologia in fondo alla scala delle priorit sociali moderne.

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    1.1. GESTIRE LA TRANSIZIONE DEMOGRAFICA

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    1.1.1. Un Paese sulla via dell invecchiamento

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    Nella classifica internazionale dei paesi che nel prossimo cinquantennio risulteranno pi esposti\r\nall invecchiamento della popolazione l Italia al secondo posto, subito dopo il Giappone. Una situazione\r\nallarmante. Il problema che, nonostante i numeri , la priorit di bloccare il declino demografico non \r\nmai entrata veramente nell agenda politica dei passati governi. Sono mancate visioni e scelte che, sia pur\r\nnel medio periodo, consentissero di frenare e poi invertire la situazione attuale.
    \r\nIn poche materie come la demografia necessario agire oggi per ottenere risultati domani. Una priorit \r\ncon esiti, per cos dire, differiti che richiede gradualit , costanza e linearit di intervento.

    \r\nLa situazione
    \r\nIl fattore responsabile dell invecchiamento del Paese non solo l allungamento della vita degli individui\r\nma anche il crollo del tasso di fecondit totale verificatosi a partire dalla met degli anni 70. In questi\r\nanni si registrato un decremento del numero medio di figli per donna da livelli prossimi all equilibrio\r\ndemografico (2,1) fino ad un valore minimo di 1,18 nel 1995. Dalla met degli anni 90 fino ad oggi la\r\nfecondit si mantenuta pressoch stazionaria intorno ad un valore di 1,2 figli per donna (1,25 nel\r\n2000). Questo calo delle nascite sta avendo effetti pesanti sul mercato del lavoro, essendo il flusso dei\r\nnuovi ingressi inferiore a quello del decennio passato. La popolazione in et di lavoro non solo sta\r\ndiminuendo ma contemporaneamente diventa sempre pi vecchia.

    \r\nInvertire la tendenza
    \r\nL esperienza di altri paesi fornisce concrete indicazioni su come gestire i risvolti pi complessi\r\ndell invecchiamento distribuendoli su un numero maggiore di nati. Si veda il caso della Svezia, che nel\r\ngiro di due decenni riuscita a lasciare l ultimo posto della classifica demografica europea per\r\nconquistarne il primo. Lo stesso sta facendo la Francia, con un mix di politiche ben appropriate, come\r\nad esempio il sostegno al terzo figlio.\r\nLa storia demografica ci insegna che i progressi di domani si costruiscono lavorando sodo sull oggi. Gli\r\neffetti sul rapporto tra le generazioni sono infatti il risultato di lente stratificazioni che si producono nel\r\ntempo.\r\n\r\n
    \r\n\r\n\r\n\r\n\r\nCosa accadrebbe se l Italia avesse una fecondit pari a quella media dell Europa?
    \r\nPer illustrare gli effetti del tasso di natalit sui principali equilibri socio-economici si espongono\r\nbrevemente i risultati di una simulazione ottenuta ipotizzando che dai valori attuali il tasso di fecondit \r\ntotale del Paese risalga in dieci anni alla media europea (1,55).
    \r\nIl confronto stato fatto con lo scenario centrale delle ultime previsioni demografiche dell ISTAT\r\nrispetto al quale la simulazione differisce unicamente nell ipotesi di fecondit . Per le ipotesi riguardo alla\r\nsopravvivenza e alla migratoriet futura, nella simulazione sono stati assunti gli stessi livelli previsti nello\r\nscenario centrale ISTAT.
    \r\nEcco alcuni tra i principali risultati:\r\nIl numero di nascite resterebbe poco al di sotto dei valori attuali (520mila) per il prossimo trentennio invece di\r\ndeclinare nel 2030 a poco pi di 420 mila.
    \r\nLa popolazione residente resterebbe ai livelli attuali e sarebbe nel 2030 maggiore di 1.700.000 rispetto a\r\nquella relativa allo scenario pi probabile.
    \r\nL et media, oggi di 41,6 anni, salirebbe a 43,3 (invece di 43,6) nel 2010 e a 47,1 (invece di 48,1) nel 2030.\r\nLa percentuale di giovani con et compresa tra 0-14 anni, oggi al 14,4%, resterebbe al 13% (invece di 11,6)\r\nnel 2030.
    \r\nL indice di vecchiaia, espresso come il rapporto tra i maggiori di 65 anni ed i minori di 15 anni, passerebbe\r\ndal 127% di oggi al 140 % (invece di 146) nel 2010, per arrivare al 208% (invece di 242) nel 2030.
    \r\nIl numero di persone in et di lavoro diminuirebbe tra oggi ed il 2030 di circa 4 milioni, ovvero del 10%, di\r\nfronte ad una diminuzione di 4,5 milioni ovvero dell 11% dell ipotesi centrale delle proiezioni nazionali.
    \r\nL et media della popolazione tra 15-64 anni sarebbe di circa 6 mesi inferiore a quella dello scenario\r\ncentrale, pur risultando in crescita di 2 anni e mezzo rispetto ad oggi.
    \r\nIn conclusione, la struttura della popolazione ridiventerebbe pi larga , con effetti positivi crescenti sul\r\nmercato del lavoro (a partire dal 2020) come sul sistema dell assistenza e della previdenza. Gli effetti\r\nprecedenti si amplificherebbero in presenza di tassi di fecondit superiori a quelli ipotizzati e pari a quelli\r\ndi alcuni paesi come la Francia
    .\r\n
    La natalit : un effetto e non una causa
    \r\nLa capacit di un paese di sviluppare un equilibrio dinamico nella composizione della sua popolazione\r\ndipende da molti fattori. In primo luogo quelli soggettivi, ossia la libera scelta degli individui di\r\nprocreare. Ma questa scelta non del tutto libera . Essa condizionata dalla percezione del proprio\r\nbenessere personale, oltre che dal sostegno su cui la famiglia pu contare per svolgere il suo ruolo\r\nfondamentale nel ricambio inter-generazionale. Recenti ricerche mostrano che benessere personale e\r\ndimensione familiare sono strettamente collegati. Anche le scelte dei giovani in questo campo possono\r\nessere fortemente influenzate dall esperienza di vita nelle famiglie di origine.
    \r\nL ingresso nella vita adulta, l inserimento nel mondo del lavoro, l acquisizione di piena autonomia (da\r\nsoli oppure in coppia), il diventare genitori, hanno un impatto importante sui tempi della procreazione. Il\r\nritardo italiano nel succedersi di queste fasi si traduce in una contrazione del tempo utile per la\r\nprocreazione rispetto a quello che si registra in altri paesi europei.\r\n\r\n\r\n\r\n\r\n
    \r\nE importante sottolineare che da noi in crisi il modello reale e non quello ideale di famiglia. Infatti, se\r\ninterrogati sul numero ideale di figli (pi di due), gli italiani la pensano come i francesi, gli svedesi o i\r\ntedeschi. Ma quando si passa dai desideri alla realt la condizione italiana precipita segnando uno scarto\r\ndi 0,9 rispetto allo 0,4 della Svezia. Si tratta di un aspetto importante che distingue la situazione italiana\r\nda quella di gran parte dell Europa. Quali i motivi? La situazione economica, l esistenza o meno di\r\nservizi sociali, i tempi della vita familiare e di quella professionale, la qualit del sistema educativo, la\r\ndisponibilit di alloggi adeguati ai livelli di reddito delle giovani generazioni.

