Come mai negli ultimi vent’anni il razzismo e l’intolleranza sono aumentati a dismisura proprio nei Paesi in cui le politiche della memoria sono state implementate con maggior vigore?

    Dobbiamo riconoscere il fallimento di quelle politiche, come fanno alcuni autori che scrivono libri «contro» quella Memoria? Non sarebbe più saggio individuare gli errori del passato e infine proporre qualche concreta via di uscita?

    Decontaminare le memorie di Alberto Cavaglion si sofferma su uno dei concetti ormai più inattuali e logorati dall’uso: i «luoghi della memoria». Soprattutto quelli «minori», purtroppo diffusi, teatro di violenze di massa anche nella storia più recente. Cosa fare di questi paesaggi?

    «Comprendere» un luogo flagellato dalla violenza, dall’isolamento, dalla riduzione dell’uomo a cosa, richiede l’intervento di quella che si potrebbe chiamare, alla maniera di Georges Perec, «memoria obliqua». Al fine di individuare nuovi strumenti e imboccare un percorso di rigenerazione. Da qui nasce l’idea di Decontaminare le memorie. Un manifesto del «quarto paesaggio», che restituisca ai luoghi della memoria quella funzione riparatrice che talvolta riesce alla letteratura, quando non è solo testimonianza.

    Come gli aquiloni del romanzo-testamento di Romain Gary, ci sono ideali da tenere stretti perché non scappino nel cielo, ma non troppo ancorati al suolo, per non farli schiantare in terra.

    Alberto Cavaglion insegna Storia dell’Ebraismo all’Università di Firenze. Per Einaudi ha pubblicato, con Paola Valabrega, Fioca e un po’ profana. La voce del Sacro in Primo Levi (2018) e gli Scritti Civili di Massimo Mila. Con Feltrinelli ha pubblicato La Resistenza spiegata a mia figlia. Il suo ultimo libro è Guida a ‘Se questo è un uomo’ (Carocci, 2020).

    In occasione del “Romanò Dives”, la giornata internazionale dei Rom, che si celebra oggi, 8 aprile, in ricordo del primo Congresso mondiale dei Rom tenutosi nel 1971 vicino Londra, la Comunità di Sant’Egidio rivolge gli auguri a tutti i Rom (e alle popolazioni romanì che si identificano con questo nome) e sottolinea alcune idee, preoccupazioni e prospettive sulla presenza di questo popolo in Italia ed Europa. Occorre anzitutto prendere le distanze da vecchi e nuovi pregiudizi, fonte di ostilità e discriminazioni, e intraprendere con coraggio iniziative che favoriscano la piena inclusione dei Rom nelle nostre società, valorizzando la cultura e la condivisione della memoria, considerando che quasi nessuno in Italia conosce il Porrajmos, lo sterminio di Rom e Sinti durante la seconda guerra mondiale. Bisogna poi puntare su un serio programma di scolarizzazione, una autentica priorità per un popolo, che in larga parte è costituito da bambini e giovani (circa il 50% delle 140.000 presenze in Italia ha meno di 18 anni). Solo investendo seriamente su un’istruzione e una formazione di qualità si potrà avere una generazione pienamente integrata nella nostra società. Infine occorre attuare politiche di inserimento abitativo, superando la logica emergenziale che spesso contraddistingue l’azione delle istituzioni rispetto a questa minoranza: la presenza di Rom e Sinti non è episodica o occasionale ed è evidente che approcci perennemente emergenziali non facilitano l’integrazione e sono spesso causa di spreco di fondi pubblici. L’integrazione dei Rom è possibile, come dimostrano tante situazioni, di cui Sant’Egidio ha fatto esperienza in anni di amicizia e impegno a loro fianco. Quando per i Rom valgono gli stessi criteri che per altre fasce di popolazione, l’integrazione funziona.

    Venerdi 9 aprile su RAI 2 alle 00,30 circa e domenica 11 aprile in replica alle 09.10 circa va in onda il consueto appuntamento con “O anche no”, il programma
    dedicato all’inclusione e alla solidarietà realizzato con RAI PER IL SOCIALE.
     
