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    Al via il 32° Trieste Film Festival: online su MYmovies

    Dal 21 al 30 gennaio l'importante appuntamento con il cinema dell'Europa centro orientale. Due nuove sezioni 'Wild Roses: Registe in Europa' e 'Fuori dagli Sche(r)mi'

    Il Festival cinematografico di Trieste (Trieste Film Festival) è in tutti i sensi un’istituzione e racconta, anche con la sua sola esistenza, un pezzo di storia europea: nato alla vigilia della caduta del Muro di Berlino, è il primo e più importante appuntamento italiano con il cinema dell'Europa centro orientale e da trent'anni rappresenta un osservatorio privilegiato su cinematografie e autrici/autori spesso poco noti – se non addirittura sconosciuti – al pubblico italiano, e più in generale a quello “occidentale”.

    Quest’anno il Festival, diretto da Nicoletta Romeo e Fabrizio Grosoli si svolgerà online su MYmovies dal 21 al 30 gennaio prossimi ed è ben lieto di annunciare la nascita di due nuove sezioni che integrano l'impianto tradizionale dei concorsi dedicati ai lungometraggi, ai documentari e ai corti: la prima, “Wild Roses: Registe in Europa” è dedicata ai talenti ‘al femminile’, la seconda "Fuori dagli sche(r)mi" che mette un focus su nuovi orizzonti cinematografici.

    «Wild Roses: Registe in Europa – spiegano i direttori artistici – è uno spazio che intendiamo dedicare alle donne registe dell'Europa centro orientale (tra l'altro sempre, e da sempre, molto presenti al Festival), individuando ogni anno un Paese diverso cui dedicare il nostro focus. I dati dell’audiovisivo sottolineano a livello globale le difficoltà dei progetti firmati da donne ad accedere ai finanziamenti, a prescindere dal valore artistico, e dunque ci è sembrato doveroso fare la nostra parte per valorizzare le registe europee attraverso una sezione ad hoc. Per cominciare, non potevamo che scegliere la Polonia, dove più che in ogni altro luogo, negli scorsi mesi, le donne hanno fatto sentire la propria voce contro nuove leggi che vogliono limitarne le libertà fondamentali».

    Saranno cinque le registe “presenti”, seppure in streaming, al Festival (e che parteciperanno a un panel coordinato da Marina Fabbri), attraverso le cui opere riscopriremo nuove forme di rappresentazione femminile e sguardi maturi e disincantati sul proprio Paese: Hanna Polak con "Something Better To Come" (trailer), ritratto di Jula, che vive la propria adolescenza nella più grande discarica d'Europa, la Svalka, alle porte di Mosca; Agnieszka Smoczyńska con "The Lure" (trailer), l'amore tra due sirene e un bassista nella Varsavia degli anni 80, tra horror e musical; Anna Zamecka con "Communion" (trailer), storia di bambini che devono crescere (troppo) in fretta; Anna Jadowska con "Wild Roses" (trailer), la vita di una città nella Slesia meridionale, tra la chiesa e le coltivazioni di rose, uomini che lavorano all'estero e giovani si ritrovano di sera alla fermata dell'autobus; Jagoda Szelc con "Tower. A Bright Day" (trailer), una prima comunione come tante mentre la tv riporta notizie inquietanti.

    La sezione “Fuori dagli sche(r)mi” è stata realizzata per aprirsi tanto ad autori affermati quanto a giovani talenti. Tra i primi, due tra i più importanti cineasti rumeni contemporanei: Cristi Puiu (anche protagonista di una masterclass online) con l'anteprima italiana di Malmkrog, già premiato alla scorsa Berlinale, che adattando “I tre dialoghi” di Vladimir Sergeevic Solov'ëv vince la sfida di un'indagine filosofica su cinema e memoria; e Radu Jude, che in Tipografic Majuscul parte da un testo teatrale per raccontare le vicende parallele di Ceaușescu e di Mugur Călinescu, un “Pasquino” adolescente nella Romania comunista che sfidò il regime scrivendo sui muri i propri messaggi di protesta. Gli stessi anni, ma in Polonia, tornano in An Ordinary Country di Tomasz Wolski, sorta di Le vite degli altri più vero del vero, un documentario di found footage fatto “solo” di film e nastri registrati da ufficiali dei servizi di sicurezza comunisti, tra gli anni ’60 e ’80. E ancora, l'ucraino Oleh Sencov con Numbers, fantascienza distopica girata a distanza, da un carcere di massima sicurezza in Siberia dove il regista stava scontando una pena di 20 anni, accusato di attività terroristica. Per finire, due registe: la serba Jelena Maksimović, che in Homelands riflette sulle patrie della famiglia scoprendo il villaggio da cui la nonna fuggì durante la guerra civile greca; e la russa Maria Ignatenko con In Deep Sleep, meditazione sul lutto e la perdita attraverso il sonno profondo in cui sembra sprofondare il mondo quando il protagonista Victor apprende la morte della moglie.

