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    FEMMINICIDI A TORINO: LA RICERCA DEL DIPARTIMENTO DI PSICOLOGIA DI UNITO

    Pubblicata su Journal of Interpersonal Violence la prima ricerca italiana sul tema della violenza contro le donne che ha analizzato 330 casi di femminicidio avvenuti a Torino e nella Città Metropolitana.

    La rivista internazionale Journal of Interpersonal Violence ha recentemente pubblicato uno studio condotto dal gruppo di ricerca, guidato dalla Prof.ssa Georgia Zara, docente del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino, sul tema della violenza contro le donne. Si tratta del primo lavoro di ricerca svolto in Italia in materia e uno dei pochi al mondo. Lo studio intitolato “Violence against prostitutes and non-prostitutes: an analysis of frequency, variety and severity” ha esaminato 330 casi di femminicidio avvenuti a Torino e nella Città metropolitana, tra il 1970 e il 2020, commessi da 303 uomini autori di reato

    I risultati della ricerca suggeriscono che solo una piccola parte dei femminicidi avviene in un contesto anonimo (9,2%) perché la maggior parte delle vittime dello studio sono state uccise da un uomo che conoscevano (90,8%). Nel 53,8% dei casi c’era una relazione intima tra l’assassino e la vittima e nel 36,9% dei casi il femminicida era un conoscente. Secondo la ricerca inoltre, il tipo e l’intensità della relazione sembrano aver influenzato il modo in cui la violenza è avvenuta

    Nei casi in cui le vittime e gli autori avevano una relazione intima, il rischio di overkill, cioè di un uso eccessivo di violenza che va oltre quello necessario per causare la morte, era quattro volte più alto  (46,1%) rispetto a quando la violenza avveniva contro vittime sconosciute (16,7%). In particolare, l'overkill sembrava verificarsi più frequentemente quando la relazione tra vittima e autore era disfunzionale ed emotivamente tesa (nel 53,9% dei casi). Anche per le vittime prostitute, il rischio di overkill era quasi quadruplo per coloro che conoscevano i loro perpetratori (49,5%), rispetto a quando non lo conoscevano. 

    Inoltre, confrontando le prostitute con qualsiasi vittima sconosciuta, il rischio di essere uccise in overkilling era quasi cinque volte più alto per le prime, suggerendo che le prostitute sono comunque sempre più a rischio di essere uccise con eccessiva violenza ed efferatezza: una combinazione di rabbia esternalizzata e distruttività mirata. Questo sembra anche essere suggerito dal fatto che le prostitute avevano più probabilità di essere vittime di omicidi sessuali, mutilazioni post-mortem e di essere uccise da uomini coinvolti in una persistente carriera criminale. 

    Il campione della ricerca era composto da 330 vittime di femminicidio e includeva donne prostitute e donne non prostitute con età media di 44,31 anni. L'83,0% delle vittime erano italiane, mentre il 17% erano straniere. Gli autori di femminicidio sono 303 con un’età media di 42,88 anni288 di loro (95%) hanno ucciso una sola vittima, mentre 15 (il 5%) hanno ucciso almeno due vittime in episodi distinti. Nel complesso, il 26,4% degli autori di femminicidio aveva precedenti penali ufficiali. I dati sono stati raccolti all'Istituto di Medicina Legale e all'Archivio dell'Obitorio di Torino, resi anonimi, non identificabili e codificati numericamente a fini statistici.

    I risultati di questo studio evidenziano come le donne vittime di violenza non siano un gruppo omogeneo, anche se alcuni dei correlati psicosociali sono i medesimi, e danno rilevanza alle caratteristiche che sottendono il tipo, l’intensità e la natura della relazione tra prostitute e non prostitute e i loro aggressori. Queste variabili, secondo la ricerca, sono ciò che rende la violenza contro le donne un problema prevenibile.

    È guardando non solo al tipo della relazione, ma soprattutto all’intensità (intima/affettiva versus professionale versus superficiale) e alla qualità della stessa (disfunzionale o patologica) che un’accurata valutazione del rischio differenziale può essere pianificata, e misure di intervento informative e preventive possono essere realizzate.