    \r\nInvestire in politiche favorevoli alla natalit
    \r\nSe il rinnovamento equilibrato delle generazioni riconosciuto come una condizione necessaria per\r\nsalvaguardare l equit intergenerazionale nella distribuzione delle risorse ha poco senso che le politiche\r\npubbliche continuino a parlare di centralit dell investimento nella risorsa umana (parole chiave:\r\noccupabilit , adattabilit , educazione permanente) disinvestendo nel contempo nel prodotto nuove\r\ngenerazioni. La contraddizione sta dunque qui: non si possono invocare investimenti materiali ed\r\nimmateriali per incrementare il capitale umano ed allo stesso tempo dare scarso rilievo all investimento\r\nrispetto all aumento quantitativo della risorsa umana , da cui dipende non solo la conservazione\r\ndell equilibrio demografico ma, in ultima analisi, la forza competitiva di una societ .
    \r\nL innalzamento del tasso di natalit resta dunque una condizione necessaria per ristabilire nel Paese un quadro di\r\nrinnovamento generazionale coerente con il mantenimento della coesione sociale e lo sviluppo economico. Infatti, come\r\nabbiamo visto, anche se la decisione di avere o meno dei figli resta una decisione delle singole coppie, certo che senza\r\nadeguate politiche familiari tutto diventa molto pi difficile.

    \r\n1.1.2. La situazione sociale

    \r\nI dati contenuti nell allegato statistico permettono una visione globale dei principali indicatori sociali del\r\nPaese. Laddove opportuno gli indicatori sono sviluppati sotto forma di tabelle comparative con gli altri\r\npaesi europei in serie annuali e disaggregati a livello di ripartizione geografica. Per rendere pi semplice la\r\ndescrizione della situazione sociale nei suoi principali capitoli ci richiameremo nel testo alla\r\nnumerazione dell allegato.