    «Con ‘Fuori dagli sche(r)mi’ – aggiungono Nicoletta Romeo e Fabrizio Grosoli – abbiamo voluto creare una vetrina dedicata alle nuove prospettive e alle nuove forme cinematografiche: abbiamo pensato a film che manifestano un grado di “libertà” tanto nella durata quanto nella struttura narrativa, aperti a ibridazioni di generi e linguaggi».

    Tutte le informazioni sul sito www.triestefilmfestival.it

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    La storia delle sinagoghe italiane, raccontate e disegnate, il Libro di Adam Smulevich

    Da sabato nelle edicole con “Il Piccolo” i lettori troveranno il libro “Sinagoghe italiane. Raccontate e disegnate”. Il volume illustrato firmato da Adam Smulevich e Pierfranco Fabris in vendita a 14,50 euro più il prezzo del quotidiano.

    “Sono quarantadue le Sinagoghe che vi presentiamo. Raccontate storicamente, illustrate a colori. Tante storie di donne e uomini. Vicende, dolori e gioie hanno accompagnato la costruzione e la vita delle Sinagoghe Italiane. Dal Nord al Sud d'Italia le raccontiamo e disegniamo anche come omaggio agli Ebrei nostri fratelli maggiori. Le Sinagoghe di: Trieste, Gorizia, Venezia, Verona, Padova, Merano, Torino, Casale Monferrato, Vercelli, Alessandria, Asti, Biella, Carmagnola, Cherasco, Cuneo, Ivrea, Mondovì, Saluzzo, Milano, Mantova, Sabbioneta, Genova, Ferrara, Bologna, Modena, Parma, Carpi, Reggio Emilia, Soragna, Firenze, Livorno, Pisa, Siena, Pitigliano, Roma, Ancona, Pesaro, Senigallia, Urbino, Napoli, Trani, Palermo.”

    Nuovo bando per gli aspiranti volontari del Servizio Civile Universale- Riservato ai giovani dai 18 ai 28 anni

    E’ stato pubblicato il nuovo bando di selezione per il Servizio Civile Universale. I posti disponibili in tutta Italia sono 46891 e sono riservati a i giovani tra i 18 e 28 anni che vogliono diventare operatori volontari. Fino alle ore 14 di lunedì 8 febbraio 2021 è possibile presentare domanda di partecipazione ad uno dei 2814 progetti che si realizzeranno tra il 2021 e il 2022 sull’intero territorio nazionale e all’estero e che hanno durata variabile tra gli 8 e i 12 mesi.

    “Sono davvero molto felice che stiamo riuscendo a coinvolgere molte ragazze e ragazzi, rendendo sempre più universale il servizio civile – ha dichiarato il ministro Vincenzo Spadafora – La scelta di partecipare è una tappa fondamentale della vita e della crescita dei giovani. Sia umanamente sia professionalmente. I giovani volontari sono una risorsa importante ed insostituibile del nostro Paese e molti di loro hanno scelto con grande coraggio di non fermarsi neanche durante l’emergenza Covid. A tutti loro e a chi farà questa scelta va il nostro sentito ringraziamento”.

    I progetti sono proposti da enti di servizio civile, che operano nei settori dell’assistenza, dell’ambiente, dell’educazione, dei beni culturali, dell’agricoltura sociale, della protezione civile, della tutela dei diritti e della promozione dei valori fondativi della Repubblica italiana. I volontari percepiscono un compenso mensile: di 433,80 euro , se svolgono servizio civile in Italia; di 433, 80 euro più un’indennità di 15 euro al giorno per i giorni di effettiva permanenza, se svolgono servizio civile all’estero, più vitto e alloggio.