    Protagonista della puntata Erika Stefani, ministro per la disabilità. 
    Paola Severini Melograni, con il supporto del nostro cast fisso I Ladri di Carrozzelle, Stefano Disegni e Rebecca Zoe De Luca, porterà il ministro nel "mondo" di "O anche No". 
     
     
    O Anche No è scritto da Maurizio Gianotti, Giovanna Scatena e Paola Severini Melograni con la regia di Davide Vavalà.
     

    Vi proponiamo l'intervista realizzata a Chiara Amirante, scrittrice e autrice di numerosi best-seller, consultrice in due Pontifici Consigli della Santa Sede, pubblicata oggi sul Corriere della Sera.

    Chiara Amirante soffre da una decina di anni della malattia di Takotsubo, una cardiopatia da stress detta anche «sindrome del cuore infranto», che le procura tremendi attacchi di angina pectoris e la costringe a ingerire 15 farmaci al giorno. Eppure non è stata mollata dal fidanzato, anzi fu lei a lasciare lui, benché si amassero alla follia e già progettassero di sposarsi. La diagnosi se l’è fatta da sola: «Raccolgo troppo dolore». Il 24 maggio saranno trascorsi 28 anni. Quel lunedì del 1993 decise di varcare per sempre la sua personalissima linea del Piave e di scendere in trincea a combattere ogni giorno per salvare tossicomani, alcolisti, vagabondi, malati di Aids, schiave del sesso, ex detenuti, ragazze madri, bambini di strada, giovani disorientati e senza speranza. «Gli scarti», come li chiama il suo amico papa Francesco. Ma non marciava alla testa di un esercito: era completamente sola. «No, si sbaglia: avevo Gesù al mio fianco», corregge con un sorriso radioso.

    Bisogna osservarla mentre parla, Chiara Amirante, per capire in che cosa consista la sua terapia, chiamata L’arte di amare, un percorso terapeutico riabilitativo basato sul Vangelo. Ai Piccoli della gioia, i più vicini fra i 6 milioni di seguaci che ormai conta in una sessantina di Paesi, ha dato da imbracciare quest’unica arma: la letizia. Tant’è che da quando la Santa Sede ha riconosciuto l’associazione Nuovi orizzonti, nella quale operano stabilmente 700.000 volontari denominati Cavalieri della luce (molti tolti dalla strada) e 1.020 équipe di servizio, la fondatrice ha imposto ai membri effettivi una promessa in più, rispetto ai voti di povertà, castità e obbedienza emessi dai religiosi: l’impegno alla gioia, appunto. Più che con le sue parole, raccolte in 18 libri, li converte con le opere.

    Da chi ha ereditato questa fede?

    «I miei genitori erano anticlericali e agnostici, ma sempre alla ricerca di risposte sul senso della vita e del dolore. Il gesuita padre Riccardo Lombardi, soprannominato “il microfono di Dio” per la foga oratoria che metteva nelle sue trasmissioni radiofoniche, parlò loro dei focolarini. A un raduno conobbero la fondatrice Chiara Lubich. Anziché sulla via di Damasco, caddero folgorati a Fiera di Primiero, in Trentino. Ero nella pancia della mamma quando fui portata nella basilica di Santa Maria Maggiore e consacrata alla Madonna».

    Un destino già segnato.

    «Appena laureata, davo una mano al Ceis di don Mario Picchi. Allora manco mi rendevo conto che esistessero le tossicodipendenze. Accorrevo fra i derelitti della stazione Termini dalle 19 alle 3 di notte, senza dirlo ai miei. La Caritas ci vietava di frequentare i sottopassaggi della metro. Troppo pericolosi. Erano il Bronx di Roma, il cuore dell’inferno».

    Tiro a indovinare: scendeva proprio lì.

    «Da incosciente. All’inizio non sapevo come avvicinarmi. Poi ho capito che erano solo assetati d’amore. Nessuno li aveva mai guardati. Cominciò a spargersi la voce della pazza che andava a trovarli».

    Non le facevano nessuna richiesta?

    «Una sola: come fosse possibile che una ragazza di buona famiglia andasse a rischiare la vita fra gente come loro».

