Un team internazionale di genetisti, archeologi, antropologi e fisici, tra cui Alfredo Coppa del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, ha analizzato il Dna di 174 individui che vivevano più di 2000 anni fa in quelle che oggi sono le isole di Bahamas, Cuba, la Repubblica Dominicana, Haiti, Puerto Rico, Guadeloupe, Santa Lucia, Curaçao e Venezuela. Lo studio, pubblicato su Nature, ha messo in luce la storia delle popolazioni caraibiche prima dell’arrivo degli europei, rispondendo a domande rimaste irrisolte fino a questo momento

    La prima colonizzazione dei Caraibi risale all’inizio dell’epoca arcaica, circa 6000 anni fa; dopo circa 3/4000 anni è iniziata l’Età della ceramica e ancora altri 2000 anni dopo sono arrivati i primi navigatori europei. Molte sono le domande che riguardano le popolazioni originarie di queste terre, lavoratori della pietra prima e della ceramica dopo: se avessero o no la stessa discendenza; quanto numerose fossero al momento dell’arrivo dei colonizzatori europei e se gli abitanti moderni delle aree che oggi corrispondono alle isole di Bahamas, Cuba, la Repubblica Dominicana, Haiti, Puerto Rico, Guadeloupe, Santa Lucia, Curaçao e Venezuela abbiano un Dna riconducibile alle antiche popolazioni.

    Il più grande studio condotto fino a questo momento sul Dna antico, coordinato dalla Harvard Medical School e pubblicato sulla rivista Nature, ha risposto a queste domande grazie al lavoro di un team internazionale di genetisti, archeologi, antropologi e fisici, tra cui Alfredo Coppa, che ne è stato il promotore, del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza Università di Roma.

    Lo studio ha analizzato il patrimonio genetico di 174 individui oltre ad altri 89 genomi sequenziati precedentemente. Questa mole di dati fa sì che oltre la metà delle informazioni da Dna antico oggi disponibili per le Americhe provenga dai Caraibi, con un livello di risoluzione fino a ora possibile solo in Eurasia occidentale. Di questi 174 genomi, l’80% sono stati studiati e messi a disposizione da ricercatori di Sapienza. I risultati del lavoro indicano che ci sono differenze importanti tra le popolazioni arcaiche preceramiche che lavoravano la pietra e quelle che lavoravano l’argilla, che la popolazione autoctona di queste aree era meno numerosa di quanto ritenuto fino a ora al momento dell’arrivo degli europei e infine, che l’attuale popolazione di molte isole caraibiche discende da popoli che le abitavano prima dell’arrivo dei colonizzatori.

    Inoltre i dati ottenuti hanno permesso escludere che le popolazioni caraibiche dell’Età arcaica abbiano avuto connessioni con quelle dell’America del Nord, come ritenuto fino a oggi, e di attribuire la loro discendenza da una singola popolazione originaria o dell’America Centrale o di quella Meridionale.

    Le popolazioni dell’Età della ceramica presentavano un profilo genetico differente, più simile ai gruppi del nordest dell’America meridionale (di lingua Arawak), un dato congruente con le evidenze ottenute su basi archeologiche e linguistiche. Da quanto osservato sembrerebbe, infatti, che questi popoli abbiano migrato dal Sud America verso i Caraibi almeno 1700 anni fa, soppiantando le popolazioni che lavoravano la pietra, quasi completamente scomparse all’arrivo degli europei (restava una piccola percentuale nell’isola di Cuba). Ciò conferma che gli incroci tra queste due popolazioni erano estremamente rari.

    Quanto alla lavorazione dell’argilla per la produzione di manufatti di ceramica, lo studio ha evidenziato che nel corso dei 2000 anni trascorsi dalla loro comparsa fino all’arrivo degli europei, si sono avute differenze tra i vari stili ritenute, negli anni passati, il risultato di flussi di popolazioni provenienti da fuori i Caraibi. In realtà è emerso che a tali varietà di manifestazioni artistiche non corrispondono cambiamenti genetici o evidenze di un contributo genetico sostanziale da parte di gruppi continentali. I risultati testimoniano invece la creatività e il dinamismo di queste antiche popolazioni che hanno sviluppato nel tempo questi stili artistici straordinariamente diversi tra loro. 

    La presenza di reti di comunicazione tra questi gruppi che producevano vasellame potrebbero aver agito

    da catalizzatori nella diffusione delle transizioni stilistiche osservate attraverso tutta la regione.

    “I risultati genetici – spiega Alfredo Coppa della Sapienza, che per anni ha studiato la morfologia dentale delle antiche popolazioni dei Caraibi – si allineano con il riscontro fatto nelle popolazioni dell’epoca arcaica che si differenziavano significativamente da quelle dell’epoca della ceramica. Tuttavia, rimangono ancora da spiegare queste differenze e occorreranno ulteriori studi per determinare se siano dovute a forze micro-evolutive che in qualche modo risultano essere rilevabili mediante la morfologia dentale, ma non alle analisi genetiche, o se invece queste possono essere conseguenza di abitudini diverse”.

    L’elevato numero di campioni esaminati ha infine permesso una stima della dimensione della popolazione caraibica prima dell’arrivo degli europei: il metodo, sviluppato da David Reich, co-autore dello studio e docente della Harvard Medical School e della Harvard University, usa campioni presi in modo casuale, valuta quanto siano imparentati tra loro ed estrapola dati sulla dimensione della popolazione di origine. Tanto più i campioni risultano essere imparentati, tanto più piccola sarà, plausibilmente, la popolazione di origine; meno risultano essere imparentati, tanto più grande dovrebbe essere stata la popolazione. 