    Nel dettaglio, 39538 sono i posti disponibili nei 2319 progetti da realizzarsi in Italia e 605 quelli per i 111 progetti all’estero. Si aggiungono poi 6748 posti per 384 progetti da realizzarsi nei territori delle regioni che hanno aderito alla Misura 6 “Servizio civile universale del Programma operativo nazionale – Iniziativa occupazione giovani (PON-IOG) “Garanzia giovani”, ossia Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia. Si tratta di posti dedicati a giovani neet (not in education, employment or training, ossia giovani che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso di formazione) oppure a giovani disoccupati.

    Da quest’anno, ogni singolo progetto è parte di un più ampio programma di intervento che risponde ad uno o più obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e riguarda uno specifico ambito di azione individuato tra quelli indicati nel Piano triennale 2020-2022 per la programmazione del servizio civile universale.

    Alcuni progetti hanno invece riserve di posti per giovani con minori opportunità, intendendo ragazzi che hanno un basso reddito o bassa scolarizzazione o una disabilità. Altri progetti prevedono poi alcune misure “aggiuntive” e in particolare un periodo di tutoraggio nell’ambito del servizio da svolgere oppure, per i progetti che si realizzano in Italia, un periodo da uno a tre mesi da trascorrere in un altro Paese europeo.

    Gli aspiranti operatori volontari devono presentare la domanda di partecipazione esclusivamente attraverso la piattaforma Domanda on Line (DOL) raggiungibile tramite PC, tablet e smartphone all’indirizzo https://domandaonline.serviziocivile.it dove, attraverso un semplice sistema di ricerca con filtri, è possibile scegliere il progetto per il quale avanzare la candidatura.

    “I Am Greta” e la nostalgia di quando si parlava di ambientalismo

    Il documentario realizzato dal regista Nathan Grossman riassume l’incredibile parabola dell’attivista svedese e ricorda quanto siano importanti le battaglie sul clima, oggi passate in secondo piano

    Ha galvanizzato migliaia di giovani in tutto il mondo, ha fatto nascere movimenti per il clima, ha organizatto manifestazioni e scioperi di livello globale. È andata all’Onu, ha incontrato politici e regnanti, conosciuto star e e celebrità. Anzi, lo è diventata lei stessa, attirando applausi e insulti di pari intensità. Per il secondo aspetto, si ricorderà che l presidente americano Donald Trump le aveva suggerito, in un tweet, di «darsi una calmata». Lei se lo è ricordato lo scorso novembre, quando ne ha approfittato per rispedirgli lo stesso suggerimento, vista la rabbia per la sconfitta elettorale.

    Ora il viaggio per il mondo (traversata oceanica compresa) della giovane attivista svedese è stato raccolto, insieme a immagini di archivio, in un documentario. “I Am Greta”, realizzato dal regista svedese Nathan Grossman, presentato al Festival di Venezia 2020 e da pochi giorni disponibile su Amazon Prime (che pure su consumi e trasporti fa business) è insieme una storia, una celebrazione e un punto della situazione. È anche un documento che, nonostante racconti fatti recentissimi, sembra appartenere a un’altra epoca. Il Covid-19 e la pandemia hanno oscurato il tema ambiente, che pure resta importante. Le manifestazioni del Fridays For Future sono, per ovvie ragioni, ferme da un anno. E la sensibilizzazione è uscita dai radar, nonostante il clima rimanga in testa alle priorità, come dimostrano i criteri di investimento del NextGenerationUe.

    In questo senso, “I Am Greta” è un promemoria e il riassunto di una parabola, cominciata con gli scioperi da scuola fatti da sola, con un semplice cartello davanti al Parlamento. Era il 2018: la notizia, all’epoca solo una curiosità, raggiunge lo stesso Grossman. Ne discute con il suo capo, fa qualche ricerca (Greta aveva pubblicato un articolo sul tema ambiente) e poi decide di indagare. Fa le prime riprese, senza un progetto specifico (pensava a un corto) che poi confluiscono nel documentario. In questo senso, sono immagini inedite, ritraggono le origini del suo attivismo. Nel frattempo la questione guadagna visibilità, i gesti di Greta Thunberg cominciano a ricevere attenzioni e Grossman decide di seguirla. Nel documentario sono numerosi gli inserti privati, le immagini di vita quotidiana nella famiglia. C’è Greta che scrive il discorso e discute con il padre, che vuole tagliare i passaggi più duri (la spunta lei). O c’è Greta che balla, in mezzo ai suoi pupazzi. Si raccolgono le sue confessioni («i miei coetanei sono stati a lungo crudeli con me») e le sue convinzioni, spezzoni di filmini in cui Greta è ancora bambina. In questo senso, il documentario è, come spiega lo stesso regista, una ricerca nel mondo dell’Asperger.