    \r\nPrincipali tendenze
    \r\nNonostante la leggera ripresa degli ultimi anni (da un tasso totale di 1,18 del 1995 a 1,25 del 2000) la\r\nnatalit si mantiene ad un livello che colloca il nostro paese al penultimo posto in Europa, appena\r\ndavanti alla Spagna, con un dato notevolmente inferiore alla media europea (pari a 1,53) che risulta\r\nanch essa in risalita con un passo pi veloce di quello italiano. Il rialzo dei tassi di natalit pi evidente\r\nin Francia, in Belgio ed in alcuni paesi del Nord-Europa. Anche se in via di attenuazione, si osservano\r\nnotevoli divergenze a livello territoriale in termini di natalit , con modelli riproduttivi improntati\r\nprevalentemente al figlio unico nel Nord e di due figli nel Sud.
    \r\nI mutamenti nella struttura della popolazione sono conseguenza sia del calo della natalit sia\r\ndell aumento della speranza di vita, che vede il nostro Paese ai primi posti in Europa. La convergenza dei\r\nvalori nelle varie ripartizioni geografiche rimarchevole e pu essere presa come un indice di qualit \r\ndella vita relativamente convergente. Tuttavia, l Italia offre un tasso inquietante nell indice di vecchiaia,\r\ncalcolato come rapporto tra il numero di persone con pi di 60 anni rispetto al totale del numero di\r\nminori di 20 anni, che incide sulla solidariet intergenerazionale di domani. Inoltre, aumenta il numero\r\ndelle famiglie (di circa un milione nel periodo compreso tra il 1993/94 ed il 1999/2000) mentre\r\ndiminuisce il numero medio dei componenti, passando da 2,8 a 2,7. Il modello tradizionale della famiglia\r\nsta drasticamente cambiando: aumentano le famiglie senza nucleo e le coppie senza figli mentre\r\ndiminuiscono le coppie con figli.\r\n
    \r\n\r\nLa famiglia sempre pi stretta e lunga. Cresce il numero delle generazioni contemporaneamente in vita,\r\nma diminuiscono i rapporti numerici tra le generazioni. Aumentano le famiglie con almeno un anziano\r\ne, in particolare, quelle con almeno un anziano con pi di 75 anni e pi (circa 600.000 nel periodo\r\n1993/94 - 1999/2000); aumenta inoltre il numero di anziani che vivono da soli, mentre diminuisce la\r\ncompresenza di pi generazioni all interno della stessa famiglia. Aumenta in questo modo il grado di\r\nseparazione generazionale degli anziani, cio degli anziani che vivono sempre di pi solo con altri\r\nanziani, in particolare nelle zone rurali soggette a spopolamento. La convivenza tra le diverse generazioni\r\n sostituita dall intimit a distanza: vicini, ma nelle rispettive autonomie. Gli anziani vivono vicini ai loro\r\nfigli, in maggioranza entro un chilometro o entro lo stesso comune, e si incontrano con una certa\r\nfrequenza. La lontananza fisica dai familiari viene avvertita come un problema solo dal 18 % degli\r\nitaliani.
    \r\nNell ambito della famiglia, ma non solo, gli anziani forniscono aiuti. Per i caregivers di 75 anni e pi gli\r\naiuti erogati si traducono principalmente in sostegno economico, assistenza all infanzia e\r\naccompagnamento. Le famiglie con almeno un ultra-settantaquatrenne ricevono aiuti da persone non\r\ncoabitanti principalmente sotto forma di prestazioni sanitarie, di accompagnamento e di assistenza,\r\nrealizzando in questo modo lo scambio intergenerazionale. A livello degli aggregati sub-nazionali, la\r\nsituazione del Paese mostra un notevole grado di convergenza nell intensit dell aiuto, ed una\r\ncaratterizzazione legata allo stile di vita, alle condizioni a livello della disponibilit di servizi ed alle\r\ncondizioni professionali dei membri della famiglia. In particolare l assistenza prestata ad adulti e la cura\r\ndei bambini costituiscono le principali forme di aiuto erogate in tutte le zone del Paese.\r\n
    \r\nAccanto alle famiglie senza figli aumentano le famiglie con un solo genitore e le famiglie in cui ambedue\r\ni genitori lavorano, anche se la ripartizione geografica fa segnare profonde differenze tra le varie parti del\r\nPaese. In particolare, se il lavoro di entrambi i genitori costituisce sempre pi la regola per le giovani\r\ngenerazioni del Nord-ovest e del Nord-est, esso costituisce ancora quasi un eccezione per il Sud dove il\r\nmodello di padre unico occupato continua ad essere prevalente. L incidenza del part-time resta ancora\r\nlimitata per le giovani generazioni e in particolare per gli uomini. L esistenza di figli con meno di 6 anni\r\nrisulta il motivo dominante per il part-time femminile, in particolare nel nord del Paese. Il calo della\r\nnatalit si traduce nella diminuzione del numero di fratelli, rendendo gli aspetti relativi alla\r\nsocializzazione con i pari sempre pi delicati. I bambini vivono sempre pi a casa, sostituendo il contatto\r\npersonale con la televisione ed i giochi individuali. Ma se i figli unici risultano svantaggiati sul piano della\r\nrete parentale, emerge la tendenza da parte dei genitori a favorire una pi ampia rete di relazioni\r\nall esterno delle mura domestiche. Come emerge da un indagine ISTAT su Famiglia, soggetti sociali e\r\ncondizioni dell infanzia i figli unici frequentano la scuola materna in misura superiore ai loro coetanei, si\r\nincontrano pi spesso con altri bambini al di fuori della scuola e partecipano pi spesso a corsi extrascolastici.\r\n\r\n\r\n
    \r\nEsiste una tendenza generalizzata allo spostamento in avanti dei tempi di vita. Si esce dalla famiglia pi \r\ntardi, si trova lavoro pi tardi, si fanno figli pi tardi. Il numero dei giovani tra 18 e 34 anni che vivono\r\ncon almeno un genitore in costante aumento e resta nettamente superiore per i maschi rispetto alle\r\nfemmine per effetto dell et al matrimonio mediamente pi elevata. Le cause di questi fenomeni non\r\npossono essere ricercate solamente nei problemi economici, negli elevati livelli di disoccupazione\r\nMinistero del Lavoro e delle Politiche Sociali\r\ngiovanile, nelle difficolt legate al mercato abitativo. La permanenza dei giovani in famiglia, ad esempio,\r\nnon sembra essere particolarmente influenzata dal livello di occupazione. Molti figli occupati continuano\r\na risiedere con i genitori ben oltre la trentina. Non ci si pu quindi meravigliare che l et media alla\r\nnascita del primo figlio, in Italia, sia tra le pi alte in Europa e che sia in costante incremento.\r\nNonostante le differenze economiche tra le varie parti del Paese, le quote di giovani che vivono con la\r\nfamiglia di origine assumono valori convergenti, anche se nel Sud la difficolt di trovare un occupazione\r\nrappresenta il motivo della permanenza in famiglia per una quota non trascurabile di ragazzi.\r\nI nuovi percorsi di conquista dell autonomia sono posti in essere dai giovani nell ambito di una famiglia\r\nche non pi quella autoritaria del passato, basata sui rapporti gerarchici di genere e generazione; al suo\r\ninterno i giovani dichiarano di trovarsi bene e riescono a ritagliarsi ampi spazi di autonomia. D altro\r\ncanto, spesso si esce dalla famiglia di origine per formare una nuova famiglia non solo dopo aver trovato\r\nlavoro per lui ma anche per lei. Emergono con evidenza difficolt ad uscire pi precocemente da casa\r\nper problemi economici e nella ricerca dell alloggio. Il lavoro da solo non basta se non percepito come\r\nsufficiente a permettere un esistenza decorosa; l uscire pi precocemente porta, nella percezione\r\ncomune, ad una maggiore probabilit di incontrare difficolt economiche senza opportune coperture.\r\n
    \r\nUn elemento di particolare differenziazione nel confronto dei percorsi dei coetanei degli altri Paesi\r\neuropei la durata degli studi. Circa il 16% dei giovani tra i 25 ed i 29 anni, ed oltre il 5% dei maggiori di\r\ntrent anni dichiara di restare a casa dei genitori per motivi di studio. Queste percentuali non depongono\r\nin favore dell efficienza del sistema educativo e costituiscono un serio campanello d allarme per\r\nl avvenire, in quanto, sovente, scarso successo negli studi costituisce prova di carenza di dinamismo per\r\nl ingresso alla vita attiva e rappresenta, in ultima analisi, un cattivo utilizzo della risorsa umana nella\r\ngenerazione della crescita economica e nel mantenimento di una solidariet intergenerazionale.\r\n