    L'etica ai tempi della quarta rivoluzione industriale

    L'etica ai tempi della quarta rivoluzione industriale. È questo il titolo del'incontro che si terrà oggi, giovedì 15 aprile, dalle 18.30 alle 19.30 su Zoom, organizzato da Ethical Leadership Lab. Relatori dell'evento saranno Andrea Illy, preisdente di Illy Caffè, Philip Larrey e Cristiana Falcone. Co-Host Massimo Bruno, Giovanni Parapini e Pierangelo Fabiano.

    Cooperare per un'assistenza centrata sulla persona

    La pandemia del Covid-19 ha messo in luce la straordinarietà e allo stesso tempo tutti i limiti del nostro Sistema sanitario. Il Covid-19 ha svelato anche lo stato di salute generale delle nostre società. Anche dove l’accesso alle cure è più garantito, non tutti riescono a proteggersi allo stesso modo dal contagio: abitazioni sovraffollate, lavoro non tutelato, assenza di una rete sociale ci espongono al virus in modo diverso.
    La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza.
    MPPU Campania in collaborazione con Health Dialogue Culture ha organizzato un incontro: “Cooperare per un’assistenza centrata sulla persona - un modello di cura per rispondere alle nuove sfide sanitarie” per discutere sulla sanità che vogliamo, una sanità partecipata con al centro la persona, con un SSN fattore di benessere per l’individuo e la collettività.
    Venerdì 23 aprile 2021 – ore 20,00 Diretta ZOOM (appena disponibile invierò il link);
    DIRETA YOU TUBE: https://youtu.be/Tvw3P4JWaNc

    “Ape-riamo tutti”: il Molise gioca la carta del sociale. In campo MoliseFood

    Da aprile al via progetto di accompagnamento sociopsicologico, formativo e imprenditoriale nel settore dell’apicoltura di 10 soggetti appartenenti a categorie fragili

    Scende in campo a favore del sociale l’eccellenza agroalimentare della regione Molise con MoliseFood, progetto enogastronomico imprenditoriale nato due anni fa con il coinvolgimento di circa 20 aziende agricole e artigiane, in costante aumento e un paniere di prodotti di eccellenza enogastronomica e identitari della regione. Un brand con un attuale piano di sviluppo che vede tre store enogastronomici aperti a Roma - un quarto è in dirittura di arrivo nella zona Parioli - e un punto vendita a Siviglia (Spagna). MoliseFood ha aderito all’iniziativa “Ape-riamo tutti”, progetto che ha preso il via da inizio aprile ed è finalizzato a dare un’opportunità formativa ai giovani e meno giovani del territorio, affinché, sapientemente guidati, possano avviare processi di sviluppo imprenditoriale- cooperativo nel settore apistico (settore in grande crescita in Italia e, specialmente, nei territori marginali), in modo da arginare parzialmente lo spopolamento, la disoccupazione territoriale e superare le condizioni di disagio socioeconomico e culturale. Il progetto sociale parte dal Molise con l’ambizione di estendersi a tutta Italia. Il percorso, supportato da Azione cattolica, Caritas, Progetto Policoro, Pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Isernia-Venafro, Confcooperative Molise e il Gruppo cooperativo paritetico Volape, prevede l’accompagnamento sociopsicologico, formativo e imprenditoriale, nel settore dell’apicoltura, di 10 soggetti appartenenti a categorie fragili, individuati da parte della Caritas e del Progetto Policoro. La partecipazione di MoliseFood al progetto sociale prevede che dal 10 aprile e per 1 mese, in tutti i negozi Molisefood, saranno azzerati gli sconti ai clienti, e le somme degli sconti accantonate date poi in utilizzo al progetto “Ape-riamo tutti”, per incrementare la sua operatività. 