    Poi le cose cominciano a esplodere. Ci sono inviti internazionali, marce per il clima e gli inviti dei politici. Il primo che compare nel documentario è un condiscendente Emmanuel Macron: il presidente francese le chiede «cosa dovremmo fare». Lei, fiduciosa, detta l’agenda.

    Poi ci sono i discorsi. Gli incoraggiamenti di Papa Francesco («Vai avanti»). Le critiche di Vladimir Putin, i distinguo dei vari network, le continue e infinite interviste, fino al trionfo del viaggio in barca del 2019 fino a New York, per partecipare al Climate Action Summit, che occupa poco meno di metà del film.

    Se riguardata tutta insieme, la vicenda di Greta Thunberg fa impressione. Non a caso, giusto all’inizio, le prime frasi si concentrano sull’eccezionalità di quello che sta accadendo. «Ho la sensazione che tutte le esperienze che ho fatto finora siano oniriche, simili a un sogno». A conti fatti, è più o meno quello che pensa chi lo guarda. Il film è il passato prossimo, ma sembra un dispaccio di un tempo lontano, quando il mondo era diverso. E forse lo eravamo un po’ tutti.

     

    Articolo di  per https://www.linkiesta.it/

    Per la medicina del territorio, ispiriamoci a Isotta Gervasi, prima donna medico condotto, angelo in bici

    Macinava chilometri e chilometri su due ruote per portare cure e sollievo ai sofferenti, specialmente poveri, di Cervia e dintorni. Un giorno di questo esempio magnifico di altruismo si accorse una scrittrice premio Nobel, Grazia Deledda…

    Li abbiamo visti stremati dopo un turno, chinati su una tastiera del computer, ancora con il camice indossato, la maschera protettiva. Li abbiamo visti indaffarati passare da un letto all’altro, nel silenzio irreale dei reparti di terapia intensiva, con messaggi di speranza scritte sulle tute bianche, testimoni in prima linea di ciò che accade ai malati di Covid 19. Li abbiamo chiamati eroi e poi, nel più aberrante meccanismo che la natura umana può partorire, sono diventati capri espiatori della paura della morte e dell’angoscia che ci assale tutti, addirittura nemici per qualche gaglioffo (vedi le auto danneggiate dei medici e infermieri del turno di notte dell’ospedale di Rimini: a proposito, un grande elogio al Consorzio carrozzieri di Rimini e San Marino che, in 16, hanno riparato gratuitamente le auto assaltate. Ndr). Loro, però, sono solo uomini e donne che hanno scelto un lavoro, un lavoro duro che presuppone sensibilità, empatia, cura dell’altro. Nella storia della professione medica e in generale sanitaria, vi sono stati esempi straordinari di uomini e donne che hanno reso la professione medica una vera e propria vocazione. Una di queste è senz’altro Isotta Gervasi, “la dottoressa povera” che è entrata nella storia come prima donna medico condotto d’Italia.

    Isotta nasce il 21 novembre 1889 a Castiglione di Cervia, prima di otto sorelle. Il padre Emilio, imprenditore edile, e la madre, Virginia Ridolfi, sono molto attenti all’educazione delle loro figlie e spingono soprattutto Isotta a dedicarsi agli studi. La giovane Isotta frequenta il liceo classico “Vincenzo Monti” di Cesena, poi a Ravenna, mostrando intraprendenza e curiosità. Isotta non sa quale futuro l’attende. Poi, un giorno qualunque, arriva la scintilla che cambia la vita di Isotta, mostrandole la via da percorrere.

    È lei stessa a ricordarlo in un’intervista del 1965, quando racconta di aver salvato la vita a un giovane contadino a cui lei era rovinosamente caduta addosso, intenta a imitare gli acrobati del circo. Isotta guarda quell’uomo, comprende la gravità del momento e, in uno slancio di coraggio, pratica la respirazione artificiale applicando le regole apprese dal libro di scienze. Il contadino rinviene e ringrazia accoratamente Isotta per essersi presa cura di lui. È in questo momento che nasce la sua vera vocazione.

    Finito il liceo, Isotta si iscrive alla facoltà di Medicina dell’Università di Bologna, allieva di Augusto Righi e Augusto Murri. Si laurea a Modena il 15 maggio 1917 e nel 1919 ottiene la specializzazione in pediatria. Comincia la sua professione medica alla clinica pediatrica modenese e nel 1919 diventa la prima dottoressa in Italia a ricoprire il ruolo di medico condotto. È una rivoluzione. Lavora a Savarna e Zaccaria, per poi continuare tra Ravenna e Cervia.