    “Essere in grado di determinare le dimensioni delle popolazioni antiche utilizzando il Dna significa avere uno strumento straordinario che, applicato nei diversi contesti mondiali, permetterà di fare luce su moltissime domande” – dicono i ricercatori –“ma indipendentemente dal fatto che ci siano state, nel 1492, un milione di persone autoctone o qualche decina di migliaia, non cambia ciò che è accaduto in seguito all’arrivo degli europei nei Caraibi: la distruzione di un intero popolo e della sua cultura”.

    Infine, una delle grandi domande a cui hanno cercato di rispondere i ricercatori riguarda il patrimonio genetico delle persone che oggi abitano nei Caraibi e la riconducibilità a quello delle popolazioni autoctone precolombiane. I risultati dello studio hanno dimostrato che ci sono ancora tracce di Dna delle popolazioni autoctone pre-colonizzazione nelle popolazioni moderne e in particolare che gli attuali abitanti dei Caraibi conservano Dna proveniente da tre fonti (in proporzioni diverse nelle diverse isole): quello degli abitanti autoctoni precolombiani, quello degli Europei immigrati e quello degli Africani portati nell’isola durante la tratta degli schiavi.

    Lo studio è stato finanziato da National Geographic Society, National Science Foundation National Institutes of Health/National Institute of General Medical Sciences, Paul Allen Foundation, John Templeton Foundation, Howard Hughes Medical Institute e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

    Marevivo ha pubblicato una serie di utili consigli da adottare per delle feste all’insegna della sostenibilità: dalle decorazioni alle carte da regalo, dai regali sostenibili fino ad una rivisitazione dei tradizionali pranzi e cene delle festività.

    Per le decorazioni e carte da regalo è consigliato riusare della carta o dei tessuti di scarto di cui quasi sempre disponiamo in casa e di non usare lo scotch di plastica, bensì quello in carta. Ogni anno, e solo nel Regno Unito, vengono usati 1,5 miliardi di biglietti di auguri e 83 chilometri quadrati di carta da regalo.

    Per chi volesse fare un regalo diverso dal solito, e non solo fine a sé stesso, potrebbe decidere di regalare una pianta, oppure dei prodotti alimentari locali e biologici. Un buon libro potrebbe essere apprezzato, anche sottoforma di Ebook.

    Per i pranzi e le cene si può optare invece per un menù vegano o vegetariano. E per chi proprio non riuscisse a fare a meno della carne, potrebbe semplicemente stare attento a non sprecare cibo e a non usare oggetti in plastica monouso.

    Per vedere nel dettaglio i consigli e magari alcune ricette alternative cliccare al seguente link: https://marevivo.it/blue-news/12-consigli-eco-friendly-per-un-natale-sostenibile/

    Come vedete dall'immagine sopra queste poche righe (è un muro di Trastevere) per il nostro miracolo andiamo a cercare uno strano e dimenticato personaggio dell'antica dottrina dei soviet (perché del comunismo, alla fine, non si butta mai nulla!).Anton Semenovic Makarenko, che fu un grandissimo pedagogista, considerato l'educatore sovietico ufficiale, morto a Mosca nel 1939, prima di vedere il disastro dell’impero sovietico. Durante tutta la sua vita aveva immaginato la pedagogia come lo strumento per creare l’uomo sovietico(terribile previsione poi non realizzata,per fortuna nostra) che avrebbe portato il "sol dell'avvenire"e realizzato la rivoluzione rendendo l'umanità felice.


    Perché parlare di questo ormai dimenticato personaggio? Nel suo libro "Poema pedagogico" usa un'espressione che ci ha affascinati: "Moralmente handicappato", e parla della possibilità di trasformare un vulnus in una risorsa, ossia trarre vantaggio da un disagio. Noi siamo convinti che la disabilità, fisica, psichica e sensoriale può essere concepita come l'opportunità per rinsaldare i valori di una comunità, stabilire modelli positivi, rovesciare il concetto di differenza e, in particolare nel nostro mestiere (facciamo i comunicatori), mutare quella che viene chiamata da Lipovetsky “beneficenza mediatica”, ossia quando i dolori diventano occasioni di intrattenimento ed è ancora una volta la cultura edonista di massa che si afferma. La nostra(cronologicamente)ultima scommessa, che la televisione pubblica ci ha dato la possibilità di giocare, dall'ottobre 2019 ad oggi grazie alle tre serie di "O anche no", è il risultato di un lavoro cominciato quasi 50 anni fa che ha scelto di non usare MAI i buoni sentimenti per una messa in scena, ma di giocare una partita politica dove ciascuno degli attori, i media, gli operatori dell'informazione, le associazioni, le famiglie, lo stato e infine il governo, trovano il loro giusto posto.