    E lei che cosa rispondeva?

    «È possibile perché anch’io ho sofferto un dolore terribile come voi, ma Gesù ha dato la vita per me e mi ha permesso di non sprofondare nella disperazione».

    Che genere di dolore?

    «In sette mesi, nonostante le iniezioni di cortisone negli occhi, avevo perso 8 decimi della vista per un’uveite correlata con la sindrome di Behçet, una malattia rara, autoimmune, dolorosissima, che ti uccide lentamente. Mi fu diagnosticata dopo 30 giorni di ricovero al Policlinico Gemelli. Non riconoscevo più le persone a un metro di distanza, ero condannata alla cecità, epperò avvertivo una pace e una gioia irragionevoli, al punto che mio padre sbottò: “Chiara, ma l’hai capito o no che cosa ti attende?”. Di qui il desiderio di non tenere questa grazia per me. Andrò a cercare i più sfortunati, mi dissi. Non chiesi al Signore di guarirmi, ma solo di mettermi nelle condizioni minime per esaudire questo folle desiderio».

    E che accadde?

    «Pregai così la sera. La mattina dopo, in modo misterioso per chi non ha fede e miracoloso per me, ero perfettamente guarita. La professoressa Paola Pivetti Pezzi, una luminare nel campo delle uveiti, concluse: “Vada ad accendere tutti i ceri che può. Questa cosa non è scientificamente spiegabile”. Da allora ho un visus di 11 decimi, superiore al normale».

    Come interpretò tale evento?

    «La preghiera avvenne al santuario del Divino Amore. Subito dopo il prete proclamò il Vangelo del giorno, quel brano di Marco in cui un lebbroso supplica il Maestro in ginocchio: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. E Gesù, mosso a compassione, stende la mano, lo tocca e gli dice: “Lo voglio, guarisci!”. E la lebbra scompare».

    Lo scrittore Antonio Socci l’ha paragonata a Caterina da Siena e Madre Teresa.

    (Ride). «Mi pare fuori luogo. Loro erano giganti, io una poveraccia. Come la santa di Calcutta, mi sento solo una matita nelle mani di Dio. È Lui a scrivere».

    Ha mai considerato di farsi suora?

    «No. A 17 anni avevo una storia molto seria con un amico, pensavo che sarebbe diventato mio marito. A 19 lo lasciai per dedicarmi agli altri. Fu un taglio doloroso. Oggi è un consacrato sposato, che fa l’evangelizzatore in Nuovi orizzonti».

    Ma questo non è il mestiere del clero?

    «Sbagliamo a pensarlo. Abbiamo ridotto il cristianesimo a precetti, norme, doveri, rinunce, divieti. I ragazzi vanno a messa e provano tristezza anziché gioia».

    Niente è più inespressivo del volto dei fedeli mentre ascoltano l’omelia di un prete, sosteneva François Mauriac.

    L’uomo che voleva violentarmi ora è frate. Ai miei chiedo un voto in più: la gioia. Ho la «sindrome del cuore infranto»: troppo dolore (Ride). «I sensi dello spirito si sono atrofizzati. La fede non è razionalità. Io credo a Colui che ha promesso di essere con noi sino alla fine del mondo».

    Tra gli sbandati ha rischiato la vita?

    «Alla terza notte trascorsa a Termini una ragazza impasticcata mi si avventò contro, urlando: “Ti scanno!”. Pensava che volessi rubarle il moroso che stavo assistendo. Fu trascinata via prima che mi squarciasse la gola con il coltello».

    È stato l’unico episodio?

    «Una notte del 1991 un furgone mi tagliò la strada mentre rincasavo in motorino. La via era deserta. Il marcantonio alla guida manifestò le sue intenzioni. Sono la persona sbagliata, ho consacrato la mia vita a Dio, lo dissuasi. Si tramutò in un agnellino: “Ma davvero? Non ci posso credere. Una ragazza così bella...”. Mi rintracciò per lettera molti anni dopo. Si era riconosciuto nel mio libro Solo l’amore resta. Da allora aveva cambiato vita. Tradito da una donna che amava immensamente, era diventato frate».