    Siamo nel periodo fascista e Isotta deve affrontare non poche difficoltà e diffidenze, in una società ancora legata all’idea che alla donna e solo alla donna spetta il compito di avere cura dei figli e il governo della casa. La caparbia Isotta crede in quello che fa e dimostra di essere non solo molto capace nell’esercizio della professione ma scopre di avere una dote di sensibilità fuori dal comune. Per tutti Isotta diviene “la dottoressa dei poveri” o “l’angelo in bicicletta”.

    Per molti anni la Gervasi macina, instancabile, chilometri e chilometri in bicicletta per raggiungere i suoi pazienti. La sua è una vera e propria passione che la spinge ad aiutare gli altri. È solita iniziare il giro di visite dalle persone più facoltose, accettando doni che poi ridistribuisce ai pazienti più poveri che visitava dopo.

    Alla fine degli anni Venti, Isotta acquista una macchina, la Fiat 509, diventando una delle primissime donne alla guida di un’auto, un altro primato.

    Durante la Seconda guerra mondiale però ritorna alla bicicletta. È questo il periodo in cui, instancabile, opera a ridosso della zona gotica, a Savio. Isotta non si risparmia, fedele a quel giuramento fatto il giorno della laurea, cura tutti, soldati di ogni nazionalità, sfollati e civili in difficoltà, tutto senza pretendere nulla in cambio.

     

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    Fondazione Alda Fendi e la Rhinoceros Gallery presentano le opere di Bin Fahad

    La Rhinoceros Gallery ‒ Fondazione Alda Fendi-esperimenti ospita le opere installative di Sultan Bin Fahad. fra rimandi alla tradizione religiosa e linguaggi visivi contemporanei.

    L’ARTE DI SULTAN BIN FAHAD

    Ci aggiriamo, incuriositi, tra le installazioni dell’artista saudita Sultan bin Fahad (Riyad, 1971; vive a Los Angeles), membro della famiglia reale, pazientemente accompagnati da Michela Cantatore, coordinatrice della Rhinoceros Gallery. Ci sovviene che, lo scorso anno, la Fondazione ha curato, su incarico della Saudi Commission, la direzione artistica e il concept design della mostra Roads of Arabia. Tesori archeologici dell’Arabia Saudita. Tutto ciò che vediamo percorrendo le sale dell’originalissima galleria, disposta su due piani, ci rimanda, come in un viaggio mistico-estetico, alla tradizione religiosa dell’artista: pannelli divisori in ottone originari della Mecca; pesanti reperti archeologici in pietra incisa; oggetti in marmo bianco polito di varia foggia di provenienza templare e, in contrappunto, video in loop e tessuti sonori monocordi  che ci immergono in una folla di fedeli oranti e nel brusio indistinto e avvolgente di una preghiera corale.

    Dal 7 gennaio al 10 febbraio - FREQUENCY - Sultan Bin Fahad - Rhinoceros Gallery,

    dal martedì alla domenica dalle 11 alle 20, via dei Cerchi 23, Roma.

    Così il mondo dell’arte prova a rinascere

    La riapertura dei musei a metà gennaio è sempre meno probabile. Molti poli culturali stanno cercando di rilanciare un programma di attività nel rispetto delle norme anti Covid, e se da questo primo calendario i segnali saranno incoraggianti le attività si moltiplicheranno, soprattutto le mostre di media grandezza.

    Ancora nessuna notizia certa dai piani alti del governo circa la possibile riapertura dei musei a metà gennaio (è bene ricordarlo, riavviare un museo è più difficile e complicato che tirar su la serranda a un bar, un ristorante, un’attività commerciale). Intanto, il mondo dell’arte non si ferma: studia strategie per la ripartenza, ipotizza nuovi scenari che almeno all’inizio presupporranno meno pubblico, si interroga sul rapporto tra l’imprescindibile contatto con il reale, la visione dell’opera in carne e ossa, e l’integrazione assolutamente necessaria con il mondo virtuale.