    Abbiamo fornito proposte di impegno ai telespettatori ma anche agli stakeholders di questa partita, abbiamo scavalcato l'ipotesi di utilizzare emozioni fittizie proponendo (senza mai dimenticare la denuncia) di dare finalmente la visibilità alle buone pratiche. Abbiamo deciso che tre parole, "si può fare" non sono soltanto più una dichiarazione, ma una realtà. Ora ci aspettiamo di essere non solo seguiti, ma anche accompagnati e sostenuti. Abbiamo preso le distanze da quella che sempre gli inglesi(primi analizzatori del No Profit) chiamano "charity business", o meglio ricatto della carità, e dall'altra parte abbiamo scelto di non fare a meno di una visione più ampia che non sia soltanto orientata all'ascolto. Non abbiamo somministrato lo spettacolo del dolore attraverso il format, e nemmeno attraverso Angelipress, o con Radio Rai.
    Abbiamo scelto un'altra strada, impervia, alla quale chi ci segue non era abituato, e ci abbiamo provato. Facciamo gli auguri a voi e a noi, e vi chiediamo: aiutateci a continuare a provarci, stavolta insieme. Per quello che riguarda la nostra agenzia, Angelipress.com è cresciuta in modo esponenziale (il nostro indice di letture è equivalente a quello di tre piccoli quotidiani). Nel metterci come sempre a disposizione di chi ci segue, facciamo nostra la frase di Don Milani: "Vogliamo esseri disturbatori delle coscienze"! Il Santo Natale, per i cristiani,il termine di questo anno terribile, per i nostri amici ebrei e musulmani, il futuro che ci aspetta per tutte le donne e uomini di buona volontà, è racchiuso in questa frase che ci apre alla speranza.
    Cambiare si può, lo dimostrano ogni giorno i nostri ragazzi delicati, gli eroi veri di quest'anno ormai al termine. Sono riusciti a fare cose che nessuno di noi poteva nemmeno immaginare.Seguiteli domani alle 9,30 su rai 2 e domenica 27 dicembre. Cambiare si può.


    Paola Severini Melograni, Eugenio Giannetta, Andrea Battilana, Stefania Viglietta, Dominique Febin, Michela Mayla, gli Autorevoli Editorialisti per Angelipress, la redazione della Sfida della Solidarietà e la redazione di OancheNo.

     

    Un team di ricercatori dell’Istituto nazionale di ottica (Ino) del Cnr in collaborazione con l’Istituto  di fisiologia clinica e l’Azienda ospedaliera pisana ha dimostrato in laboratorio la possibilità di  somministrare radiazioni ionizzanti in profondità e in tempi brevissimi, condizione necessaria per  una futura terapia antitumorale. Lo studio è pubblicato su Scientific Reports 

     

    Uno studio condotto dall’Istituto nazionale di ottica (Cnr-Ino) in collaborazione con l’Istituto di  fisiologia clinica (Cnr-Ifc) del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa e con l’Unità operativa di  fisica sanitaria dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana (Aoup), ha dimostrato in laboratorio la  somministrazione, in profondità, di radiazione ad alto rateo di dose, utilizzando fasci di elettroni di  alta energia prodotti con acceleratori di nuova concezione basati su laser intensi. Lo studio, pubblicato  su Scientific Reports, apre la strada a nuovi e più efficaci protocolli in radioterapia, anche basati sul  cosiddetto "effetto flash", che prevede la somministrazione della dose terapeutica in un’unica sessione  e in tempi molto brevi e porterebbe a equivalenti effetti sul tumore e a un minor danno ai tessuti sani.  Lo studio è il frutto di uno sviluppo condotto per circa due anni presso il Laboratorio di laser intensi del Cnr di Pisa. 

    “Ad oggi, la pratica radioterapica contro i tumori, si è sempre ispirata al principio guida della  somministrazione graduale con il cosiddetto frazionamento”, spiega Luca Labate del Cnr-Ino e primo  firmatario dello studio. “Ma studi recenti mostrano che questo principio guida potrebbe non essere  ottimale, aprendo così approcci di ricerca e di sperimentazione rivoluzionari, ai quali il nostro studio  basato sull’uso di acceleratori laser-plasma contribuisce”.  

    La possibilità di uno sviluppo della radioterapia in questa direzione richiede un notevole balzo  tecnologico nella generazione di radiazioni ionizzanti per uso medico. Se si esclude il trattamento di  tumori superficiali, la somministrazione di dosi terapeutiche di radiazione in regime “flash”,  tipicamente di decine di Gray (1 Gray = 1 J/kg) in una frazione di secondo, è ben oltre la portata delle  attuali macchine radiogene per uso ospedaliero. Gli acceleratori laser sviluppati al Cnr di Pisa e  impiegati per questo studio sono tra i più promettenti per raggiungere le dosi “flash” in profondità e  i principali laboratori internazionali sono impegnati a raggiungere questi obiettivi. 

    Il responsabile di Cnr-Ino sezione di Pisa, Leonida Gizzi sottolinea: “Il nostro lavoro è finalizzato a  sviluppare una nuova generazione di acceleratori di elettroni che si basano su processi fisici  innovativi. Insieme ai colleghi del Cnr-Ifc ed Aoup stiamo già impiegando prototipi di questi  acceleratori per studi di laboratorio, in vista di una traslazione nella pratica clinica, che aprirebbe la approvata per l'uso ospedaliero, i presidi sanitari dovranno dotarsi di nuove macchine in grado di  erogare radioterapia in regime flash, attualmente non disponibili, se non a livello sperimentale, e per  il solo trattamento superficiale. Si apre quindi una fase cruciale di sviluppo che vedrà il Cnr al centro  di collaborazioni multidisciplinari con la partecipazione di aziende di alta tecnologia”. “L’innovazione finalizzata alla cura del paziente, specie ma non solo nel campo biotecnologico,  rappresenta da sempre un obiettivo primario di Ifc – dichiara il direttore del Cnr-Ifc Giorgio Iervasi da portare avanti in un’ottica traslazionale, multidisciplinare e di integrazione dei saperi. Con queste  premesse la radioterapia flash costituisce una sfida scientifica di tale rilevanza ed impatto sanitario e  sociale alla quale Ifc è orgoglioso di collaborare”. 

