Umberto Piersanti

    Umberto Piersanti

    Non serve un poeta al governo, serve la poesia. Articolo di Umberto Piersanti

    Platone aveva pensato di affidare il governo ai filosofi: in questa repubblica non c’era spazio per i poeti, astratti cantori privi di virtù che, con un termine moderno, potremmo definire civiche.

    Varie sono state le città ideali: da Campanella a Tommaso Moro ai falansteri ottocenteschi.

    Ogni volta che si tenta di dare un ordinamento totalizzante alla società uscendo fuori dalla teoria si arriva a dei disastri: le società direttamente affiliate ad un pensiero filosofico, religioso o ideologico sono stati sempre dei fallimenti.  Si va dalla cupa atmosfera della Firenze Savonaroliana all’orrore della Cambogia dei Khmer, dove anche i matrimoni erano affidati alle scelte del partito e dove il crimine, basato sulla necessità di sradicare il vecchio mondo, ha dominato sovrano.

    Magari se oggi avessimo il filosofo Agamben a capo del governo rifiuteremmo la scienza e i vaccini: molto meglio politici che, pur tra mille contraddizioni, sono costretti ad ascoltare scienziati e virologi.

    Passiamo ai poeti di cui parla Arminio: io non credo affatto che essi possano essere dei legislatori speciali, che abbiano un’intelligenza politica e sociale superiore a quella degli altri uomini. Facciamo qualche esempio contemporaneo: D’Annunzio credeva al superomismo che ha favorito con la sua azione un regime totalitario che Mussolini ha saputo poi costruire. L’antisemitismo di Ezra Pound era più vicino alla filosofia nazista che a quella fascista: alla grandezza del poeta corrispondeva la sua assoluta follia politica che rintracciava negli ebrei la causa di ogni male del mondo e identificava la parola “ebreo” con quella di “usuraio”.

    A sinistra Pablo Neruda e Nazim Hikmet furono stalinisti così come i surrealisti francesi guardavano con simpatia, da un punto di vista stalinista o trotskista, l’Unione Sovietica delle purghe e dei campi di concentramento. Bertolt Brecht combatté tenacemente contro il nazismo, ma scelse di andare ad abitare nella Berlino comunista dove lo spionaggio poliziesco raggiunse il culmine.

    Non c’è necessità di mettere un poeta nel governo, ma di avere governanti consapevoli, preparati e nello stesso tempo eticamente affidabili.

    In una società come la nostra dove la poesia ha assunto un ruolo assolutamente marginale, dove il più piccolo dei cantautori ha una visibilità assolutamente superiore a quella del più grande poeta, i poeti servono ad altro. Alle parole effimere che scorrono negli schermi televisivi e sui social, la poesia contrappone lo scandaglio che tenta di comprendere le ragioni del nostro essere e del nostro percepire.

    I grandi temi archetipici come l’amore, la morte, il tempo, la contemplazione della natura sono tematiche fondamentali della poesia anche se quest’ultima può benissimo affrontare problematiche sociali e storiche. La poesia è il luogo della parola che permane, che interroga, che si deposita nel nostro io più profondo: essa assume un valore antropologico più che sociologico.

    Non si tratta di mettere un poeta nel governo ma di fare in modo che le nostre librerie non siano riempite solo di gialli, horror e fantasy: che una rubrica culturale del Tg1 dell’una e trenta domenicale, “Billy”, si accorga che esiste anche la poesia. Il mondo può andare avanti anche senza la poesia, ma senza la poesia è molto più povero. La poesia trascende le figure dei poeti spesso narcisisti, egotici, inconcludenti e confusi: ma quando leggiamo i loro testi andiamo ben oltre la loro piccola autobiografia e ci misuriamo con le domande e le questioni del nostro essere nel mondo.

    di Umberto Piersanti

    25 dicembre 1942, una poesia del nostro Editorialista Umberto Piersanti

    Vi proponiamo la poesia del nostro caro editorialista Umberto Piersanti scritta a dicembre 2017. 

     