    Fin qui la differenza l’ha fatta chi ha qualcosa da dire – e come la dice – rispetto a chi si limita a pure operazioni di trasferimento in rete, alquanto malinconiche e inefficaci. Non c’è da stupirsi dello straordinario successo delle lezioni di Christian Greco, direttore del Museo Egizio, che hanno superato il milione di visualizzazioni uniche, né dei divertenti mini-video postati su Tik Tok dagli Uffizi: significa cioè aver capito che questi strumenti necessitano di altri linguaggi, che a loro volta possiedono una sintassi propria e regole specifiche.

    In altri casi, la maggioranza, è sembrato sufficiente mostrare visite virtuali in sale tristemente vuote: curiosità poca, abbandono immediato. In attesa che i musei si attrezzino per imparare al meglio la potenzialità del web, alcune gallerie hanno riaperto, essendo equiparate ad attività commerciali, lamentando però il poco pubblico in giro e soprattutto l’assenza delle fiere, che durerà ancora a lungo (chissà se ce la farà a inaugurare Miart a settembre).

    Le mostre importanti sono impegnative da preparare, soprattutto per i prestiti delle opere, e dunque i più coraggiosi provano a rilanciare un programma di attività che fin da marzo dovrebbe passare i primi segnali di ripartenza. Segnali che arrivano per esempio da Palazzo Strozzi, Firenze: annunciata una grande rassegna sull’arte americana dal 1961 al 2001, dalla Pop Art alle Torri Gemelle, di sicuro richiamo e di altrettanta scientificità. Data di apertura annunciata, il 20 marzo.

    Se a Venezia si discute sulla rinuncia dei Musei civici di voler aspettare almeno la primavera nella speranza che ricominci un significativo flusso turistico, gli appassionati hanno già messo in agenda la retrospettiva di Bruce Nauman a Punta della Dogana (21 marzo), evento da non perdere vista la rarità dell’artista americano, uno degli ultimi grandi vecchi. Oltre ovviamente alla Biennale di Architettura, slittata di un anno, riposizionata dal 22 maggio e probabilmente ripensata sull’onda della pandemia.

    Più complicato organizzare il calendario di spazi-contenitori, come Palazzo Reale a Milano il cui calendario si basa su un fitto gioco di incastri. Al momento “Le donne dell’arte”, rassegna sulla pittura al femminile tra ’500 e ’600 è fissata ottimisticamente per il 5 febbraio, mentre lì accanto, al Museo del ’900, dovrebbe riaprire (sempre a proposito di donne) l’antologica di Carla Accardi. A Torino, in attesa dell’inaugurazione della nuova sede di Gallerie d’Italia in piazza Castello, uno spazio monstre progettato da Michele De Lucchi e che si occuperà principalmente di fotografia e video, il Castello di Rivoli promette un omaggio al critico Achille Bonito Oliva (17 maggio), mentre a Roma il MAXXI tenterà di celebrare i dieci anni di attività (28 gennaio, riuscirà?) fisiologicamente rimandati rispetto alla scadenza naturale.

    Molte attività si annunciano per il settecentesimo anniversario della morte di Dante in varie città d’Italia, in particolare al MAR di Ravenna (11 settembre) con una grande mostra trasversale e divertente, simile a quella dedicata a Ulisse che aprì pochi giorni prima della pandemia lo scorso febbraio a Forlì. La gestazione è molto impegnativa, meglio prendersi il tempo necessario. Se da questo primo calendario i segnali saranno incoraggianti, c’è da scommettere che le attività si moltiplicheranno, soprattutto di mostre medie, non troppo costose da produrre, che potrebbero funzionare da cartina al tornasole per capire il reale stato dell’arte post-Covid, non solo in Italia.

    Sarà curioso, infine, scoprire cosa ha lasciato dietro di sé l’improvviso e lungo stop alla cultura visiva e che tipo di opere gli artisti produrranno da qui in poi, se la pandemia avrà delle conseguenze e dei motivi di riflessione oppure se sarà meglio archiviare il dramma e dedicarsi ad altre riflessioni, come già accade nel cinema e nella letteratura.

    Personalmente provo fastidio di fronte a chi sceglie di cavalcare la cronaca, mettendo mascherine alla Gioconda o rielaborando il lutto attraverso immagini stucchevoli e stupide; neppure mi piacciono i tanti “diari dalla clausura”, un diffuso chissenefrega a modelli del tipo un disegno al giorno, una foto al giorno, specchio dell’esigenza conclamata di parlare sempre e solo di sé in prospettiva ombelicale. Sono ottimista, dunque mi aspetto un’arte grintosa, coraggiosa, utopistica, dove ritorni la voglia di vivere e condividere, attraverso i cinque sensi, quell’esperienza unica che tanto ci è mancata, come cosa necessaria, non certo superflua, anche per dar contro a chi l’ha etichettata così.