    Il SIAMOumani Business Lab è più di un laboratorio e si pone una sfida importante: riorganizzare una formazione il cui punto di forza sia lo scambio e l’interazione tra italiani e rifugiati

     

    In questi tempi particolari, ogni mattina, centinaia di migliaia di persone accendono il computer, preparano il caffè e danno il via ad una serie interminabile di incontri a distanza, call, webinar e riunioni. Nelle ultime settimane, ogni mattina del martedì e del giovedì, venti persone tra italiani e rifugiati hanno acceso il computer, preparato il caffè e dato vita ad un flusso continuo di scoperte, emozioni, condivisione, mostrando come spesso il limite posto dallo schermo di un computer sia obbligato, sì, ma non insuperabile.

    Domanda: è possibile creare un luogo dove ognuno possa sentirsi valorizzato, dove ci si possa riscoprire nella propria umanità, annullando le distanze geografiche e culturali, e condividere insieme una crescita, un percorso, pur sedendo davanti alla propria scrivania?

    La sfida dell’interazione: per suscitare energie positive

    Questa è stata la scommessa di SIAMO coop in quest’anno a dir poco particolare. Di fronte all’emergenza sanitaria, anche la cooperativa sociale romana ha dovuto riadattare i propri progetti alle nuove circostanze, superando con i risultati ogni aspettativa. Come, d’altra parte, hanno fatto anche altre realtà del Terzo settore. La sfida non era da poco: riorganizzare in modalità digitale una formazione il cui punto di forza era proprio lo scambio e l’interazione tra italiani e rifugiati. Oggi, al termine del percorso, i partecipanti del SIAMOumani Business Lab raccontano con entusiasmo quanto l’esperienza abbia superato le aspettative e abbia offerto tantissimo, in termini di valore, energia e crescita, sia per loro stessi, che per i loro progetti.

    Che cos’è SIAMOumani Business Lab?

    E, soprattutto, chi sono le persone dietro a questo progetto? Di certo sappiamo cosa non è: l’ennesimo corso di formazione dedicato al “fare business”. Si tratta, piuttosto, di un programma che coniuga umanità, solidarietà, lavoro e imprenditorialità.
    La Cooperativa Sociale Siamo lavora dal 2014 per creare opportunità di lavoro dignitose per categorie svantaggiate e ad alto rischio di emarginazione come rifugiati, richiedenti asilo, migranti, donne in situazione di fragilità, giovani. Mettendo al centro la valorizzazione della persona e il protagonismo, nella visione SIAMO i beneficiari non sono fruitori di assistenza, ma protagonisti e artefici del proprio futuro. Con il coraggio e la determinazione di veri imprenditori, essi si rimboccano le maniche e mettono a servizio della comunità la propria energia e le proprie idee, a cui tutti possono attingere per costruire insieme, ma cosa? Un progetto comune? O piuttosto una comune visione di un mondo più giusto ed equo? L’invito alla partecipazione nella costruzione di questa visione è al centro dei progetti firmati SIAMO coop.

    Per una cooperazione che guardi lontano

    Il SIAMOumani Business Lab è quindi molto più di un laboratorio, è un incubatore di business, ma anche di opportunità e di umanità. Formatori, imprenditori, rifugiati, italiani, si mettono insieme e si sporcano le mani condividendo sogni e aspettative, mettendosi a nudo nelle proprie fragilità e paure, e realizzando una vera cooperazione nell’aiutarsi a vicenda.
    Giunto alla sua seconda edizione, realizzata grazie al sostegno della Fondazione Migrantes e dei fondi dell’8×1000 alla Chiesa Cattolica, il Business Lab di quest’anno è stato molto diverso dal precedente. Quello che sembrava dovesse mettere in crisi la formula già sperimentata nel 2019 – ovvero la necessità di svolgere on-line le attività del percorso – si è invece rivelata la più grande risorsa e punto di forza del progetto. L’erogazione della formazione in modalità digitale ha consentito che ogni settimana avvenissero collegamenti da Milano, Roma, Torino, Orvieto, Cosenza, Belluno, ma anche Madrid o addirittura Dacca! SIAMO coop è riuscita nell’ardua missione di creare un luogo dove non esistono confini o barriere, dove 20 sconosciuti oggi, al termine del percorso, si definiscono “amici” o “compagni di viaggio”.