    Ma lei da sola che poteva fare per l’umanità infelice incontrata ogni notte?

    «Niente, in effetti. Mi chiedevano: “Chiara, portaci con te”. È stato il vero dramma. Credevo di poter fare da ponte fra quei disgraziati e i centri di recupero. Ma per loro non c’era posto, come per Maria e Giuseppe a Betlemme. Chi mai avrebbe dato una casa a delle prostitute? La stessa Caritas al massimo ti offre un pasto, un vestito, un letto per una notte. Non poteva farsi carico di persone ancora giovani ma già morte dentro».

    Perciò a chi si rivolse?

    «Presentai un progetto al Comune di Roma, chiesi di darmi una scuola abbandonata. Tante promesse, ma nulla di concreto. Per i miei ragazzi servivano 25 milioni di lire al mese, io dal Ceis ricevevo solo 1 milione di stipendio. Dopo una settimana di preghiera, decisi di affidarmi ancora una volta al Vangelo: “Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate”. Era il 24 maggio, festa di Maria Ausiliatrice. Lasciai tutto e andai a vivere con loro. Una pazzia, il buio totale. Quello stesso giorno, mi giunsero tre offerte di locali, da un centro di ascolto, da un parroco vicino a Termini e dalla San Vincenzo. La prima casa di Trigoria nacque così».

    Ma quanto costa Nuovi orizzonti?

    «Circa 20.000 euro al giorno. Non abbiamo entrate fisse, viviamo di carità». In compenso è nel cuore del Papa.

    «Francesco mi scrisse: “Pensavo di venirvi a trovare”. Il 24 settembre 2019 si presentò in segreto qui alla Cittadella del cielo di Frosinone. Mi aveva concesso di avvisare solo gli amici più cari».

    E che amici: Andrea Bocelli, Fabio Fazio, Nek, Matteo Marzotto.

    «Arrivò in auto alle 9.30 e si trattenne fino a dopo le 16. In quel periodo meditavo di dimettermi, dato il mio stato di salute. Il Papa mi chiese di rimanere come punto di riferimento per i ragazzi»...

     

    Potete continuare a leggere l'intervista sul Corriere della Sera di oggi. 

    La campagna di vaccinazioni nelle carceri procede in molte regioni, ma a diverse velocità. In vista della raccolta di adesioni nel Lazio, il Garante Anastasìa scrive ai direttori e ai dirigenti sanitari degli istituti di pena

    Peggiora la situazione a Rebibbia: cinquantanove detenute positive al coronavirus nel carcere femminile al 6 aprile (il 29 marzo erano 25), due casi nel Nuovo complesso e un caso nella casa di reclusione. Raddoppiano i casi a Regina Coeli: sei casi. Aumentano i positivi anche a Civitavecchia, che da due passano a 15. Un solo caso a Frosinone, per un totale di 84 casi nel Lazio. Sono questi i dati al 6 aprile, comunicati al Garante dei detenuti dalla Direzione regionale salute e integrazione sociosanitaria – Area rete integrata del territorio. Non risultano ricoverati alla stessa data. Il 29 marzo, nei 14 istituti di pena del Lazio risultavano 39 positivi in tutto.

    Il Garante dei detenuti del lazio, Stefano Anastasìa, ha inviato una lettera ai direttori  e ai dirigenti dei servizi sanitari degli istituti penitenziari del Lazio, in merito alla campagna vaccinale nel Lazio, “un passaggio molto delicato e importante – si legge nella lettera – per il contrasto alla diffusione del virus nelle carceri e per il progressivo rientro alla ‘normalità’ nella vita delle comunità penitenziarie”.

