In onda su RAI2 la seconda puntata dell'anno di O ANCHE NO, il programma sull’inclusione e la diversa abilità. Domenica 10 gennaio alle 9,15 circa e in replica venerdì 15 alle 24,55 ritornano Paola Severini Melograni con le sue interviste, le canzoni dei Ladri di Carrozzelle, Stefano Disegni con le sue strisce satiriche, Rebecca Zoe De Luca con le notizie dal mondo dell’adolescenza e il “prestigiattore” Andrea Paris.

    In questa puntata abbiamo incontrato Rosanna De Sanctis, psicologa e presidente dell’Associazione d’iDee che ci presenta un bed and breakfast “speciale” a Bologna fondato sull’inclusione e che sarà gestito da giovani con sindrome di Down.

    La scrittrice Zoe Rondini ci racconta il suo ultimo libro "Nata Viva".

    Non poteva mancare il tradizionale appuntamento con il cooking show inclusivo. Questa volta saremo ospiti dell'Azienda Agricola Sociale Erba Regina di Frascati.

    O Anche No è scritto da Maurizio Gianotti, Giovanna Scatena e Paola Severini Melograni con la regia di Davide Vavalà.

    Potete comunque rivedere tutte le puntate e anche le stagioni precedenti su Raiplay.

    https://www.raiplay.it/programmi/oancheno

    Produrre idrogeno ed ossigeno attraverso la decomposizione termica dell’acqua realizzata con l’energia solare. Questo l’oggetto del nuovo brevetto nato nei laboratori dei Centri Ricerche ENEA di Frascati e Casaccia con il coinvolgimento di ricercatori dei dipartimenti di “Fusione e Tecnologie per la Sicurezza Nucleare” e di “Tecnologie Energetiche e Fonti Rinnovabili”.

    “Nella decomposizione termica la molecola dell’acqua è scissa ad alta temperatura direttamente in idrogeno ed ossigeno che devono poi essere opportunamente separati. Con l’utilizzo di processi tradizionali ciò avviene a temperature tanto alte da rendere non praticabile questo processo”, spiega il ricercatore ENEA Silvano Tosti.

    Per ovviare al problema delle alte temperature il brevetto propone un innovativo reattore a membrana costituito da una camera di reazione dove sono presenti contemporaneamente due tipi di membrane: una in tantalio per separare l’idrogeno ed una in materiale ceramico per separare l’ossigeno.

    “In questo modo riusciamo a produrre con 500 °C in meno la stessa quantità di idrogeno e ossigeno di un reattore tradizionale”, aggiunge Tosti.

    L’altra innovativa proposta consiste nell’unire questo reattore a membrana ad impianti solari a concentrazione, in grado di fornire calore ad alta temperatura, rendendo così possibile la produzione di idrogeno direttamente dall’energia solare.

    “La produzione diretta di idrogeno dal Sole rispetto ad altri sistemi, come ad esempio l’accoppiamento di solare fotovoltaico con elettrolizzatori alcalini, è di grande interesse per la realizzazione di una catena energetica green ed è caratterizzata dal raggiungimento di elevate efficienze energetiche e da costi di investimento contenuti sia in applicazioni stazionarie, come utenze elettriche civili ed industriali, sia in quelle mobili come i veicoli elettrici”, conclude Tosti.

    Un altro settore interessato da notevoli ricadute è quello della produzione di gas puri, in questo caso idrogeno ed ossigeno, che possono trovare impiego nella chimica fine, nella farmaceutica, e nell’industria elettronica. L’ulteriore sviluppo di questo tipo di reattore potrà beneficiare dei progressi tecnologici dei sistemi solari ad alta temperatura e dei materiali per alti flussi termici.

    Incontro on line per ricordare a trenta anni dalla sua scomparsa una donna che contribuì alla costruzione dell'idea di Ue.