    25 dicembre del ‘42,

    un giorno,

    un giorno a caso

    della vita,

    il tempo ch’è passato 

    lo misuri 

    dalla memoria che 

    a quell’ora non giunge,

    e non c’è chi interroghi 

    e racconti,

    solo nelle memorie

    ora esistete,

    ombre a me sacre,

    sacre e infinite 

    dinnanzi agli occhi mesti 

    ma così spesse

    e vere, 

    così tenaci,

    molto, molto più folte

    siete

    di chi è rimasto 

    magari per un premio 

    o una licenza 

    è tornato il padre 

    da quei monti 

    dove i ribelli 

    nascosti tra i massi

    sparano sui soldati 

    che lenti avanzano,

    la madre non prepara

    i cappelletti,

    è un Natale povero,

    di guerra, 

    ma stende sulla madia 

    i tagliolini,

    il brodo è tutto caldo,

    grande e calda la stufa

    con quel tubo

    che per il muro sale, 

    smisurato,  

    e calde le sorelle

    accovacciate 

    cerchiano d’argento 

    i mandarini 

    forse t’ha alzato

    il padre 

    sulle spalle

    e dato per giocare 

    la sua bustina,

    e ridono le donne,

    sono felici,

    il padre resta lì

    un mese intero

    no, l’albero non c’era,

    venne dopo,

    ti ricordo padre

    che trascini 

    nella divisa

    adattata ai lavori,

    quel gran ramo innevato

    dalla pineta  

    ma le sorelle

    nei greppi lontani

    hanno colto il muschio 

    per il presepio,

    poche le statuine,

    lo spazio stretto,

    col pungitopo 

    grigio, dai rossi accesi 

    l’angoliera diviene 

    un bosco immenso 

    venne la notte

    coi vetri oscurati,

    non debbono vederci

    su dal cielo

    chi la morte 

    sgancia sulle case

    nel nero smisurato 

    che c’avvolge

    e fascia,

    fin dentro il sangue 

    t’entra il fischio nero,

    tu piangi ma non sai,

    gli altri lo sanno

    t’hanno accolto nel mezzo

    padre e madre,

    tu dormi

    e più non senti

    il fischio nero

    Una riflessione del nostro Autorevole Editorialista Umberto Piersanti

    A che serve la poesia? Ci fa diventare più buoni, più attenti, più consapevoli? Certo, il Cantico delle Creature di San Francesco indubbiamente ci arricchisce sul piano etico e religioso. Se faccio altri nomi di poeti, come Baudelaire, Rimbaud e Ginsberg, autori più o meno “maledetti”, questi non ci danno sicuramente indicazioni morali o religiose, anzi ci sprofondano nell’inquietudine e nella trasgressione. Allora? La poesia interroga la profondità dell’essere umano, coinvolge le nostre domande più profonde. I temi fondamentali della poesia sono quegli archetipi che attraversano tutta la storia: l’amore, il trascorrere del tempo, il timore della morte, la contemplazione della natura e ancora altri.

    Dunque la poesia, accusata spesso di essere la più individualistica delle discipline letterarie, è in realtà la più universale. I temi di cui sopra attraversano tutti i tempi e tutte le società, anche se le risposte possono variare a seconda delle situazioni storiche e geografiche. Comunque, ci sono dati antropologici che attraversano il tempo e ci coinvolgono tutti: la gelosia che prova Saffo a vedere una delle fanciulle del tiaso allontanarsi, quel sudore nelle tempie e nelle mani è lo stesso tremore che ci attraversa quando vediamo una persona amata allontanarsi da noi e scegliere altri compagni. Il timore di Orazio nel vedere i capelli incanutirsi e le pieghe del viso raggrinzarsi con l’avanzare degli anni è lo stesso nostro timore.

    Dunque la poesia ha un valore antropologico molto più che sociologico: riguarda l’essere umano in quanto tale, essere umano le cui sostanziali prerogative permangono al di là delle differenze geografiche e temporali. In un periodo come il nostro dove c’è un enorme abuso di parole e di immagini, dove i mass media e i social media affollano tutte le nostre ore, la poesia mantiene un valore forte e si attiene ad una parola intensa e significativa, una parola che non può svanire come svaniscono le immagini pubblicitarie o le chiacchiere degli esperti sugli schermi televisivi. Questo è il valore fondante della poesia, una ricerca di verità che ci arricchisce sempre anche se, talora, può essere inquieta e dolorosa.

    Ricerca di verità, ma anche di bellezza: le parole devono essere perfette, assolute, il loro ritmo ci deve coinvolgere e compenetrare.

    Qualcuno potrà obiettare: la poesia talora parla di vicende e situazioni piccole, di oggetti minimi: in che modo dunque potrà coinvolgerci? Rispondo con le parole di Michael Hamburger: “la poesia può parlare anche delle sfumature di un tulipano, se è vera poesia parlando delle sfumature di un tulipano parlerà dell’universo”.

    Ecco, questo è il primo messaggio che voglio lanciare: la forza della parola non si misura mai dalla tematica, ma dall’intensità con cui la parola viene detta. Il belato doloroso della capra di Saba ci ricorda i dolori del mondo. La felicità della primavera leopardiana nel Passero Solitario esalta la nostra capacità di cogliere le luci e i colori dell’universo.

    Un’umanità priva di poesia è un’umanità a cui manca molto, sia sul piano della verità, che su quello della bellezza.

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