    Il racconto entusiasta dei protagonisti

    Come racconta Nuha, giovane rifugiata siriana, alle prese con un progetto che coniuga l’arte all’educazione alimentare: «Pensavo che sarebbe stato come un corso qualsiasi ed ero spaventata proprio perché on-line, ma alla fine quello che è stato veramente speciale è il clima creato durante le lezioni. Conoscere gente attraverso uno schermo, sapere di poter raccontare una parte personale della tua storia, non è scontato e non si può trovare ovunque». Gli altri partecipanti testimoniano l’importanza di aver vissuto un cambiamento di visione, di aver scoperto molto non solo sul marketing o sulla comunicazione, ma grazie ai moduli dedicati alla creatività, alla comunicazione empatica, allo storytelling, tutti si portano a casa qualcosa di più anche su loro stessi e sugli altri. In un mondo in cui la diversità fa sempre più paura, progetti come il SIAMOumani Business Lab mostrano come la possibilità di condividere un’idea e interfacciarsi con tante culture diverse, tante storie differenti, permetta di raccogliere una ricchezza fuori dal comune. Era una scommessa, ma ascoltando le testimonianze dei partecipanti si può dire che SIAMO coop è riuscita nella sua impresa: riprodurre quel modello di comunità che consente la cooperazione e la solidarietà, anche virtualmente.
    Come prova di questo successo, parallelamente al laboratorio è nata una community online (SiamoUmani Community), composta dagli iscritti al corso, da ex-partecipanti della prima edizione o dai followers interessati ai progetti SIAMOumani, dove ognuno è libero di condividere le proprie idee e sogni, di generare o raccogliere ispirazione, sviluppare sinergie, far circolare energia.

    I progetti avviati e premiati

    Il 12 dicembre è stato il giorno di conclusione formale di questo percorso (SIAMOumani Day). Tutti i partecipanti si sono incontrati virtualmente un’ultima volta nei panni di iscritti al Business Lab, per presentare ad una giuria di quattro esperti esterni i tre progetti a impatto sociale più promettenti scaturiti dal percorso. Premiate secondo i criteri di fattibilità, creatività e impatto, le tre idee di business comunicano all’unisono sostenibilità e inclusione: un progetto di sartoria sociale italo-libica, uno di economia green e vendita di prodotti sfusi, uno di educazione alla multiculturalità attraverso arte e cibo. Il SIAMOumani Day è stato anche l’occasione per svelare le novità che SIAMO coop ha in serbo per l’anno prossimo. Il grande successo riscosso dal laboratorio e la nascita spontanea di una community brulicante di idee, ha dato linfa alla proposta di un percorso permanente della durata di un anno. Il progetto ha già un nome, il SiamoUmani Social Business Academy, uno spazio di pratica e formazione dedicato ai progetti di italiani, rifugiati, migranti, dove ogni idea può trovare lo spazio per crescere e definirsi, grazie anche alle risorse che la cooperativa mette a disposizione: lezioni, materiale, formatori professionisti e una sconfinata rete di contatti. Al percorso è possibile aderire come partecipante o sostenitore, SIAMO coop ha creato una pagina di raccolta fondi con tutti i dettagli sul progetto.
    Gli occhi e la mente sono già proiettati al futuro: allargare la community e consentire a sempre più persone di partecipare ai progetti SIAMOumani sono infatti due obiettivi cardine per il 2021. Non ci resta che stare a vedere in quanti vorranno essere parte di questo promettente processo di cambiamento e rispondere al richiamo di “Siamo Umani!”.

     

    Artcolo: di Beatrice Fagan per labsus.org

    «Plaudiamo alla prevista istituzione del Fondo ministeriale che dispone risorse finanziarie per impedire ai bambini di continuare a scontare la pena in carcere con le proprie madri. E' fondamentale proporre alle mamme con figli di essere accolte presso vere case famiglia e, laddove questo sia impraticabile per le loro mamme, si liberino questi bambini con il collocamento presso parenti idonei o famiglie affidatarie».

    E' quanto dichiara Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito all'approvazione dell'emendamento alla legge di Bilancio, proposto dai deputati Bazoli e Siani, che prevede il finanziamento di strutture alternative per detenuti con figli al seguito.

    La Comunità Papa Giovanni XXIII già lo scorso aprile aveva presentato al Ministro della Giustizia il proprio contributo per una riforma della legislazione in merito. Sin dal 2012 si è resa disponibile ad accogliere tutti i bambini presenti nelle carceri italiane.

    Un appuntamento fondamentale verso la 49ª Settimana Sociale di Taranto è stata  l’audizione odierna con il Presidente del Consiglio, Prof. Giuseppe Conte. È stata  l’occasione per condividere idee per il bene comune del nostro Paese. L’apporto dei  cattolici resta fondamentale e le Settimane Sociali si confermano lo spazio idoneo per  proseguire un dialogo aperto con le Istituzioni. È infatti possibile offrire un contributo  prezioso e condiviso affinché “ambiente, lavoro, futuro” trovino concretezza nei territori. 

    L’audizione odierna - tenutasi in videoconferenza – tra il Comitato Scientifico e  Organizzatore delle Settimane Sociali (CEI), presieduto da Mons. Filippo Santoro, e il  Premier Conte si è svolta in un clima costruttivo, mettendo in comune le reciproche  preoccupazioni, ma anche le progettualità per una conversione all’ecologia integrale,  secondo l’ispirazione della Laudato si’ di Papa Francesco. In un clima di ascolto e di  proposta, l’incontro ha focalizzato l’attenzione sul ruolo che l’Italia può giocare per  attuare la transizione ecologica e sulla necessità di fare del Next Generation EU un grande  investimento per il futuro dei nostri giovani. 

    “Oggi più che mai occorre lavorare per rigenerare l’economia, investire in salute,  salvaguardare e aumentare i posti di lavoro, non lasciare indietro nessuno – ha detto Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della CEI, introducendo i lavori – ricordando che il bene comune si declina nell’inclusione, nella giustizia sociale, nella lotta alla  disuguaglianza come fondamenti per un’azione sociale e civile che promuove la persona e  le sue libere espressioni nello spazio pubblico. Per questo, come comunità cristiana, intendiamo offrire il nostro contributo per la formazione delle coscienze ad accogliere  una sfida epocale come quella di coniugare lavoro, ambiente e salute”. 