    Minerva Lab Sapienza e Noi Rete Donne organizzano una giornata di riflessione su Ursula Hirschmann, nel trentesimo anniversario della sua morte. Questo primo appuntamento - organizzato con il patrocinio del Movimento europeo e in collaborazione con l’Ufficio di collegamento in Italia del Parlamento europeo - vuole rappresentare solo il primo passo di un progetto più ampio, aperto all’interazione con altre organizzazioni e associazioni, interessate a coltivare la memoria delle ‘Madri fondatrici dell’Europa’. Figura di primo piano nella storia del processo di integrazione europea, Ursula Hirschmann è stata spesso dimenticata. Solo negli ultimi decenni il suo contributo è stato giustamente riscoperto. Ciò che ha colpito maggiormente le promotrici dell’evento in sua memoria è stato il profondo nesso intercorrente tra la sua storia e quella di altre figure, donne e uomini, rilevanti nel processo di integrazione europea. L’incontro, a lei dedicato, guarda già oltre: ci sono infatti altre donne meritevoli di menzione nel processo di integrazione europea. Ma il loro messaggio è ancora attuale? Questa domanda è stata già affrontata da alcune studiose, tra cui citiamo: Silvana Boccanfuso, biografa di Ursula Hirschmann; Maria Pia Di Nonno, promotrice di un progetto di ricerca sulle Madri Fondatrici dell’Europa e studiosa di Fausta Deshormes La Valle; Antonella Braga, studiosa di Ada Rossi e Luisa Usellini; Francesca Laicata, studiosa di Anna Siemsen; Federica Di Sarcina, studiosa dell’evoluzione storico/giuridica dei diritti delle donne europee. Minerva Lab e Noi Rete Donne credono che sia necessario sostenere l’impegno di queste studiose per salvare e riaffermare il contributo di queste donne alla storia dell’integrazione europea. E questo lo si può fare solo unendo le forze. L’evento potrà essere seguito sulla piattaforma Zoom: https://uniroma1.zoom.us/j/85104329968...

     

    Per maggiori informazioni e per adesioni all’iniziativa: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. (per Minerva Lab Sapienza) This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. (per Noi Rete Donne)

    Dal 21 al 30 gennaio l'importante appuntamento con il cinema dell'Europa centro orientale. Due nuove sezioni 'Wild Roses: Registe in Europa' e 'Fuori dagli Sche(r)mi'

    Il Festival cinematografico di Trieste (Trieste Film Festival) è in tutti i sensi un’istituzione e racconta, anche con la sua sola esistenza, un pezzo di storia europea: nato alla vigilia della caduta del Muro di Berlino, è il primo e più importante appuntamento italiano con il cinema dell'Europa centro orientale e da trent'anni rappresenta un osservatorio privilegiato su cinematografie e autrici/autori spesso poco noti – se non addirittura sconosciuti – al pubblico italiano, e più in generale a quello “occidentale”.

    Quest’anno il Festival, diretto da Nicoletta Romeo e Fabrizio Grosoli si svolgerà online su MYmovies dal 21 al 30 gennaio prossimi ed è ben lieto di annunciare la nascita di due nuove sezioni che integrano l'impianto tradizionale dei concorsi dedicati ai lungometraggi, ai documentari e ai corti: la prima, “Wild Roses: Registe in Europa” è dedicata ai talenti ‘al femminile’, la seconda "Fuori dagli sche(r)mi" che mette un focus su nuovi orizzonti cinematografici.

    «Wild Roses: Registe in Europa – spiegano i direttori artistici – è uno spazio che intendiamo dedicare alle donne registe dell'Europa centro orientale (tra l'altro sempre, e da sempre, molto presenti al Festival), individuando ogni anno un Paese diverso cui dedicare il nostro focus. I dati dell’audiovisivo sottolineano a livello globale le difficoltà dei progetti firmati da donne ad accedere ai finanziamenti, a prescindere dal valore artistico, e dunque ci è sembrato doveroso fare la nostra parte per valorizzare le registe europee attraverso una sezione ad hoc. Per cominciare, non potevamo che scegliere la Polonia, dove più che in ogni altro luogo, negli scorsi mesi, le donne hanno fatto sentire la propria voce contro nuove leggi che vogliono limitarne le libertà fondamentali».