    “In questi giorni – scrive Anastasìa – le Asl devono raccogliere le manifestazioni di adesione alla campagna degli operatori e dei detenuti per poter programmare tempi e modi delle giornate dedicate alle vaccinazioni negli istituti penitenziari. L’auspicio è che l’adesione possa essere la più alta possibile e che i riscontri possano essere i più rapidi possibili. Fare presto e bene, dunque. Assicurando la mia personale disponibilità a incontrare gruppi di detenuti che abbiano riserve sulla opportunità di vaccinarsi, mi permetto dunque di raccomandarvi la massima chiarezza e disponibilità informativa nei confronti del personale e dei detenuti e, allo stesso tempo, la celere trasmissione alle aziende sanitarie delle adesioni raccolte, in modo che la campagna possa effettivamente partire, come auspicato dall’assessore regionale Alessio D’Amato, non appena sarà disponibile il vaccino Johnson&Johnson, da tempo opportunamente individuato dall’assessorato alla salute come il più indicato per la campagna vaccinale nelle comunità penitenziarie”.

    I dati nazionali

    Le campagna di vaccinazioni tra i detenuti procede in molte regioni italiane, ma meno velocemente rispetto a quella tra il personale dell’Amministrazione penitenziaria. E gli effetti sono visibili: continuano ad aumentare i detenuti positivi al coronavirus, mentre diminuiscono i positivi al virus tra il personale. Su scala nazionale i vaccinati tra i 52.207 detenuti nelle carceri italiane il 5 aprile erano 6356Questo è il dato pubblicato alle ore 18 del 6 aprile https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_2_27.page" nel sito del ministero della Giustizia, assieme ai numeri della diffusione del coronavirus: 823 le persone detenute positive al coronavirus, in aumento di 140 unità rispetto al 29 marzo, quando erano 583. Gli asintomatici al 5 aprile sono 793, 13 i sintomatici gestiti all’interno degli istituti, 17 i ricoverati.

    Tra il personale della polizia penitenziaria, 15.155 unità sono state avviate alla vaccinazione su un totale di 36.939, sempre al 5 aprile. Calano i positivi al virus, che dai 797 rilevati in data 29 marzo passano ai 683 del 5 aprile, segno evidente che la campagna vaccinale sta dando i suoi risultati. 11 i ricoverati. Tra le 4021 unità di personale amministrativo e dirigenziale, 44 persone risultavano positive al virus, 1557 le persone avviate alla vaccinazione. I dati nazionali sono pubblicati nel sito del ministero della Giustizia con cadenza settimanale, ogni martedì alle ore 18, e sono quelli aggiornati alle al tardo pomeriggio del giorno prima.

    Nel suo pensiero settimanale sul sito della comunicazioni sociali (CEI), Vincenzo Corrado riflette sul ruolo della Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della CEI, prendendo spunto dal decreto sull'abolizione della censura cinematografica.

    L’abolizione della censura cinematografica consente una riflessione sul ruolo della Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della CEI, per anni ritenuta, erroneamente, organismo censorio. Il decreto firmato dal Ministro della cultura, Dario Franceschini, che istituisce la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, permette di fare chiarezza. In Italia non è mai esistita la censura cinematografica cattolica. Il lavoro del Centro Cattolico Cinematografico e delle sue Valutazioni morali, nato all’indomani dalla promulgazione dell’enciclica Vigilanti Cura da parte di Pio XI e da decenni confluito nella Cnvf, si muove in una prospettiva educativa come servizio positivo reso alle famiglie e alle comunità cristiane, da sempre in dialogo con il mondo della cultura e della cinematografia. Un percorso lungo 70 anni e ora proiettato verso il futuro, sempre nell’orizzonte del servizio.

    Fontehttps://comunicazionisociali.chiesacattolica.it/

    Prosegue domenica 18 aprile alle ore 16.30 il webinar dedicato all'enciclica Fratelli tutti, organizzato da un gruppo di adulti della parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio di Mestre e dal Centro di studi teologici "Germano Pattaro".

    La prof.ssa Cristina Simonelli (laica, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane) introdurrà il secondo capitolo Un estraneo sulla strada. Dopo la relazione della professoressa ci sarà spazio per presentare delle domande e/o delle reazioni alla lettura del testo.

    L'incontro si svolgerà su piattaforma Zoom.

    Per ricevere il link è necessario iscriversi inviando una mail entro giovedì 15 aprile a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. (sono disponibili 70 posti); entro tale data è possibile anche inviare brevi domande da porre alla relatrice.