    \r\n1.1.3. I nuovi bisogni

    \r\nIl quadro della situazione permette di constatare che, per la limitata offerta di servizi, l esistenza di una\r\nforte domanda di interventi, a causa della carenza di opportunit in alcune realt locali finisce per\r\nscaricarsi totalmente sulle famiglie. Con la conseguenza che se questo attore dovesse indebolirsi e venir\r\nmeno, o perdere il suo ruolo tradizionale nella societ italiana (e vi sono segnali inquietanti in proposito),\r\na rischiare non solo la condizione di molti ma la struttura stessa del nostro sistema di welfare.\r\nGuardiamo pi da vicino come stanno le cose.\r\nI cambiamenti nella demografia della famiglia pongono alcune categorie, come i disabili gravi o i malati\r\ncronici e pi in generale tutte le persone contraddistinte da gravi handicaps fisici e psichici, e attualmente\r\nassistiti da genitori anziani, in una posizione di estrema fragilit . Questa situazione riguarda in particolare\r\nle famiglie mono-parentali..
    \r\nEsiste una domanda di nuovi modelli di welfare, con servizi di qualit , personalizzati e relazionali\r\n(contatto). La solitudine degli anziani, in particolare delle donne che si sono sposate in et pi giovane\r\nrispetto ai mariti e che hanno una speranza di vita maggiore di 7-8 anni rispetto agli uomini, costituisce\r\nun fenomeno sempre pi ampio; nelle zone fortemente urbanizzate, dove la socializzazione pu \r\nrisultare meno agevole e la qualit della vita inferiore, questo tipo di solitudine necessita di interventi\r\nfinalizzati a creare una specifica tipologia di servizi.\r\nA ci si aggiunge l esigenza di facilitare l inserimento delle giovani generazioni nella societ e nella vita\r\nlavorativa. Le carenze nell organizzazione scolastica e nelle relazioni tra quest ultima e la famiglia, lo\r\nsviluppo inadeguato di reti di relazione inter-personale, la funzione di divisione assunta dalla possibilit \r\ndi accesso alle nuove tecnologie sovente legata alle condizioni economiche della famiglia di origine o\r\nall appartenenza a collettivit marginali (es. immigrati) sono tutti fattori che in prospettiva\r\ncontribuiscono negativamente al benessere dei giovani ed al loro sviluppo.
    \r\nInoltre, emerge una significativa richiesta di alloggi, soprattutto da parte delle giovani coppie. Essa trova\r\nuna risposta non sempre ispirata a concetti di programmazione mirata ed innovazione urbanistica. Esiste\r\nin prospettiva una richiesta di adattamento strutturale del parco di abitazioni attuale, in maniera da\r\ngestire meglio le dipendenze fisiche, migliorare la qualit della vita, facilitare l accesso al servizio\r\nuniversale e ristabilire una equit inter-generazionale.\r\nMa quella che oggi chiamiamo comunemente domanda sociale si collega strettamente a tendenze in\r\natto nell organizzazione del sistema socio-economico del Paese e comprende anche una nuova\r\ndimensione: quella della sicurezza. Non si tratta unicamente di questioni legate alla disponibilit delle reti\r\ndi assistenza ma di qualcosa che interessa l organizzazione stessa della vita e delle relazioni\r\ninterpersonali.
    \r\nIl Governo avvier progetti-pilota per soddisfare i nuovi bisogni facilitando l accesso agli strumenti finanziari esistenti, in\r\nparticolare quelli disponibili in ambito comunitario per il sostegno di progetti a vocazione transnazionale.

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    1.2. INSERIRE LA FAMIGLIA AL CENTRO DELL AZIONE POLITICA

    \r\n1.2.1. La famiglia oggi ed il suo ruolo nel welfare
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    \r\nIl fatto che solo una quota marginale delle prestazioni di assistenza sia coperta dal sistema pubblico o dal\r\nterzo settore un esempio illuminante del carico che la famiglia costretta a sopportare per garantire\r\nsolidariet nei confronti dei soggetti pi deboli del sistema. La famiglia non dunque solo una somma di\r\nindividui ma anche e soprattutto un luogo in cui la rete relazionale base per la gestione comune delle\r\nrisorse. Va dunque riconosciuto il suo ruolo di soggetto protagonista del welfare.\r\nDi fronte ad elementi crescenti di fragilit (come quello demografico), l ampliamento dei servizi in\r\nfavore della famiglia condizione necessaria ma non sufficiente. Il sostegno alle responsabilit familiari\r\nnon dunque una politica di settore quanto piuttosto il risultato di una molteplicit di interventi che\r\nne riconoscono il ruolo di vero e proprio attore di sistema .
    \r\nIl sistema di welfare italiano ancora improntato ad un concetto di deficit model di tipo erogatorio, basato\r\nin prevalenza sull intervento in caso di bisogno e sull offerta di prestazioni da parte delle agenzie\r\npubbliche o del privato-sociale che gestiscono i servizi. Un modello nel quale non a caso non prevista\r\nun azione di mantenimento e rafforzamento delle relazioni familiari.
    \r\nAnche se va dato atto alla legge 328/2000 di aver rappresentato una soluzione di continuit rispetto al\r\nnulla esistente in tema di politiche sociali, va riconosciuto che essa presenta forti limiti nella\r\nvalorizzazione della famiglia come sistema di relazioni, in cui i soggetti non sono solo portatori di\r\nbisogni ma anche di soluzioni, stimoli ed innovazioni.

    \r\n\r\nLa solidariet
    \r\nLa famiglia stata e continua ad essere un potente ammortizzatore sociale, agendo da sistema di\r\nprotezione dei propri componenti nei passaggi cruciali delle fasi del ciclo di vita e in occasione di\r\nparticolari eventi critici (nascita di figli, disoccupazione, malattia, ecc.). La solidariet e lo scambio\r\nreciproco di aiuti tra genitori e figli fondamentale e svolge un ruolo centrale nelle reti di aiuto\r\ninformale. L aiuto erogato all interno della rete parentale, amicale e di vicinato, riguarda oltre il 94% dei\r\ncaregiver e coinvolge tutte le fasce di et , nel senso che tutte le categorie d et danno e ricevono aiuti. Le\r\nreti di solidariet che operano nelle famiglie e tra le famiglie, hanno una grande consistenza e\r\ncoinvolgono parenti, amici, vicini su base individuale o uniti in forme associative di vario genere. Si tratta\r\ndi 3 miliardi di ore su base annua di cui solo il 5% assorbito dal volontariato di origine extra-familiare.\r\nSi tratta di aiuti economici, di tutela della salute, di assistenza e nel lavoro e studio.\r\nA livello sub-nazionale, il coinvolgimento attivo nelle reti di solidariet da parte dei residenti nel Nord \r\nsuperiore a quello delle regioni del Meridione; tuttavia, lo svantaggio in termini di presenza di caregivers si\r\nriflette molto limitatamente sulla percentuale di famiglie aiutate, sostanzialmente uguale alla media\r\nnazionale.\r\n\r\n
    \r\nSembra emergere un effetto sostituzione degli aiuti informali con aiuti a pagamento a causa della\r\nminore disponibilit di tempo dei caregivers - soprattutto delle donne sempre pi inserite nel mercato del\r\nlavoro - da dedicare all assistenza di membri della famiglia. Aiuti a pagamento che si indirizzano\r\nprevalentemente a funzioni di baby-sitter e di assistenza a persone dipendenti. Anche in questo caso la\r\ndifferenza tra le varie parti d Italia non importante nei valori assoluti mentre alcune tipologie di\r\nfamiglie quali quella monogenitore o senza figli, presentano un intensit di richiesta nettamente superiore\r\na quella di altre tipologie.