    Il Presidente Conte, durante il suo intervento, ha ricordato che dal 1° dicembre 2020  l’Italia detiene la Presidenza del G20, il foro internazionale che riunisce le principali  economie del mondo, con un programma articolato intorno al trinomio People, Planet,  Prosperity. Da qui l’impegno per alcune delle principali sfide che caratterizzeranno il  prossimo anno, in cui si svolgerà la Settimana Sociale: dalla pandemia ai cambiamenti  climatici, dal sostegno all’innovazione alla lotta contro povertà e disuguaglianze.

    Con un messaggio all’anno che verrà, l’augurio dell’Organizzazione a tutti i bambini che quest’anno sono stati le vittime silenziose della pandemia

    Già prima della pandemia 5,3 milioni di bambini nel mondo morivano prima di arrivare ai 5 anni per cause facilmente curabili e prevenibili, come malaria, diarrea o polmonite. A causa degli effetti devastanti della crisi, 6,7 milioni di bambini sotto i cinque anni in più potrebbero finire nella morsa letale della malnutrizione acuta e 426 bambini al giorno, 1 ogni 4 minuti, solo in Africa rischiano di morire di fame entro la fine del 2020. Si calcola che entro la fine dell’anno 150 milioni di bambini in più,1 su 3 in tutto il pianeta, rimarranno senza cibo sufficiente e accesso a beni e servizi essenziali. Quasi il 90% di tutti gli studenti nel mondo è stato costretto a non andare a scuola, con pesanti conseguenze sulla continuità dell’istruzione. 1 giovane su 3, infatti, non ha accesso al digitale e alle nuove tecnologie, e circa 10 milioni di loro rischiano di non tornare più in classe. Anche in Italia l’infanzia è stata fortemente colpita dalle conseguenze socio-economiche della pandemia, con il rischio di un incremento drammatico del numero dei minori che si troveranno a vivere in condizioni di povertà assoluta, che già prima della pandemia superava il milione.

    È una sorta di manifesto alla resilienza, il video di speranza che Save the Children dedica ai più piccoli, protagonisti e vittime silenziose delle conseguenze socio-economiche della pandemia, e a tutti coloro che hanno a cuore il loro futuro. “Caro Futuro” è l’esordio di un’immaginaria video-lettera all’anno che verrà, con la voce di una bambina non solo per augurare ai più piccoli un anno migliore di quello appena trascorso, ma a tutte le persone che il domani sia migliore anche grazie alla capacità dei bambini di renderlo tale. Ed è proprio pensando alla capacità di guardare avanti che i bambini hanno dimostrato in questi mesi, che l’Organizzazione vuole lasciare un messaggio di fiducia e attenzione: “Il domani sarà dei bambini di oggi, prendiamoci cura del loro mondo”.

    “Questo 2020 che si sta chiudendo, è stato un anno difficile per tutti noi, ma ancora di più per i bambini. In Italia, molti di loro si sono dovuti confrontare per la prima volta con la paura, hanno vissuto sulla propria pelle disuguaglianze sociali o economiche profonde. Hanno dovuto affrontare un lutto o anche solo la distanza dagli affetti. La maggior parte ha dovuto allontanarsi dalla scuola, dai propri compagni, dai giochi. Un evento che, nei paesi più poveri, è stato connotato per molti di loro dalla necessità di dover trovare un lavoro per sostenere la propria famiglia o dover abbandonare la scuola e vedere il proprio futuro compromesso per sempre. Non andare a scuola in molti posti del mondo significa, inoltre, rinunciare all’unico pasto nutriente della giornata, diventare più vulnerabili e per molte ragazze, essere costrette a sposare un uomo molto più grande ancora in tenera età per non dover pesare sulle finanze familiari” ha detto Daniela Fatarella, Direttrice Generale di Save the Children. “Parlare di futuro oggi sembra essere una scommessa, ma la vera scommessa è quella di non lasciare indietro nessun bambino, perché il nostro domani ha inizio con loro e non possiamo dimenticarcelo, ora più che mai”.

    Save the Children in questi mesi è stata ed è ancora in prima linea per garantire a tutti i bambini, in Italia e nel mondo, cibo, cure, istruzione e protezione. “Un impegno che ha visto tante persone mettersi al fianco dell’Organizzazione, a partire da tutti quelli che in questi mesi – anche se in situazioni personali di difficoltà – non hanno dimenticato di donare qualcosa per i più piccoli, fino alle tante aziende che sono state al nostro fianco per supportare i nostri interventi. Tantissimi i nostri operatori che dietro uno schermo o sul campo non si sono mai risparmiati per raggiungere fino all’ultimo bambino, cosi come i volontari che hanno dato un contributo fondamentale ad accrescere il piccolo esercito di persone che in questo anno ha lavorato per i più piccoli e vulnerabili. E sono proprio loro oggi a darci una lezione di resilienza e resistenza non rinunciando ai propri sogni e continuando a guardare al futuro con speranza”, ha concluso Daniela Fatarella.