    È possibile inoltre partecipare al webinar in streaming dal canale Youtube https://www.youtube.com/channel/UCJehhjiwE8RgNYY3mzHcF7w

    e dalla pagina Facebook https://www.facebook.com/GruppoSposiMestre.

    Nel 1921 nasceva Andrej Sacharov, lo scienziato dissidente celebre per aver contributo alla creazione della bomba all'idrogeno e successivamente per la posizione critica assunta nei confronti del regime sovietico e in favore dei diritti umani. Una figura tanto complessa quanto fondamentale per il contributo dato alla fisica, al dissenso, alla società civile, al movimento democratico, alla difesa dei diritti umani e alla memoria delle vittime delle repressioni in Unione Sovietica.

    A cento anni dalla sua nascita, Memorial Italia, la Fondazione Gramsci e la Fondazione Circolo Fratelli Rosselli in collaborazione con il Sacharovskij Centr di Mosca hanno organizzato la conferenza “Cento anni di Andrej Sacharov: Lo scienziato dissidente che ha cambiato il Novecento” per ricordare questo protagonista indiscusso della nostra storia.

    L'evento si terrà giovedì 8 aprile 2021 dalle 11:00 alle 13:00 e vedrà la partecipazione di diversi ospiti italiani e internazionali che ricorderanno il fondamentale ruolo assunto da Sacharov in diversi aspetti della storia del Novecento. Ai saluti della presidente di Memorial Italia Francesca Gori, seguirà l’introduzione del direttore del Sacharovskij Centr di Mosca Sergej Lukaševskij sulle eredità di Sacharov in Russia e nel mondo.

    A seguire, Marcello Flores (Università degli Studi di Siena) introdurrà il progetto politico e civile di uno scienziato che avrebbe preso le distanze dal regime sovietico e si sarebbe impegnato nella causa del disarmo, della pace internazionale e della difesa dei diritti umani; e Piero Spillantini (Università degli Studi di Firenze - Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) presenterà il fondamentale contributo di Sacharov alla fisica con le sue tre ipotesi dell'esistenza della antimateria nell'universo.

    Successivamente, il presidente della Fondazione Gramsci Silvio Pons tratterà gli anni della perestrojka, concentrandosi sul ritorno di Sacharov sulla scena pubblica e il suo impegno nell’attivismo e nella politica; e la storica Irina Ščerbakova, direttrice del Centro di storia orale e biografia di Memorial e fra i suoi primi collaboratori, ripercorrerà il ruolo di Sacharov nella fondazione di Memorial, l’importante associazione che si occupa del recupero della memoria delle vittime delle repressioni in Unione Sovietica e della promozione dei diritti umani in Russia.

    In conclusione, il presidente della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli Valdo Spini esporrà il ruolo e l’influenza di Sacharov e dei dissidenti sovietici sulla scena politica italiana e soprattutto sulla sinistra socialista. Dopo le relazioni, sarà aperto il dibattito con il pubblico.

    L'evento sarà moderato da Riccardo Mario Cucciolla (UniOr - Memorial Italia) e sarà trasmesso in diretta Facebook in italiano attraverso i canali di Memorial Italia, della Fondazione Gramsci e della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli.

    Il diritto alla salute ritrova centralità nel dibattito e negli orientamenti delle politiche pubbliche. Per questo la Giornata Mondiale della Salute che ricorre oggi è un momento prezioso che ci permette di prendere coscienza di quanta strada dobbiamo ancora fare per addivenire ad una piena realizzazione di quel diritto così modernamente definito dall’OMS nel 1947. L’OMS non lo circoscrive, infatti, alla mera “assenza di malattie o infermità” ma lo espande fino al concetto onnicomprensivo di benessere, che tiene conto, infatti, dei fattori sociali e psicologici, non più secondari per l’individuo e le collettività. Questa definizione intuitiva e rivoluzionaria è recepita pienamente dalla nostra Costituzione ed è ispiratrice di tutti coloro che curano e assistono chi ha bisogno. 