     

    Articolo di (linkiesta.it)

    CNDDU interviene sulla tragedia umanitaria della rotta balcanica

    Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani intende portare con urgenza e dolore all’attenzione di tutti la tragedia umanitaria che si sta consumando lungo la rotta balcanica.

    La rotta balcanica è quella strada lastricata di dolore che rappresenta per troppi uomini infelici e lontani dall’Umanità la speranza di un futuro migliore in Europa. Ogni giorno i migranti in fuga dalla guerra e dalla disperazione cercano di passare il confine in qualunque modo mettendo a repentaglio la loro vita. Dalla scorsa estate il flusso migratorio che punta in direzione dell’Unione Europea ha raggiunto cifre impressionati. Il punto più alto è stato raggiunto dopo l’incendio che ha devastato la scorsa settimana la tendopoli Camp Lipa, in Bosnia, e che ha aggravato la crisi umanitaria sulla rotta balcanica. 

    Nel campo divorato in poco tempo dalle fiamme, segnale del fallimento delle politiche europee, mancavano le condizioni minime per una sopravvivenza dignitosa. 

    Era, infatti, un luogo inadatto all’accoglienza, soprattutto nel periodo invernale, e altamente pericoloso per la vita delle persone. Inoltre, era sprovvisto di elettricità e acqua potabile. Stesse caratteristiche, queste, degli altri campi dove venivano continuamente trasferiti i migranti. Ma per chi nulla aveva era pur sempre un riparo. 

    Dopo l’incendio di Camp Lipa la rotta balcanica si è riempita di nuove sfortunate anime. 

    E così, da questo momento altri tremila migranti, intrappolati tra freddo e neve, hanno iniziato a vagare in Bosnia nel perenne tentativo di passare la vicina frontiera con la Croazia.

    Tra Natale e Capodanno, quando l’Europa era protetta nel tepore delle sue case calde, in attesa del nuovo anno, si stava consumando la più grave violazione dei Diritti Umani.

    Uomini figli di un Dio minore, viaggiavano con la sola forza degli stenti, sotto il gelo e la neve, lasciando giorno dopo giorno i parenti e gli amici morti lungo il cammino della speranza che non incontrava mai l’umana pietà. 

    Negli ultimi giorni del 2020 i reportage, gli approfondimenti e i dossier hanno consegnato al mondo questo limbo di immobilità nel cuore dell’Europa, pregno di migranti senza diritti, che non può e non deve passare inosservato perché riguarda tutto l’equilibrio sociale planetario, riguarda tutti. 

    “Riammessi” in Slovenia. 

    Già nel 2019 molti Paesi hanno scelto di ignorare la disperata richiesta del sacrosantissimo diritto internazionale di asilo politico e hanno risolto il problema coniando questa formula per negare in modo meno crudo il diritto alla protezione

    Che poi, si scrive “riammessi”, ma si legge respinti!

    Respinti e spinti verso i fili spinati, verso l’inferno, verso la guerra, verso le mutilazioni, verso le percosse e le torture, verso le più inimmaginabili violenze sessuali. 

    Respinti e spinti verso la morte certa. La morte degli uomini sicuramente, ma anche dei Diritti Umani.

    E così i figli di un Dio minore, a -11°, in fila, con caviglie rotte, ossa spezzate, occhi scavati dalla paura, con teli di fortuna addosso che non riscaldavano, ma rallentavano soltanto i movimenti di un corpo logorato dai lunghi digiuni, invece di suscitare umana pietà, hanno solo prodotto il silenzio dell’Unione europea che non riesce proprio a cogliere, nonostante la storia insegni il contrario, la chiave strategica che i Balcani sono e rappresentano.

     Non isolamento, non espulsione, ma integrazione e sostegno occorrerebbero in questa delicatissima fase politica in cui l’immigrazione costituisce una delle maggiori sfide per l’Unione europea, la quale non può gestire una politica migratoria comunitaria ignorando le problematiche provenienti dai Balcani, provenienti dalla Bosnia.

    E quest’ultima, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, è davvero la Lampedusa terrestre dei Balcani.  

    Qui non ci sono barconi al largo del Mediterraneo avvistati dalle numerose Ong sparpagliate nel Mare Nostrum, ma fittissime foreste tempestate da mine anti-uomo, maledettissima eredità della dissoluzione dell’ex Jugoslavia degli anni Novanta. 