    Il video è disponibile qui: https://vimeo.com/492002791/584529768a

    In Italia sono attive 369 strutture oncologiche che garantiscono l’assistenza a oltre 3 milioni di pazienti. Tuttavia sono solo 10 le Reti Oncologiche Regionali: Piemonte e Valle d’Aosta, Lombardia, Toscana, Veneto, Emilia-Romagna, Liguria, Umbria, Puglia, Campania e Sicilia. E non tutte operanti ai massimi livelli. Vanno implementate e rese operative a pieno regime quanto prima sull’intero territorio nazionale. Solo così si potranno migliorare gli accessi ai servizi da parte dei malati e al tempo stesso affrontare le innumerevoli emergenze legate al Covid-19. Al momento si registrano ancora troppe disparità. Il 32% delle strutture oncologiche, per esempio, non fornisce l’assistenza domiciliare oncologica che invece è fondamentale proprio durante questa pandemia”. E’ questo l’appello lanciato oggi dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) che annuncia la partenza di un nuovo tour nazionale realizzato in collaborazione con Senior Italia FederAnziani in una conferenza stampa virtuale cui hanno partecipato Fabio Massimo Castaldo (Vicepresidente del Parlamento Europeo) e Luca Coletto (Assessore alla Salute della Regione Umbria). In tutte e 20 le Regioni saranno organizzati incontri formali cui parteciperanno gli assessori regionali alla salute, rappresentanti dei clinici e dei pazienti. “Vogliamo ribadire ai nostri interlocutori istituzionali e amministrativi come l’attivazione delle Reti non sia più rinviabile - afferma il prof. Giordano Beretta, Presidente Nazionale AIOM -. E’ quanto sosteniamo da anni come Società Scientifica e le difficili esperienze maturate nell’ultimo anno ci stanno dando ragione. Solo con una sempre maggiore integrazione tra i diversi centri oncologici, fra ospedale e territorio potremo garantire in modo davvero adeguato l’assistenza e le cure. Questa può essere assicurata anche da una Rete Oncologica Regionale efficiente e ben organizzata che sia in grado di spostare sul territorio, o a domicilio, alcune prestazioni. I nostri ospedali sono ancora sottoposti ad uno stress test importante a causa dell’alto numero di contagi da Covid. Non sappiamo come si evolverà la curva epidemiologica e comunque abbiamo una grossa mole di lavoro arretrato da smaltire. Nelle prime settimane della pandemia abbiamo dovuto rinviare molti degli interventi sia diagnostici che terapeutici. Nei prossimi mesi potremo poi assistere ad un aumento del numero di tumori in stadio avanzato a causa dei mancanti screening del 2020. Per tutti questi motivi abbiamo deciso come AIOM di promuovere una nuova iniziativa nazionale di sensibilizzazione”. “Oltre al Coronavirus il nostro sistema sanitario nazionale deve fronteggiare un’emergenza perenne che si chiama cancro - aggiunge Beretta -. Nell’ultimo decennio il numero di nuovi casi l’anno è aumentato del 4,5% e nel 2020 il totale delle neoplasie registrate è stato di 377mila. I tumori rappresentano attualmente la seconda causa di morte nel nostro Paese e tutti questi dati sono destinati per forza a crescere. L’assistenza deve essere incentrata sempre di più sulle Reti tanto più in un sistema sanitario regionalizzato come il nostro. Con le istituzioni sanitarie nazionali, come AGENAS, abbiamo già lavorato negli anni passati per stabilire le caratteristiche indispensabili che devono avere tali strutture soprattutto a livello di coordinamento centrale. E’ stato dimostrato come le Reti siano in grado di razionalizzare l’utilizzo di risorse e tecnologie, ottimizzare la spesa e implementare la ricerca. Si tratta di un imprescindibile modello organizzativo che, unito ad un approccio multi-disciplinare, garantisce la migliore presa in carico possibile del paziente. Un esempio pratico sono le Breast Unit per il carcinoma del seno che di fatto vengono istituite in modo automatico dove ci sono le Reti mentre nelle Regioni che non hanno Reti sono presenti a macchia di leopardo. E’ giunta l’ora di passare ai fatti ed è necessaria soprattutto la volontà politica di attivarle”.

     “Come rappresentanti degli anziani italiani siamo lieti di partecipare e collaborare con l’AIOM per questa nuova importante iniziativa - sottolinea il dott. Roberto Messina, Presidente Nazionale di Senior Italia FederAnziani -. Ogni anno nel nostro Paese oltre 188mila uomini e donne over 70 si ammalano di cancro e l’assistenza a questa tipologia di pazienti risulta più complessa e difficile. L’oncologia è senza dubbio una delle migliori eccellenze del sistema sanitario nazionale e lo evidenziano i dati di sopravvivenza che sono costantemente tra i più alti in tutta Europa. Dobbiamo tutelare questa rete assistenziale e migliorarla soprattutto considerando le difficoltà che sta affrontando la nostra sanità a causa del Coronavirus”. “Tra gli innumerevoli vantaggi offerti dalle Reti vi è anche quello di favorire una maggiore appropriatezza diagnostica e terapeutica - conclude il prof. Beretta -. Quest’ultima risulta particolarmente importante per alcune patologie oncologiche molto insidiose e difficili da trattare. Nonostante alcuni indubbi progressi per certe neoplasie i risultati in termini di sopravvivenza sono ancora bassi. Vanno quindi affrontate in centri di riferimento dove lavora del personale medico-sanitario che possiede il giusto expertise. Tali strutture vanno individuate all’interno della medesima Regione e in base ad appositi standard e parametri”.  