    \r\nLa povert e l esclusione sociale
    \r\nIn Italia circa il 12% delle famiglie e il 13,6% delle persone si trova ancora in condizioni di povert \r\nrelativa. Si tratta di un totale di quasi 8 milioni di persone e di oltre 2,5 milioni di famiglie, concentrate\r\nper oltre i due terzi nel Mezzogiorno e nelle Isole. La povert relativa grandemente dipendente dal\r\nlivello di istruzione della persona di riferimento: quasi assente al centro-nord per livelli di scuola media\r\nsuperiore ed oltre, tocca nel sud del Paese circa un terzo delle famiglie con persona di riferimento avente\r\nun titolo di scuola elementare o nessun titolo. Essa dipende in misura minore dalla posizione\r\nprofessionale della persona di riferimento, purch in attivit , mentre colpisce in misura notevolmente\r\nsuperiore i ritirati dal lavoro, in particolare i disoccupati di lungo periodo.\r\n\r\n\r\n\r\n\r\n

    \r\nFamiglie povere per ripartizione geografica - Anno 2001\r\n(per 100 famiglie povere)

    \r\nNord
    \r\n20%

    \r\nCentro
    \r\n14%

    \r\nMezzogiorno
    \r\n66%\r\n

    \r\nPi in generale la povert dipende dalle dimensioni della famiglia, aumentando in maniera sostanziale\r\ncon il numero dei figli minori, in particolare nel passaggio da 2 a 3 figli. Essa colpisce inoltre le famiglie\r\ncon anziani ed aumenta con il numero degli anziani presenti in famiglia. Essa, in ultima istanza, colpisce\r\nle famiglie con persone in cerca di occupazione e, ancora una volta, aumenta in relazione al numero di\r\npersone che si trovano in questa condizione. Laddove le condizioni legate all appartenenza geografica,\r\nalla dimensione familiare e allo stato occupazionale delle persone di riferimento si sommano\r\nnegativamente, possibile assistere a delle concentrazioni locali del fenomeno tali da toccare la maggior\r\nparte dei residenti, la costituzione di sacche di povert persistenti e l apparizione di fenomeni irreversibili\r\ndi esclusione sociale.\r\n\r\n\r\n
    \r\n\r\nLe famiglie con disabili rappresentano l 11% del totale, e di poco inferiori sono le quote di famiglie con\r\ndisabili di 65 anni e pi e con almeno un disabile grave. La percentuale di famiglie con disabili pi \r\nelevata nell Italia meridionale ed insulare probabilmente a causa del livello della qualit della vita esistente\r\nnei tempi passati. Problema particolare quello delle generazioni che devono farsi carico dei genitori\r\nmolto anziani non coabitanti che presentano limitazioni all autonomia personale. Il numero di persone\r\ntra i 50 ed i 60 anni che hanno un genitore in queste condizioni (circa 1 milione e 200 mila) d , in questo\r\nMinistero del Lavoro e delle Politiche Sociali\r\nsenso, un indicazione quantitativa dell ampiezza del fenomeno e del potenziale interesse a sviluppare\r\nparticolari misure di conciliazione per questa tipologia di bisogno.
    \r\nLa famiglia e le associazioni delle famiglie, nella loro qualit di soggetti portatori di conoscenza di\r\nbisogni e delle loro possibili soluzioni, costituiscono un attore centrale del sistema. Esse vanno quindi\r\ncoinvolte dalla fase di elaborazione delle decisioni a quella operativa.
    \r\nIl Governo riconosce alla famiglia un ruolo essenziale nella compensazione dei deficit inter-generazionali e nella costruzione\r\ndella rete della solidariet sociale. Un modello che si basa sul rafforzamento dei suoi interventi nella societ e\r\nsull empowerment degli scambi tra famiglie.

    \r\n1.2.2. Politiche e strumenti per il sostegno della famiglia

    \r\nLa fiscalit
    \r\nA differenza di quanto avviene nella stragrande maggioranza dei paesi europei, in Italia il sistema fiscale\r\nsembra ancora ritenere che la capacit contributiva delle famiglie sia influenzata in misura irrilevante\r\ndalla presenza di figli a carico e dall eventuale scelta di uno dei due coniugi di dedicare parte del proprio\r\ntempo a curare, crescere ed educare i figli. Mentre di norma in Europa, a parit di reddito la differenza\r\ntra chi ha e chi non ha figli a carico consistente, in Italia ancora trascurabile.
    \r\nA titolo di esempio, la differenza di imposta diretta su un reddito nominale di 30mila Euro per una\r\nfamiglia con due figli ed una coppia senza figli era nel 2001 di oltre 3mila Euro in Francia, oltre 6mila\r\nEuro in Germania e di 500 Euro nel nostro Paese.\r\nIntrodurre un modello di fiscalit capace di assorbire una parte consistente del mantenimento dei figli\r\nappare quindi una condizione necessaria. In particolare per quelle classi di reddito basso e medio in cui\r\nl effetto combinato delle maggiori imposte e dei costi aggiuntivi per i figli a carico rischia di costituire un\r\nvero e proprio deterrente economico, tale da scoraggiare o limitare la natalit . Che si tratti di quoziente,\r\ndi detrazioni oppure di deduzioni, che lo si faccia privilegiando il secondo figlio o i figli successivi al\r\nsecondo, la casistica europea cui rifarsi ricca di esempi interessanti. La riforma fiscale deve dunque\r\ndiventare uno strumento importante in favore delle politiche familiari.
    \r\nNumerosi studi hanno contribuito a misurare l entit della manovra macroeconomica necessaria a fare in\r\nmodo che il prelievo fiscale sul nucleo familiare avvenga non sul reddito nominale ma piuttosto su\r\nquello decurtato dai costi necessari al mantenimento dei figli. Se l obiettivo generale quello di una\r\ndiminuzione progressiva della pressione fiscale media, nell ambito di questa manovra possibile\r\nprocedere ad una modulazione delle imposte per il riequilibrio orizzontale dell imposizione diretta. Stime\r\nprudenziali, tendenti a valutare il minor impatto fiscale per le famiglie con figli, indicano in 8-10 miliardi\r\ndi Euro la somma complessiva che le famiglie con figli dovrebbero pagare in meno se il loro carico\r\nfiscale fosse equivalente a quello dei contribuenti senza figli. Il risultato corrisponde a quanto si\r\notterrebbe con una riduzione media della pressione fiscale inferiore all 1% rispetto ai livelli attuali.\r\n\r\n