    Saranno cinque le registe “presenti”, seppure in streaming, al Festival (e che parteciperanno a un panel coordinato da Marina Fabbri), attraverso le cui opere riscopriremo nuove forme di rappresentazione femminile e sguardi maturi e disincantati sul proprio Paese: Hanna Polak con "Something Better To Come" (trailer), ritratto di Jula, che vive la propria adolescenza nella più grande discarica d'Europa, la Svalka, alle porte di Mosca; Agnieszka Smoczyńska con "The Lure" (trailer), l'amore tra due sirene e un bassista nella Varsavia degli anni 80, tra horror e musical; Anna Zamecka con "Communion" (trailer), storia di bambini che devono crescere (troppo) in fretta; Anna Jadowska con "Wild Roses" (trailer), la vita di una città nella Slesia meridionale, tra la chiesa e le coltivazioni di rose, uomini che lavorano all'estero e giovani si ritrovano di sera alla fermata dell'autobus; Jagoda Szelc con "Tower. A Bright Day" (trailer), una prima comunione come tante mentre la tv riporta notizie inquietanti.

    La sezione “Fuori dagli sche(r)mi” è stata realizzata per aprirsi tanto ad autori affermati quanto a giovani talenti. Tra i primi, due tra i più importanti cineasti rumeni contemporanei: Cristi Puiu (anche protagonista di una masterclass online) con l'anteprima italiana di Malmkrog, già premiato alla scorsa Berlinale, che adattando “I tre dialoghi” di Vladimir Sergeevic Solov'ëv vince la sfida di un'indagine filosofica su cinema e memoria; e Radu Jude, che in Tipografic Majuscul parte da un testo teatrale per raccontare le vicende parallele di Ceaușescu e di Mugur Călinescu, un “Pasquino” adolescente nella Romania comunista che sfidò il regime scrivendo sui muri i propri messaggi di protesta. Gli stessi anni, ma in Polonia, tornano in An Ordinary Country di Tomasz Wolski, sorta di Le vite degli altri più vero del vero, un documentario di found footage fatto “solo” di film e nastri registrati da ufficiali dei servizi di sicurezza comunisti, tra gli anni ’60 e ’80. E ancora, l'ucraino Oleh Sencov con Numbers, fantascienza distopica girata a distanza, da un carcere di massima sicurezza in Siberia dove il regista stava scontando una pena di 20 anni, accusato di attività terroristica. Per finire, due registe: la serba Jelena Maksimović, che in Homelands riflette sulle patrie della famiglia scoprendo il villaggio da cui la nonna fuggì durante la guerra civile greca; e la russa Maria Ignatenko con In Deep Sleep, meditazione sul lutto e la perdita attraverso il sonno profondo in cui sembra sprofondare il mondo quando il protagonista Victor apprende la morte della moglie.

    «Con ‘Fuori dagli sche(r)mi’ – aggiungono Nicoletta Romeo e Fabrizio Grosoli – abbiamo voluto creare una vetrina dedicata alle nuove prospettive e alle nuove forme cinematografiche: abbiamo pensato a film che manifestano un grado di “libertà” tanto nella durata quanto nella struttura narrativa, aperti a ibridazioni di generi e linguaggi».

    Tutte le informazioni sul sito www.triestefilmfestival.it

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    TRIESTEFILMFESTIVAL

    Da sabato nelle edicole con “Il Piccolo” i lettori troveranno il libro “Sinagoghe italiane. Raccontate e disegnate”. Il volume illustrato firmato da Adam Smulevich e Pierfranco Fabris in vendita a 14,50 euro più il prezzo del quotidiano.