    Articolo: senioritalia.it

    La storia di Alberto e della sua famiglia che imparò a volare con lui. Ma soprattutto la sfida coraggiosa di una donna contro i pregiudizi sulla disabilità di un figlio “imperfetto” solo agli occhi degli altri. Il libro “Din Don Down!” di Autilia Avagliano è pubblicato da Marlin editore (collana La camera del fuoco, https://www.marlineditore.it) ed è già alla II edizione. Una storia coinvolgente e che mira a guardare con occhi liberi da sovrastrutture una realtà complessa. In primo piano Alberto, nato con quel cromosoma in più che genera la sindrome di Down. Ma è anche la storia di una giovane donna e del suo impatto con la disabilità inaspettata di un figlio e delle ripercussioni che ne derivano in seno alla famiglia e nel contesto esterno. Gli introiti saranno donati dall’autrice a favore di progetti d’inserimento lavorativo di persone con Sindrome di Down nell’ambito dell’APDD, Associazione Persone con Sindrome di Down e Disabilità intellettiva.  Di recente, Autilia Avagliano e il figlio Alberto Fusco sono stati protagonisti di un seguitissimo incontro in diretta sulla pagina Facebook di Luca Trapanese, che ha adottato da single una bambina con sindrome di Down.

     Il libro

    Piace ai lettori. Stimola la riflessione. Scompagina le carte dei luoghi comuni per offrire una testimonianza di umanità e sensibilità. In una successione di capitoli brevi, con un linguaggio semplice e comunicativo,  vengono a galla momenti chiave, come il trauma della scoperta della sindrome a nascita avvenuta, la rozza mancanza di empatia da parte di medici e psicologi, la consapevolezza che la sindrome non è una malattia ma una condizione genetica, l’alleanza familiare nell’impegno della crescita, gli ostacoli, le remore e le discriminazioni nella formazione scolastica e perfino catechistica, la lotta vincente per un’inclusione reale all’interno della società e delle istituzioni e, infine, la serena normalità con la quale si è riusciti a vivere l’anomalia di partenza.

    «Il libro inizialmente è nato come analisi introspettiva di un evento straordinario personale come la nascita di un figlio con disabilità. Allo sfogo personale, pur legittimo, con il passare degli anni, è subentrata una sempre maggiore consapevolezza di quanto sia in salita il percorso di una persona con disabilità, di quanto sia distante una vera inclusione sociale, scolastica e lavorativa, confermata da mille sfumature e mille esperienze che enfatizzano le diversità piuttosto che appiattirle. Di qui l'esigenza di mettere nero su bianco dolore, rabbia, differenze, ingiustizie quotidiane, ben lungi dal ritenere falsamente "un dono" la disabilità del proprio figlio.  Ma giorno dopo giorno, quella stessa disabilità ha fatto sempre più spazio alla Persona e non alla sua condizione, persona capace di esprimere sentimenti fuori dal comune che gioiosamente travolge e insegna e che, piano piano, capovolge i ruoli, insegnando a vivere e a cogliere l'essenza stessa della vita. Quel dispiacere iniziale allora si è trasformato in forza da utilizzare per contribuire, a proprio modo, a rendere questo mondo un po’ più adeguato per tutti, anche per chi, apparentemente, non sembra omologabile in prototipi di bellezza o di performance predeterminate. Tutto questo e altro ancora è Din Don Down!», sottolinea Autilia Avagliano.

    Quella di Alberto e della sua famiglia è dunque una storia personale ma anche una storia comune a tanti, di quelle che hanno un inizio ben chiaro e definito, ma il cui sviluppo è determinato dalle scelte che volta per volta si è costretti a fare. In questo ventaglio di emozioni, è inserito il punto di vista dell’autrice, senza idealizzazioni e senza mai permettere che la situazione dissolva il convincimento di una reale possibilità di vita semplice, ma di qualità, e totalmente includente in una società inquinata da pregiudizi.

    L’autrice

    Autilia Avagliano vive a Cava de’ Tirreni dov’è nata nel 1966. Laureata in Economia e Commercio, dal 1998 lavora in banca a Salerno, dopo essere stata per lungo tempo revisore ufficiale dei conti. Sposata con Paolo Fusco, è mamma di Mario e Alberto, quest’ultimo diciassettenne con la sindrome di Down.  Appassionata lettrice, da anni si dedica, per amore, al mondo associativo: attualmente è membro del Comitato Direttivo del CoorDown (Coordinamento Nazionale delle Associazioni di persone con sindrome di Down) e presidente dell’APDD (Associazione Persone con la sindrome di Down e Disabilità intellettiva). Nel periodo 2015-2017, ha ricoperto la carica di assessore alle Politiche Sociali della sua città. È autrice delle pagine Facebook Downfanpage, La bacheca delle politiche sociali e APDD, dove ha raggiunto picchi di oltre 15 mila visualizzazioni.  

    Dal libro

    «Faccio parte della folta schiera dei genitori shakerati dalla disabilità di un figlio imperfetto.

    Vivere o morire, questo è il dilemma.

    Col trascorrere di questi lunghi anni, ho deciso di viverTi, di viverCi. E con me Paolo, il mio Principe.»

    «Non facciamoci dire come sarà nostro figlio: quello che Lui sarà lo vedremo Noi, da soli, con i nostri occhi. Il futuro non si può ipotecare per nessuno; non abbiamo bisogno di detrattori lungo il nostro percorso genitoriale. Se avvertiamo la loro presenza, allontaniamoci, non ci servono, non abbiamo bisogno di “limitatori di entusiasmo”.»

     

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