    Quanto costa un figlio?
    \r\nIl problema teorico non di semplice soluzione in quanto accanto alle spese dirette, quantificabili pi \r\nfacilmente, esistono anche costi di opportunit legati al generale processo di adattamento delle posizioni\r\noccupazionali in ambito familiare.
    \r\nL analisi socio-economica ha privilegiato due vie complementari:
    \r\nla prima via considera il costo del figlio come la proporzione di risorse aggiuntive che la famiglia deve\r\ndestinare, in presenza di un figlio, per mantenere lo stesso livello di vita;
    \r\nla seconda si basa invece su dimensioni soggettive come quelle del grado di soddisfazione delle famiglie,\r\nrispetto alla propria situazione economica, oppure quella del reddito mensile da esse ritenuto necessario\r\nper far fronte ai bisogni fondamentali.\r\n

    I risultati
    \r\nCosto del primo figlio. A seconda dell approccio e della metodologia utilizzata, le scale di equivalenza\r\nmisurano che per compensare le famiglie per l arrivo del primo figlio (in et 0-18 anni) occorre un\r\naumento di reddito che pu variare da un minimo di + 18% a un massimo del + 45%. Metodi basati su\r\nindicatori di tipo soggettivo stabiliscono un valore attorno al 25% che corrisponde, per la famiglia-tipo\r\nitaliana, ad un costo tra 500 e 800 Euro mensili.\r\nCosto del secondo e terzo figlio. All arrivo del secondo e terzo figlio, in base alle diverse metodologie\r\nutilizzate sembrano emergere economie di scala che riducono la compensazione di reddito ulteriormente\r\nnecessaria alla famiglia ad una forchetta che va, nel caso del secondo figlio da +17% a + 30% e, per il\r\nterzo, da +18% a +35%. Sul costo dei figli successivi al primo, le diverse metodologie fanno segnare una\r\nmaggiore convergenza.\r\nVariabili del costo. Il costo varia in base alle fasce di et , subendo un impennata al momento\r\ndell ingresso nella vita scolastica dell obbligo. Varia inoltre con la localizzazione geografica e con la\r\ndimensione del luogo di vita, mentre espresso in percentuale non sembra risentire della differenza Nord-\r\nMezzogiorno.
    \r\nIl Governo ritiene che una fiscalit che tenga conto delle spese per la cura e la crescita dei figli costituisce un fattore rilevante\r\nper migliorare l equilibrio demografico e per ristabilire condizioni pi favorevoli ad una ripresa della natalit . Esso si\r\nimpegna, nel quadro della diminuzione complessiva della pressione fiscale media, ad incentivare il ristabilimento dell equit \r\norizzontale intesa come la rimodulazione dell imposta anche secondo la dimensione del nucleo familiare. Le determinazioni\r\ncontenute nella Legge Finanziaria per l anno 2003, costituiscono un primo doveroso passo in questa direzione e segnano\r\nun inversione di tendenza rispetto al passato.\r\n

    I trasferimenti monetari
    \r\nNel settore dei trasferimenti monetari In Italia da tempo all opera una grave distorsione. Si tratta\r\ndell assegno al nucleo familiare, un istituto che stato oggetto di diverse modifiche nel tempo. Basti\r\npensare che nel 1976, i capifamiglia che beneficiavano degli assegni familiari furono oltre 8 milioni; i\r\nfamiliari a carico erano 17,5 milioni, il 73% dei quali nel settore del lavoro dipendente, il 22% tra i\r\npensionati, la quota rimanente nel campo delle attivit autonome. Nel complesso, era assistito l 87% dei\r\nfigli minori di 18 anni. Mentre in 25 anni la spesa per gli assegni al nucleo familiare cresciuta di quattro\r\nvolte, la spesa pensionistica cresciuta di dodici volte.\r\n\r\n
    \r\nSu questo andamento hanno pesato le riforme, soprattutto quella del 1983 che rivedeva in senso\r\nselettivo l istituto, per cui le condizioni economiche diventano l unico parametro di riferimento per\r\nMinistero del Lavoro e delle Politiche Sociali\r\nl erogazione. In tal modo, di fronte ad entrate contributive che nel settore privato ammontavano nel\r\n1987 a 10mila miliardi di lire, le prestazioni assorbirono soltanto 3,8mila miliardi di lire (pi 1,5mila\r\nmiliardi nel pubblico impiego). La voce, accorpata nel 1989 nell ambito della gestione delle prestazioni\r\ntemporanee, diventata nel tempo una catena di montaggio per avanzi di bilancio che hanno\r\nrappresentato la parte pi rilevante di quei 200mila miliardi di lire confluiti, da allora fino ad oggi, a\r\nsostegno del fondo pensionistico dei lavoratori dipendenti.
    \r\nI miglioramenti introdotti di recente hanno agito in favore delle famiglie a reddito modesto e con un\r\nmaggior numero di figli, che sono quelle pi esposte alla povert . Ma nel 2002 toccato allo Stato\r\nintervenire con 2,6miliardi di Euro attraverso la cassa degli interventi assistenziali.\r\n\r\n