    La scuola risponde alla sfida dell'inclusione dei bambini rom, sinti e caminanti nel lockdown

    I risultati del progetto del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali con l’assistenza tecnica dell’Istituto degli Innocenti

    Garantita la continuità didattica al 74% delle bambine e bambini coinvolti 

    Si sono presentati nei campi rom per portare compiti e mascherine. Hanno usato i loro smartphone per passare gli audio delle lezioni delle insegnanti anche ai bambini e alle bambine senza collegamenti wifi. Il lavoro degli operatori e delle operatrici del Progetto per l’inclusione e l’integrazione dei bambini rom, sinti e caminanti è stato instancabile e ha portato risultati non scontati perché il 74% dei bambini e delle bambine (i dati si riferiscono al periodo di lockdown della primavera 2020) ha mantenuto il suo rapporto con la scuola e ha proseguito il proprio percorso didattico.

    Secondo l’ultimo report di valutazione redatto dall’Istituto degli Innocenti - che dà assistenza tecnica al Progetto che il Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali sta conducendo con la collaborazione dei Ministeri dell’Istruzione e della Salute - non tutti i ragazzi e le ragazze hanno avuto modo di partecipare alla DAD (il 19% degli alunni e delle alunne non ha seguito la didattica a distanza), ma la maggior parte è riuscita a seguire le attività online grazie ancora alla mediazione degli operatori del Progetto (53%).

    Considerando il totale dei bambini e delle bambine con cui gli operatori sono rimasti in contatto – dichiara la dottoressa Adriana Ciampa, Dirigente del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, responsabile del progetto - abbiamo osservato che erano pochi i bambini che non hanno avuto bisogno di un supporto, perché già dotati di strumenti digitali; dai dati circa un terzo aveva già un pc o un tablet. Quasi la metà dei bambini e delle bambine, invece, ha avuto dei dispositivi grazie alla facilitazione resa dal progetto nazionale e grazie a fondi messi a disposizione da vari soggetti, sia pubblici che del privato sociale. Purtroppo, il 17% degli alunni e delle alunne con i quali avremmo potuto lavorare in una condizione di normalità, invece non è stato raggiunto”.

    Il Progetto per l’inclusione e l’integrazione dei bambini rom, sinti e caminanti ha preso il via nell’anno scolastico 2013-2014 e si è ampliato costantemente. Ben 84 i plessi scolastici che nel 2019 in tutta Italia hanno aderito al progetto con oltre 500 studenti e studentesse rom sinti, caminanti partecipanti ed un totale di 6mila alunne e alunni coinvolti. Un lavoro che si articola, prevalentemente, in tre ambiti: la scuola, i contesti abitativi e la rete locale dei servizi.

    Dalla prima annualità del percorso sperimentale (2013/14) all’ultima (2019/20) gli alunni e le alunne del progetto sono quasi quintuplicati (da 153 a 565), così il numero delle classi (da 42 a 319), il numero delle scuole (da 29 a 74) e il numero complessivo degli alunni e delle alunne– rom e non rom – che hanno beneficiato delle attività progettuali (da 900 a 6380).

    L’ultimo report mette in evidenza miglioramenti nei rapporti con gli/le insegnanti e con i/le compagni/e, nella frequenza, negli esiti scolastici (abbiamo un aumento dei promossi alla primaria dal 96% al 97% e soprattutto dal 75% al 93% nella scuola secondaria di I grado). A fare la differenza è ancora la condizione abitativa delle famiglie che vivono nei campi, perché inevitabilmente la condizione di fragilità si riflette sull’andamento scolastico. La frequenza dei bambini e delle bambine presenti nei campi non autorizzati è minore rispetto a quella dei bambini e delle bambine che vivono nelle case dell’11% alla primaria e addirittura del 19% alla secondaria di I grado.

    Roma città aperta: un progetto ideato e curato da Raffaella Frascarelli e Sabrina Vedovotto

    Nomas Foundation presenta roma città aperta, a cura di Raffaella Frascarelli e Sabrina Vedovotto che segna l’inizio di una mappatura delle artiste e degli artisti che vivono e lavorano a Roma, invitati ad aprire al pubblico le porte dei loro studi per scoprire in modo condiviso una nuova dimensione della fruibilità dell’arte contemporanea. 