    “Sono quarantadue le Sinagoghe che vi presentiamo. Raccontate storicamente, illustrate a colori. Tante storie di donne e uomini. Vicende, dolori e gioie hanno accompagnato la costruzione e la vita delle Sinagoghe Italiane. Dal Nord al Sud d'Italia le raccontiamo e disegniamo anche come omaggio agli Ebrei nostri fratelli maggiori. Le Sinagoghe di: Trieste, Gorizia, Venezia, Verona, Padova, Merano, Torino, Casale Monferrato, Vercelli, Alessandria, Asti, Biella, Carmagnola, Cherasco, Cuneo, Ivrea, Mondovì, Saluzzo, Milano, Mantova, Sabbioneta, Genova, Ferrara, Bologna, Modena, Parma, Carpi, Reggio Emilia, Soragna, Firenze, Livorno, Pisa, Siena, Pitigliano, Roma, Ancona, Pesaro, Senigallia, Urbino, Napoli, Trani, Palermo.”

    E’ stato pubblicato il nuovo bando di selezione per il Servizio Civile Universale. I posti disponibili in tutta Italia sono 46891 e sono riservati a i giovani tra i 18 e 28 anni che vogliono diventare operatori volontari. Fino alle ore 14 di lunedì 8 febbraio 2021 è possibile presentare domanda di partecipazione ad uno dei 2814 progetti che si realizzeranno tra il 2021 e il 2022 sull’intero territorio nazionale e all’estero e che hanno durata variabile tra gli 8 e i 12 mesi.

    “Sono davvero molto felice che stiamo riuscendo a coinvolgere molte ragazze e ragazzi, rendendo sempre più universale il servizio civile – ha dichiarato il ministro Vincenzo Spadafora – La scelta di partecipare è una tappa fondamentale della vita e della crescita dei giovani. Sia umanamente sia professionalmente. I giovani volontari sono una risorsa importante ed insostituibile del nostro Paese e molti di loro hanno scelto con grande coraggio di non fermarsi neanche durante l’emergenza Covid. A tutti loro e a chi farà questa scelta va il nostro sentito ringraziamento”.

    I progetti sono proposti da enti di servizio civile, che operano nei settori dell’assistenza, dell’ambiente, dell’educazione, dei beni culturali, dell’agricoltura sociale, della protezione civile, della tutela dei diritti e della promozione dei valori fondativi della Repubblica italiana. I volontari percepiscono un compenso mensile: di 433,80 euro , se svolgono servizio civile in Italia; di 433, 80 euro più un’indennità di 15 euro al giorno per i giorni di effettiva permanenza, se svolgono servizio civile all’estero, più vitto e alloggio.

    Nel dettaglio, 39538 sono i posti disponibili nei 2319 progetti da realizzarsi in Italia e 605 quelli per i 111 progetti all’estero. Si aggiungono poi 6748 posti per 384 progetti da realizzarsi nei territori delle regioni che hanno aderito alla Misura 6 “Servizio civile universale del Programma operativo nazionale – Iniziativa occupazione giovani (PON-IOG) “Garanzia giovani”, ossia Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia. Si tratta di posti dedicati a giovani neet (not in education, employment or training, ossia giovani che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso di formazione) oppure a giovani disoccupati.

    Da quest’anno, ogni singolo progetto è parte di un più ampio programma di intervento che risponde ad uno o più obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e riguarda uno specifico ambito di azione individuato tra quelli indicati nel Piano triennale 2020-2022 per la programmazione del servizio civile universale.

    Alcuni progetti hanno invece riserve di posti per giovani con minori opportunità, intendendo ragazzi che hanno un basso reddito o bassa scolarizzazione o una disabilità. Altri progetti prevedono poi alcune misure “aggiuntive” e in particolare un periodo di tutoraggio nell’ambito del servizio da svolgere oppure, per i progetti che si realizzano in Italia, un periodo da uno a tre mesi da trascorrere in un altro Paese europeo.

    Gli aspiranti operatori volontari devono presentare la domanda di partecipazione esclusivamente attraverso la piattaforma Domanda on Line (DOL) raggiungibile tramite PC, tablet e smartphone all’indirizzo https://domandaonline.serviziocivile.it dove, attraverso un semplice sistema di ricerca con filtri, è possibile scegliere il progetto per il quale avanzare la candidatura.