    I servizi per l infanzia
    \r\nAsili, trasporti e scuole sono fondamentali per consentire alle famiglie con figli di avvicinarsi al mondo\r\ndel lavoro e di restarvi. Oppure per consentire ai loro membri di uscirne momentaneamente e poi farvi\r\nritorno. Servizi per l infanzia efficienti e diffusi sul territorio permettono di attuare concretamente le\r\nmisure di conciliazione tra vita familiare e vita professionale per entrambi i genitori.\r\nIl problema degli asili di particolare rilevanza. In primo luogo, va sottolineato il fatto che gli asili\r\npubblici per bambini al di sotto dei tre anni non sono aumentati negli ultimi 10 anni a fronte di quelli\r\nprivati che sono passati dal 7% al 20% dell offerta totale. Inoltre, come gi stato messo in evidenza\r\nnell allegato statistico, la percentuale della nostra utenza infantile tra le pi basse in Europa: 7% contro\r\n30-40% dei paesi europei del Centro-Nord. Ci appare ancora meno spiegabile con il fatto che ricerche\r\nrecenti evidenziano come i costi degli asili incidano molto poco nella scelta di utilizzo dei servizi per\r\nl infanzia e sulla scelta di lavoro delle madri. Se il fattore non in primo luogo economico, esso per \r\nlegato all organizzazione del servizio, sia per quanto riguarda gli orari di apertura (che devono convenire\r\nagli utenti) che per il personale operante. Politiche sociali in favore dell infanzia e del lavoro femminile\r\ndovrebbero contemporaneamente ridurre i costi di funzionamento ed ampliare l offerta pubblica e\r\nprivata di questi servizi, rendendone pi flessibile l orario.
    \r\nIl Governo con l azione iniziata nella Finanziaria 2002, con lo stanziamento di 50 milioni di Euro per la realizzazione\r\ndi asili-nido e l ulteriore impegno previsto con la Finanziaria 2003 in ordine all istituzione di un fondo di rotazione per\r\ncontributi alla realizzazione di asili nido nei luoghi di lavoro, intende incentivare la diffusione di servizi per la prima\r\ninfanzia sviluppando un quadro favorevole all iniziativa pubblica insieme a misure per facilitare l ingresso di nuovi attori;\r\nin tal senso si colloca anche il testo di legge in via di approvazione a livello parlamentare sul sistema dei servizi socio\r\neducativi per la prima infanzia.\r\n\r\n

    Le misure di conciliazione
    \r\nAlla carenza dei servizi si unisce spesso la rigidit delle norme in materia di conciliazione tra i tempi di\r\nvita familiare e quelli lavorativi. La maternit ancora vissuta nel mondo del lavoro come negativit ,\r\ncome un attentato all efficienza produttiva (che corrisponde ad una cultura di impresa poco sensibile\r\nall importanza sociale della famiglia). Va verificato se le attuali forme di part-time, di periodi di congedo\r\no aspettativa siano adeguate ai bisogni o se invece non possano essere ottenuti importanti miglioramenti\r\na sostengo della maternit in materia di flessibilit e di incentivazione al ritorno lavorativo soprattutto\r\ndelle madri, facendo in modo che durante il periodo di aspettativa possano frequentare corsi di\r\nformazione e di riqualificazione, anche valorizzando il ricorso alle cosiddette banche del tempo .\r\n\r\n
    Recenti ricerche mostrano infatti che la categoria che presenta maggiori difficolt al reinserimento\r\nlavorativo dopo la nascita di un figlio costituita da donne in possesso di un grado di istruzione mediosuperiore.
    \r\nSi tratta di una materia molto complessa che richiederebbe una rilettura completa delle norme\r\nMinistero del Lavoro e delle Politiche Sociali\r\ndel diritto del lavoro secondo un ottica familiare e pi consona alla conciliazione figli-lavoro ed al ritorno\r\nall attivit . Si potrebbero sperimentare su base locale schemi-pilota soprattutto l dove la cultura sociale\r\ndelle imprese pi avanzata.\r\nIl Governo, di concerto con le parti sociali ed i rappresentanti della societ civile intende promuovere un largo dibattito su\r\nmisure innovative che permettano migliori forme di conciliazione bilanciate in termini di flessibilit e sicurezza. Su questi\r\npunti i partners sociali vanno stimolati a cooperare per lo svolgimento di esperienze di cui andr valutato l impatto in modo\r\nda promuoverne la diffusione.\r\n\r\n

    La politica degli alloggi
    \r\nIl patrimonio abitativo del Paese migliorato nelle ultime due decadi, cos come pure aumentata la\r\npercentuale dei proprietari di alloggio. Permangono per difficolt di accesso all alloggio da parte di\r\nalcune categorie, in quanto non sono ancora operativi a livello nazionale schemi che facilitino l acquisto\r\ndella prima casa da parte delle giovani coppie. Importanti passi avanti sono stati fatti in questa direzione,\r\ndato che simili agevolazioni potrebbero favorire non solo la formazione di nuove famiglie ma anche la\r\nmobilit geografica dei giovani, creando migliori condizioni anche per l incontro tra domanda e offerta\r\ndi lavoro.
    \r\nIl Governo nell ambito delle misure di carattere sociale contenute nella Finanziaria 2003 ha previsto facilitazioni di credito\r\nper favorire l accesso all acquisto dell alloggio da parte delle giovani coppie.