    La citazione al film di Roberto Rossellini intende suggerire il legame tra un passato determinato a ricostruire l’Italia dopo la liberazione dalla dittatura nazifascista e un presente deciso a riprogettare positivamente il futuro del paese oltre la pandemia.

    Interamente gratuito e senza scopo di lucro, roma città aperta vuole essere l’inizio di una nuova esperienza di fruizione dell’arte, sia esperienza estetica e laboratorio socioculturale tra forme di cittadinanza attiva e valorizzazione del patrimonio vivente – costituito dalle artiste e dagli artisti contemporanei –, sia esperienza relazionale nella quale l’arte contemporanea è considerata un bene comune e condivisibile.

    Fino alla fine del 2021, Raffaella Frascarelli e Sabrina Vedovotto coinvolgeranno oltre cento artiste e artisti ­– dagli storicizzati ai mid-career, fino agli emergenti – che animano i municipi della città con i loro studi, vere e proprie officine dell’arte e del fare arte (lista completa: https://romacittaaperta.com/artists)

    Luoghi solitamente privati, gli studi delle artiste e artisti si aprono per essere spazi di condivisione e partecipazione, dove il pubblico potrà scoprire come nasce e prende forma la loro ricerca.

    Non appena la situazione pandemica lo consentirà, grazie alla collaborazione con le associazioni di quartiere e il coinvolgimento attivo dei Municipi, , tutti coloro che vogliano effettuare un percorso di visite agli studi delle artiste e degli artisti, potranno prenotarsi inviando una mail a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. e scegliere tra quelli disponibili sul calendario che sarà comunicato e condiviso non appena il DPCM consentirà visite in presenza.

    Durante la visita dal vivo si potrà accedere allo studio dell’artista, interagire e osservare il suo lavoro, immergersi nei materiali che usa, scoprire le ricerche alle quali sta lavorando.

    L’Unità di Ricerca Estetica sociale, diretta da Lia Fassari, DiSSE Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche Sapienza Università di Roma, terrà una serie di incontri, talk, seminari disseminati nei diversi municipi della città con il coinvolgimento di artisti, studiosi, esperti e, soprattutto, cittadini, con l’obiettivo di coinvolgere e avvicinare sempre più persone all’arte contemporanea.

    Nomas Foundation e l’Accademia di Belle Arti di Roma, in collaborazione con MonkeysVideoLab, co-producono una serie di docufilm, dedicati a ciascun artista aderente al progetto.

    I docufilm, in italiano e sottotitolati in inglese, accessibili dal sito di roma città aperta  e sul canale Youtube di Nomas Foundation, costituiscono l’archivio pubblico di roma città aperta. I documentari rappresentano uno strumento di approfondimento delle artiste e degli artisti e delle loro tematiche di ricerca, dando al pubblico a distanza la possibilità di “entrare dal vivo” nei luoghi di produzione dell’arte.

    Virtual Cafè del network European Athlete as Student

    Il 26 Aprile p.v. (12:00-13:30 CETS) si terrà il terzo Virtual Cafè del network European Athlete as Student (EAS) sul tema “Media Role in the Promotion of the European Dual Career Culture”. L'evento sarà su Zoom, ecco il panel dei relatori:

    12:00 Benvenuto

    Andrej Pisl – Communications and Projects Manager at European University Sports Association – EUSA and Member of the Ed Media Collaborative Partnership.

    12:20 The former athlete and actual dual career scholar’s view

    Andreas Küttel – Swiss former ski-jumping world champion and five-time Olympic athlete, Assistant Professor at SDU, and sports psychological consultant.

    12:40 The coach’s view

    Flavia Guidotti – Physical trainer of the AO THIRAS Santorini Volleyball team (Greece) and dual career scholar.