    La rotta balcanica pur essendo percorsa soprattutto da siriani, afghani, pakistani, iracheni, iraniani, sa essere silente. Forse perché nessuno vuole ascoltate il suo dolore. Forse perché gli occhi dei media sono puntati sugli sbarchi che avvengono lungo le coste mediterranee, e allora i flussi migratori nei Balcani e le azioni violente da parte della polizia qualche volta sfuggono. 

    Il CNDDU alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni sulla rotta balcanica intende denunciare gli abusi sui rifugiati, il mancato rispetto delle norme internazionali ed europee in materia di asilo politico e la violazione continua e perpetrata dei Diritti Umani. 

    La Convenzione di Ginevra del 1951, firmata da 144 Stati contraenti, afferma che:  “Nessun rifugiato può essere respinto verso un Paese in cui la propria vita o libertà potrebbero essere seriamente minacciate”. 

    Questa norma è ormai considerata di diritto internazionale consuetudinario. È opportuno che gli Stati cooperino per garantire che i diritti dei rifugiati siano rispettati e protetti.

    Dalla rotta balcanica arriva un grido disperato, un grido d’aiuto rivolto al mondo. 

    E il mondo appartiene a tutti anche a chi soffre e cerca aiuto ed è laggiù, in fondo al baratro. 

    E noi in questo baratro disumano vogliamo affacciarci per guardarci dentro e provare a raccontare cosa sta succedendo, per provare a bussare a tutte le porte, per far un rumore più forte dei loro passi senza forza, sotto la neve impietosa di gennaio, sotto lo sguardo privo di Umanità di chi l’Umanità la sta distruggendo.

     

    Prof.ssa Rosa Manco

    CNDDU

    SILENZIO IN SALA A TEMPO DI MUSICA. OGNI DOMENICA ALLE ORE 18 UN CONCERTO CHE UNISCE L'ITALIA

    Dal 1° gennaio al 4 aprile 2021

    Il Comitato AMUR, che riunisce i più importanti enti concertistici italiani della musica classica, ha realizzato insieme al fotografo Daniele Ratti - ideatore del progetto - un ciclo di concerti a porte chiuse dove musica e fotografia si incontrano con l’obiettivo di supportare i musicisti e ricreare una stagione 20/21 raccontata attraverso immagini e suoni.

    14 concerti, 14 teatri, 14 scatti sono i protagonisti di Silenzio in Sala a Tempo di Musica e diventano il contenuto di azioni mirate alla riattivazione dei territori e al turismo di prossimità.

     

    Segui i concerti sul sito www.comitatoamur.it

    Un progetto digitale della Ue in difesa del patrimonio culturale europeo

    La Commissione Europea ha inaugurato  un centro europeo di competenze volto a preservare e conservare il patrimonio culturale europeo. Il centro, che opererà per un periodo di 3 anni con un massimo di 3 milioni di euro a titolo del programma Orizzonte 2020, istituirà uno spazio digitale collaborativo per la conservazione del patrimonio culturale e darà accesso ad archivi di dati, metadati, norme e orientamenti. L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare in Italia coordina il gruppo di 19 beneficiari provenienti da 11 Stati membri dell’UE, dalla Svizzera e dalla Moldova.

    La Commissione ha inoltre avviato due progetti a sostegno dell’istruzione digitale, del valore massimo di 1 milione di euro ciascuno, sempre attraverso Orizzonte 2020. Il primo progetto, MenSI, si concentra sul tutoraggio per il miglioramento scolastico e durerà fino a febbraio 2023. MenSI mira a mobilitare 120 scuole in 6 Stati membri (Belgio, Cechia, Croazia, Italia, Ungheria, Portogallo) e nel Regno Unito per promuovere l’innovazione digitale, in particolare nelle scuole di piccole dimensioni o rurali e a vantaggio degli studenti socialmente svantaggiati.

    Il secondo progetto, iHub4Schools, durerà fino a giugno 2023 e accelererà l’innovazione digitale nelle scuole grazie alla creazione di poli regionali di innovazione e di un modello di tutoraggio. Vi parteciperanno 600 insegnanti di 75 scuole e i poli saranno istituiti in 5 paesi (Estonia, Lituania, Finlandia, Regno Unito, Georgia). Anche l’Italia e la Norvegia beneficeranno del sistema di tutoraggio.

    Articolo: agenziacomunica.net/

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