    La piena realizzazione del diritto alla salute è un obiettivo quotidiano di AISLA Firenze che si sostanzia nel garantire i servizi essenziali per le persone con SLA, servizi che servono a migliorare il decorso della malattia e le sue pesanti ricadute fisiche ma non solo. Nel tempo, infatti, l’attenzione di AISLA Firenze è cresciuta verso tutti quegli aspetti, solo all’apparenza minori, che si attivano con la malattia e non solo nel malato. La malattia non ha conseguenze solo fisiche: la SLA inficia i rapporti interpersonali e la socialità. Per questo sono stati attivati i Gruppi di Aiuto e Sostegno Psicologico (oggi online) aperti ai malati, ai familiari, a chi ha avuto contatto con una persona deceduta per SLA, per questo si organizzano le visite nei luoghi d’arte e altri eventi conviviali, questi ultimi purtroppo sospesi a causa del Covid. La malattia, per grave che sia, non può deprivarci dei nostri diritti. 

    L’occasione della Giornata Mondiale della Salute offre, inoltre, un momento di riflessione sulle ricadute della pandemia sull’assistenza e sulla tutela delle persone con fragilità. Esse sono state molteplici e molto gravi. Alle precedenti emergenze si è sommata quella nuova e imprevedibile del Covid che ha richiesto un impegno continuativo in tutela delle persone e dei familiari caregiver. A cominciare dalla vaccinazione, unico strumento di tutela per i più fragili da un lato e per coloro che se ne prendono cura dall’altro. 

    Sono ancora molti gli aspetti, secondo AISLA Firenze, su cui dobbiamo migliorare per garantire la piena realizzazione di quel diritto alla salute. Come emerso nell’oltre anno di emergenza, complici anche alcune oggettive difficoltà, emerge la necessità di migliorare l’assistenza domiciliare delle persone con SLA, snellire le procedure di riconoscimento dell’invalidità, aumentare l’assegno di cura ai portatori di ventilatore meccanico e peg, sostenere di più il caregiver familiare anche attraverso una precisa legge regionale

     

    In occasione della Giornata Mondiale della Salute lancio del sito www.dream-health.org con dati e notizie sull’Africa – l’impegno del programma DREAM contro AIDS e Covid-19

    La salute è un diritto fondamentale di ogni persona e l’accesso ai servizi sanitari, a cominciare dal vaccino contro il Covid-19, deve essere garantito a tutti a ogni latitudine, anche in situazioni difficili o di emergenza, soprattutto in questa fase di pandemia che tutto il mondo sta affrontando. Con questa convinzione, la Comunità di Sant’Egidio celebra la Giornata Mondiale della Salute, che ricorre oggi, 7 aprile, con il titolo “Costruire un mondo più giusto e più sano”: un’occasione per ribadire il proprio impegno a fianco dei malati africani con il programma DREAM e per lanciare il nuovo sito www.dream-health.org ricco di dati e notizie su questo continente.

    Avviato nel 2002 per contrastare la diffusione dell’AIDS, DREAM è diventato con gli anni un modello di cura ed è oggi attivo in 10 Paesi africani, con 50 centri clinici e 28 laboratori di biologia molecolare, che hanno fornito esami diagnostici e assistenza sanitaria gratuita a 500mila persone e consentito, tra l’altro, la nascita di 120mila bambini sani da madri sieropositive.

    DREAM lavora in supporto dei sistemi sanitari dei singoli Stati, formando personale locale in grado di utilizzare correttamente le strumentazioni all’avanguardia presenti nei suoi centri di salute. Inoltre si è attivato immediatamente per affrontare la pandemia da Covid-19. Forte dell’esperienza maturata nel contrasto all’HIV, alla tubercolosi e a Ebola, il programma DREAM è diventato un punto di riferimento nella lotta al coronavirus, mettendo a disposizione i propri laboratori e centri clinici, per lo screening dei pazienti e le vaccinazioni. Decisive anche la formazione degli operatori sanitari e l’opera di educazione sanitaria e sensibilizzazione della popolazione, per sgombrare il campo da pregiudizi e fake news che da sempre, anche nella lotta alle malattie endemiche, sono d’ostacolo alla prevenzione e alla cura.

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