    13:00 Dibattito

    13:25 Conclusioni e annuncio del prossimo EAS online café

    2017-2020, in 3 anni l’Italia migliora del 10% la gestione della Demenza

    Lo rivela il nuovo Dementia Monitor Europeo 2020. Il rapporto è stato redatto da Alzheimer Europe.

    Aprile 2021 – A 3 anni dalla pubblicazione del rapporto “European Dementia Monitor” Alzheimer Europe - organizzazione che riunisce 37 Associazioni Alzheimer in Europa, tra cui la Federazione Alzheimer Italia - lancia l’edizione 2020 per presentare un aggiornamento su come i paesi europei stanno gestendo la sfida alla demenza, esaminare i cambiamenti e i progressi ma anche gli eventuali passi indietro per meglio indirizzare le nazioni nell’identificare iniziative e azioni che possano migliorare la qualità della vita delle persone con demenza e i loro familiari.

    I 36 paesi coinvolti nell’indagine sono stati valutati in base a 10 differenti parametri suddivisi in 4 macro aree – Assistenza, Ricerca, Politiche sociali, Aspetti legali - per arrivare a una classifica finale stilata sulla base dei risultati ottenuti dagli stati nelle singole categorie, ciascuna dei quali contribuisce al 10% del punteggio totale. Al primo posto si posiziona la Svezia con un punteggio complessivo del 71,8%, seguita da Regno Unito (Scozia 70,9% e Inghilterra 68,4%), e Belgio (67,2%).

    L’Italia, da metà classifica, sale al 10° posto con un punteggio di 62,9%, +10% rispetto alla precedente indagine. Chiudono la classifica tre paesi dell’est: Bosnia-Erzegovina (24,7%), Polonia (22,8%) e Bulgaria (19,5%).

    Il nostro paese registra un miglioramento in quasi tutte le categorie prese in esame, ottenendo il punteggio pieno in due, nello specifico nel riconoscimento dei diritti legali delle persone con demenza e dei loro familiari e nella partecipazione alle iniziative europee di ricerca sulla demenza; in generale, dimostra una grande attenzione per gli aspetti sociali e per la tutela dei diritti, grazie anche a iniziative come le Comunità Amiche delle Persone con Demenza realizzate dalla Federazione Alzheimer Italia.

    Sul fronte del riconoscimento della demenza come priorità nazionale, il Monitor non registra la grande novità italiana dello scorso dicembre che ha visto l’approvazione da parte della Commissione Bilancio della Camera dell’emendamento alla legge di bilancio 2021 che prevede un finanziamento di 15 milioni in 3 anni per il Piano Nazionale Demenze e l’ufficializzazione del “Tavolo di monitoraggio dell’implementazione del Piano Nazionale per le Demenze (PND)”, che ora potrà trasformare in azioni concrete gli obiettivi del Piano stesso.

    A fronte di alcuni significativi passi avanti, il nostro paese si conferma ancora indietro sugli aspetti legati alla disponibilità di servizi di assistenza e alla loro accessibilità: in particolare, viene registrata ancora una grande carenza nelle cure domiciliari, nell’assistenza diurna e nelle strutture residenziali. In aggiunta a questo, più del 50% dei costi di accesso ai servizi sono totalmente a carico delle famiglie, e ancora insufficienti sono i finanziamenti pubblici.

    L’indagine ha coinvolto 36 tra Stati membri dell'Unione europea, Bosnia-Erzegovina, Islanda, Israele, Jersey, Norvegia, Regno Unito (Inghilterra e Scozia), Svizzera, e Turchia. Ecco nel dettaglio le 10 categorie prese in esame:

    1. Aspetti riguardanti l’assistenza:

    - disponibilità di servizi di assistenza

    - accessibilità dei servizi di assistenza

    1. Ricerca e aspetti medici

    - rimborso dei medicinali

    - disponibilità di studi clinici

    - coinvolgimento della nazione nelle iniziative europee di ricerca sulla demenza

    1. Politiche

    - riconoscimento della demenza come priorità

    - sviluppo di iniziative a favore delle persone con demenza

    1. Diritti umani e aspetti legali

    - riconoscimento dei diritti legali delle persone con demenza e dei loro familiari

    - ratifica dei trattati internazionali e europei sui diritti umani

    - riconoscimento dei diritti dei familiari riguardanti la cura e il lavoro

    La nuova ricerca conferma che nessuno dei Paesi considerati raggiunge il punteggio pieno in tutte le 10 categorie e che sono ancora molto presenti differenze significative tra le varie nazioni.