    \r\n\r\n1.2.3. Efficienza, equit , flessibilit delle misure

    \r\n\r\nEfficienza
    \r\nIl primo passo per un processo generale di riqualificazione quella di porsi la domanda se l attuale\r\nmodello di welfare sia adeguato in termini di estensione delle prestazioni e della loro efficienza\r\nnell utilizzo delle risorse e se sia disegnato in maniera tale da recepire in maniera soddisfacente le\r\ncomponenti della domanda sociale. In altri termini: i risultati sono commensurati alle risorse?\r\nL architettura del sistema sociale viene sviluppata in maniera da anticipare gli sviluppi futuri? Vi una\r\npartecipazione corale di tutti gli attori implicati? Vengono messi in atto dei meccanismi per migliorare, a\r\nparit di risorse, le prestazioni quantitative e qualitative? Si tratta di domande a cui le metodologie\r\ndell analisi economica non possono che fornire una risposta parziale, si pensi ad esempio al ruolo delle\r\nreti relazionali come fattore di solidariet e di progresso la cui efficacia difficile da cifrare in termini di\r\nrisorse, anche perch in molti casi non richiedono risorse pubbliche in quanto il concetto di efficienza\r\npresenta angolazioni diverse.ed esistono varie interpretazioni del termine.\r\nInoltre, introdurre il concetto di efficienza in forme operative, significa sviluppare degli strumenti di\r\nmisura; come gi detto in precedenza dati statistici che consentano di alimentare indicatori e strumenti\r\ncontabili per il tracciamento dei flussi di risorse ai vari livelli. L efficienza possiede, in particolare, una\r\ndimensione di paragone (efficienza relativa). Lo sviluppo di strumenti di misura non pu non basarsi su\r\nbasi comuni (interoperabilit degli strumenti) in maniera da permettere il confronto tra situazioni diverse\r\ndal punto di vista della localizzazione geografica e delle modalit di applicazione delle misure.\r\n\r\n
    Le domande precedenti trovano riscontro in un quadro che presenta luci ed ombre. Pensiamo per\r\nesempio ad alcune conseguenze/prospettive di carattere demografico e sociale che non sono state\r\nconsiderate in maniera adeguata dall organizzazione del sistema di welfare e dalla sua articolazione\r\nMinistero del Lavoro e delle Politiche Sociali\r\ninterna. Basta pensare all intero comparto dell assistenza domiciliare, al supporto all infanzia e ad una\r\npolitica dell alloggio che favorisca la formazione di nuclei familiari e la mobilit geografica.\r\nOgni azione in questo campo deve porsi nell ottica di anticipare i bisogni futuri. L articolazione delle\r\ncompetenze e delle responsabilit non pu essere concepita come un insieme di stratificazioni\r\nsuccessive, ma deve offrire lo spazio necessario per un continuo adattamento, per l ingresso di nuovi\r\nattori e per creare delle condizioni di concorrenza del sistema. Sono dunque necessari passi importanti\r\nper l implicazione di nuovi attori o di attori tradizionali, come la famiglia in un nuovo quadro dinamico\r\ndi diritti e doveri. Va inoltre potenziato l intervento di strumenti, come quello formativo, strettamente\r\ncollegati alla definizione dei livelli professionali e degli standards sociali.
    \r\nIl sistema delle politiche sociali una componente essenziale per lo sviluppo sostenibile e la\r\n competitivit della societ . Per essere efficiente dovr perci essere dinamico, mettendosi in\r\ncondizione di anticipare i bisogni sociali.
    \r\n
    L equit
    \r\nE questa del resto la maniera migliore per assicurare l equit del sistema in quanto efficienza ed equit \r\ndevono essere strettamente legati. L equit ha in primo luogo una valenza intergenerazionale: si tratta di\r\nsviluppare politiche e misure che non gravino sulle generazioni future. Il nostro sistema di welfare \r\nattualmente ispirato all equit intergenerazionale in termini di risorse? I risultati di autorevoli lavori nel\r\ncampo della contabilit intergenerazionale, risalenti ad alcuni anni fa, hanno fornito un responso\r\nnegativo. Da queste ricerche emerge che il sistema sbilanciato, a detrimento delle giovani generazioni e\r\nsoprattutto della generazione adulta, quella appunto che forma le famiglie ed impegnata nella\r\nprocreazione.
    \r\nEssa ha in seguito assunto un significato di parit di accesso per gli attori e per gli utenti, da tradursi\r\nattraverso politiche e strumenti che creino opportunit di inserimento e di crescita uguali per tutti e che\r\nnon siano selettive in favore di particolari gruppi resi fragili dalla loro particolare domanda\r\nsociale..Anche qui l interrogazione sull equit del sistema attuale non sempre trova una risposta positiva,\r\nbasti pensare ai giovani nelle famiglie numerose al di sotto della soglia di povert ed alla loro difficolt di\r\ninserimento.
    \r\nEquit non significa tuttavia procedere ad una redistribuzione aritmetica delle risorse. Non bisogna\r\ninfatti peraltro penalizzare in termini di prestazioni richieste e di risorse concesse coloro che hanno\r\nraggiunto autonomamente un grado elevato di efficienza.ma piuttosto imparare dalle esperienze positive.
    \r\nPer terminare, equit significa integrare nel processo decisionale non solamente tutti gli attori implicati,\r\nma anche il cittadino come attore potenziale e utilizzatore di servizi.\r\n\r\n

    La flessibilit
    \r\nNel definire il policy-mix dell intervento, non esiste una ricetta unica per l implementazione. L Italia \r\nforse il Paese europeo, che presenta le maggiori disparit sul piano sociale in termini di condizioni di\r\npartenza, domanda ed offerta di servizi. Anche senza il nuovo titolo V della Costituzione, un approccio\r\ncentralistico sarebbe illusorio. Al contrario la flessibilit dell intervento diventa una condizione essenziale\r\nper il suo successo. Sta agli attori, istituzionali e non, preposti alla definizione ed alla gestione delle\r\npolitiche e degli strumenti, decidere della miglior forma in cui operare, coniugando efficienza ed equit \r\nnella scelta delle priorit , degli attori e dell allocazione delle risorse.\r\n
    \r\n\r\nDa parte sua l amministrazione centrale dovr assicurare un azione di raccordo agendo attraverso\r\nstrumenti selettivi e garantendo la coerenza del quadro politico d insieme con la legge 328/2000 e con le\r\npolitiche attualmente sviluppate in Europa nell ambito dei processi di coordinamento aperto per le\r\npolitiche dell occupazione, di lotta all esclusione e di quelli, gi annunciati per i sistemi sanitari e sociosanitari,\r\nnel settore degli anziani dipendenti.
    \r\nPoich le politiche sociali di un Paese non sono il risultato di un processo episodico ma di un interazione\r\ncontinua tra politiche, attori, strumenti e prodotti, dove i diritti del cittadino in quanto fruitore ed i suoi\r\ndoveri, in quanto attore, ricoprono un ruolo fondamentale, un quadro di interventi pluriennale ispirato\r\nalla continuit dell azione e complementariet dei vari interventi, diventa la via fondamentale per definire\r\nun quadro politico di lungo respiro in cui l efficienza venga coniugata con l equit , la flessibilit e la\r\nselettivit .\r\n
    \r\n\r\nNel predisporre un agenda sociale e nel sottoporla alla discussione e ad una costante verifica, il Governo intende, di concerto\r\ncon tutti gli attori implicati, offrire un quadro di riferimento pluriennale per la sua azione ed una base per l adattamento a\r\nnuovi bisogni.

    \r\n
    Ultima modifica il 02 Aprile 2003 - 18:50
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