    Per quanto riguarda la disponibilità dei servizi di assistenza a ottenere il miglior punteggio sono Svezia e Lussemburgo, ma l’Italia migliora passando dal 23° al 18° posto; parlando invece di accessibilità dei servizi di assistenza, al primo posto troviamo la Finlandia e, anche in questo caso, l’Italia fa passi avanti, risalendo dal 30° al 23°.

    Sul fronte del rimborso dei medicinali, al primo posto troviamo Irlanda, Lussemburgo, Svezia, Turchia e Regno Unito (sia Inghilterra sia Scozia): in questi Stati, infatti, tutti i trattamenti anti-demenza sono rimborsati integralmente dal Servizio sanitario ed è presente una politica per limitare l'uso inappropriato di antipsicotici. L’Italia scende di una posizione, dal 6° al 7° posto.

    Germania, Spagna e Inghilterra si classificano primi, ma non a punteggio pieno, nella categoria di sperimentazione clinica, dove il nostro paese perde molti punti passando dal 5° al 19° posto; mentre Italia e Spagna sono gli unici Paesi che partecipano a tutti i programmi e progetti europei presi in esame dall’indagine.

    La Norvegia si conferma in testa alla classifica per quanto riguarda l’attenzione a riconoscere la demenza come priorità politica e di ricerca nazionale, categoria dove l’Italia migliora passando dal 26° al 18° posto; il Belgio raggiunge il punteggio pieno nell’organizzazione di iniziative di inclusione e di dementia-friendly community, categoria in cui l’Italia recupera 3 posizioni, arrivando 11ͣ.

    Italia, Austria, Croazia, Israele, Lettonia, Turchia e Regno Unito hanno seguito le raccomandazioni di Alzheimer Europe sul rispetto dei diritti legali delle persone con demenza e dei loro familiari; il Belgio si posiziona primo per quanto riguarda i diritti di cura e di lavoro riconosciuti, categoria dove il nostro paese raggiunge il 3° posto; infine il Portogallo è l’unica nazione ad aver ratificato tutte le convenzioni internazionali ed europee sui diritti umani, mentre l’Italia scende di alcune posizioni (dall’8° al 15° posto).

    ASL ROMA 1 E SANT’EGIDIO, OGGI LA CONSEGNA DEI DIPLOMI PER CAREGIVER ITALIANI E STRANIERI

    Servizi alla persona qualificati grazie a un corso di formazione promosso dall’ospedale Santo Spirito e dalla Comunità di Sant’Egidio

    Oggi, 15 aprile, alle 16,30 presso la Sala Benedetto XIII a via di San Gallicano 25a, verranno consegnati 55 diplomi del Corso per Caregiver, promosso dalla ASL Roma 1 e dalla Comunità di Sant’Egidio. I diplomati di quest’anno, italiani e stranieri provenienti da 21 nazionalità - in maggioranza donne -, hanno partecipato a un percorso di formazione teorico e di tirocinio pratico che, nonostante la pandemia in corso, si è svolto in modalità online e in presenza, presso l’ospedale Santo Spirito e la Scuola di Lingua e Cultura Italiana di Sant’Egidio. I corsisti hanno così acquisito le capacità necessarie per assistere bambini, persone con disabilità, anziani non o parzialmente autosufficienti.

    I diplomi saranno consegnati da Daniela Pompei, responsabile della Comunità di Sant’Egidio per i servizi agli immigrati, rifugiati e Rom, e da Alessandro Serenelli, cordinatore del corso per la ASL RM 1, alla presenza di Angelo Tanese, direttore generale della ASL Roma 1, e da Antonio Mazzarotto, dirigente della Direzione Regionale per l'inclusione sociale della Regione Lazio. Alla cerimonia di consegna saranno presenti i docenti del corso: medici, infermieri, fisioterapisti e assistenti sociali, ossia professionisti della sanità e dei servizi sociali della ASL Roma 1 e della Comunità di Sant’Egidio che hanno fornito il loro contributo in forma assolutamente gratuita. 

    Il Corso per Caregiver ha già formato 500 professionisti nella cura della persona, provenienti da ben 54 Paesi, mentre sono già aperte le iscrizioni al nuovo corso.

    Presentazione del Diversity Brand Index 2021 realizzato da Diversity e Focus MGMT

    DIVERSITY BRAND SUMMIT - MERCOLEDÌ 14 APRILE 2021, ore 16.30

    Presentazione del Diversity Brand Index 2021 realizzato da Diversity e Focus MGMT e premiazione dei brand con i migliori progetti D&I

    “Diversity Factor: born to build trust" è il titolo della quarta edizione del Diversity Brand Summit, l'unico evento in Italia che riunisce e premia i brand più inclusivi, previsto mercoledì 14 aprile dalle ore 16.30 in diretta streaming su www.diversitybrandsummit.it; per l'occasione, verrà presentato il Diversity Brand Index 2021, progetto di ricerca volto a misurare la capacità delle aziende di sviluppare con efficacia una cultura orientata alla diversity & inclusion curato da Diversity e Focus MGMT.

    Amazon, Carrefour, Coca-Cola, Durex, Esselunga, Freeda, Google, H&M, Ikea, Intesa Sanpaolo, L'Oréal, Leroy Merlin, Mattel, MySecretCase, Netflix, Pantene, Rai, Spotify, Starbucks, TIM, Vodafone: questi i brand che compongono la TOP20 del Diversity Brand Index per il loro posizionamento nel mercato e le loro iniziative/attività realizzate in Italia nel 2020 (21 brand per un pari merito). Saranno inoltre premiati i 2 brand capaci di lavorare concretamente sulla D&I, impattando anche sulla percezione del mercato finale: un vincitore assoluto e il brand che più di tutti ha saputo utilizzare la leva digitale per creare una cultura di inclusione.

    Dalla nuova ricerca emerge che occuparsi di diversity & inclusion non può essere un impegno a intermittenza da parte dei brand, neanche in un anno difficile come il 2020, contraddistinto da una crisi sanitaria, economica e di fiducia senza precedenti e da un mutamento significativo del profilo di consumatrici e consumatori, meno arrabbiate/i, ma un po’ più individualiste/i rispetto alle tematiche della D&I, assumendo connotazioni “tribali”. La fiducia con il mercato si costruisce nel tempo e va alimentata con continuità. Allentare l’attenzione sulla D&I e non mantenere una comunicazione efficace e costante verso il proprio target di riferimento spezza in tempi rapidi la credibilità delle marche sul tema, riduce la fiducia e porta molti brand a essere percepiti come meno inclusivi rispetto al passato.

    La D&I si conferma come un potente driver di posizionamento, distintivo anche al tempo della pandemia, con un impatto economico significativo: i brand percepiti come non inclusivi registrano un NPS (Net Promoter Score, indicatore del passaparola) negativo pari al -90,9% (con un’ulteriore riduzione di 4,9 punti percentuali rispetto all’anno precedente), a fronte di un +81,2% invece per i brand percepiti come inclusivi. Ciò si ripercuote sul differenziale della crescita dei ricavi: +23% a favore di quei brand che nonostante la crisi COVID-19 sono riusciti a non interrompere il loro piano di sviluppo e il loro impegno sulla D&I.

    Il Diversity Brand Index 2021, sviluppato sulla base di una ricerca condotta da gennaio a dicembre 2020 su un campione statisticamente rappresentativo della popolazione italiana, composto da 1.039 cittadine e cittadini, ha visto una riduzione dei brand citati come “maggiormente inclusivi” (388, contro i 482 dell’anno precedente, ossia il -19,5%), a causa soprattutto della riduzione dei contatti a seguito del lockdown e dell’emergenza epidemiologica. Tale riduzione ha avuto due declinazioni: fisica e digitale. Da una parte alcuni brand che tradizionalmente hanno fondato la relazione con il proprio target sulla dimensione fisica, hanno sofferto l’inaccessibilità degli store e degli spazi commerciali; dall’altra nell’overload informativo legato alla pandemia, vari brand non hanno avuto la forza (e la volontà) di affermare il tema della D&I, focalizzandosi su contenuti ed attività più tattici e meno strategici. Queste dinamiche hanno impattato soprattutto alcuni settori che basano sul contatto diretto la comunicazione con la clientela: nella ricerca, infatti, considerando la composizione settoriale dei primi 50 brand percepiti dal mercato come più inclusivi, rispetto allo scorso anno, perdono terreno aziende legate ai consumer services (-12 punti percentuali – p.p.), all’FMCG (beni di largo consumo, -10 p.p.). Il retail (-2 p.p.) si conferma comunque il settore più presente (20%). Vengono invece premiate le aziende capaci di fare comunicazione su altri canali rispetto a quelli fisici (e-commerce, infotainment, social network): tra quelle percepite come più inclusive, infatti, fanno un balzo in avanti rispetto allo scorso anno quelle dell’information technology (+8 p.p.), apparel & luxury goods (+10 p.p.) e healthcare & wellbeing (+8p.p.).

    Cambia anche il profilo delle consumatrici e dei consumatori: si conferma il trend della polarizzazione, con la scomparsa di alcune fasce intermedie in termini di orientamento all’inclusione (es. idealiste/i), ma allo stesso tempo si trasformano le parti della popolazione che in passato erano più negative nei confronti della diversità. Scompare, infatti, il segmento di arrabbiatissime/i e quello di arrabbiate/i passa dal 25,4% dell’anno scorso al 12,4%, con una composizione peculiare: il 63,57% di questo segmento è composto da uomini; vi è poi un 40% di giovani fra i 18 e i 35 anni che vedendosi private/i della propria vita sociale ed assistendo ad una focalizzazione mediatica sulla fascia degli “over” hanno sviluppato un atteggiamento non positivo nei confronti di alcune forme di diversità. Nell’anno del COVID-19 si registra una forte tendenza verso l’egoismo e l’individualismo, con l’arrivo della nuova categoria “tribali” (16,4%), composta da persone in passato distanti dall'inclusione che durante la pandemia hanno percepito come alcune forme di diversità fossero in realtà molto vicine: il loro coinvolgimento sui temi della D&I si declina infatti soprattutto all’interno del proprio nucleo familiare. Vi è poi un forte aumento dei consapevoli (15,7% dal 4,2% della precedente edizione), persone attente all’inclusione, ma non direttamente coinvolte.

    In un Paese con un buon grado di conoscenza, familiarità e contatto sui temi della diversity ma ancora con una scarsa pratica, nell’interazione e nel coinvolgimento, la maggioranza delle persone (55,5%) è comunque altamente sensibile e attiva sulle tematiche della diversity, con il 34,5% di coinvolte/i e il 21% di impegnate/i. Togliendo l’unico cluster che esprime disinteresse generale e trasversale sul tema delle diversità, ossia quello di arrabbiate/i, il restante 88% di consumatrici e consumatori è maggiormente propenso verso i brand più inclusivi.

    Infatti, anche in epoca COVID-19 viene confermato come le pratiche inclusive sui temi di genere e identità di genere, etnia, orientamento sessuale e affettivo, età, status socio-economico, (dis)abilità e credo religioso (le 7 aree della diversity su cui si è concentrata la ricerca) impattino positivamente sulla reputazione del brand e sulla fiducia che consumatrici e consumatori ripongono nella marca, riversandosi in un indice di passaparola positivo e risultati economici migliori.

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