    Il documentario realizzato dal regista Nathan Grossman riassume l’incredibile parabola dell’attivista svedese e ricorda quanto siano importanti le battaglie sul clima, oggi passate in secondo piano

    Ha galvanizzato migliaia di giovani in tutto il mondo, ha fatto nascere movimenti per il clima, ha organizatto manifestazioni e scioperi di livello globale. È andata all’Onu, ha incontrato politici e regnanti, conosciuto star e e celebrità. Anzi, lo è diventata lei stessa, attirando applausi e insulti di pari intensità. Per il secondo aspetto, si ricorderà che l presidente americano Donald Trump le aveva suggerito, in un tweet, di «darsi una calmata». Lei se lo è ricordato lo scorso novembre, quando ne ha approfittato per rispedirgli lo stesso suggerimento, vista la rabbia per la sconfitta elettorale.

    Ora il viaggio per il mondo (traversata oceanica compresa) della giovane attivista svedese è stato raccolto, insieme a immagini di archivio, in un documentario. “I Am Greta”, realizzato dal regista svedese Nathan Grossman, presentato al Festival di Venezia 2020 e da pochi giorni disponibile su Amazon Prime (che pure su consumi e trasporti fa business) è insieme una storia, una celebrazione e un punto della situazione. È anche un documento che, nonostante racconti fatti recentissimi, sembra appartenere a un’altra epoca. Il Covid-19 e la pandemia hanno oscurato il tema ambiente, che pure resta importante. Le manifestazioni del Fridays For Future sono, per ovvie ragioni, ferme da un anno. E la sensibilizzazione è uscita dai radar, nonostante il clima rimanga in testa alle priorità, come dimostrano i criteri di investimento del NextGenerationUe.

    In questo senso, “I Am Greta” è un promemoria e il riassunto di una parabola, cominciata con gli scioperi da scuola fatti da sola, con un semplice cartello davanti al Parlamento. Era il 2018: la notizia, all’epoca solo una curiosità, raggiunge lo stesso Grossman. Ne discute con il suo capo, fa qualche ricerca (Greta aveva pubblicato un articolo sul tema ambiente) e poi decide di indagare. Fa le prime riprese, senza un progetto specifico (pensava a un corto) che poi confluiscono nel documentario. In questo senso, sono immagini inedite, ritraggono le origini del suo attivismo. Nel frattempo la questione guadagna visibilità, i gesti di Greta Thunberg cominciano a ricevere attenzioni e Grossman decide di seguirla. Nel documentario sono numerosi gli inserti privati, le immagini di vita quotidiana nella famiglia. C’è Greta che scrive il discorso e discute con il padre, che vuole tagliare i passaggi più duri (la spunta lei). O c’è Greta che balla, in mezzo ai suoi pupazzi. Si raccolgono le sue confessioni («i miei coetanei sono stati a lungo crudeli con me») e le sue convinzioni, spezzoni di filmini in cui Greta è ancora bambina. In questo senso, il documentario è, come spiega lo stesso regista, una ricerca nel mondo dell’Asperger.

    Poi le cose cominciano a esplodere. Ci sono inviti internazionali, marce per il clima e gli inviti dei politici. Il primo che compare nel documentario è un condiscendente Emmanuel Macron: il presidente francese le chiede «cosa dovremmo fare». Lei, fiduciosa, detta l’agenda.

    Poi ci sono i discorsi. Gli incoraggiamenti di Papa Francesco («Vai avanti»). Le critiche di Vladimir Putin, i distinguo dei vari network, le continue e infinite interviste, fino al trionfo del viaggio in barca del 2019 fino a New York, per partecipare al Climate Action Summit, che occupa poco meno di metà del film.

    Se riguardata tutta insieme, la vicenda di Greta Thunberg fa impressione. Non a caso, giusto all’inizio, le prime frasi si concentrano sull’eccezionalità di quello che sta accadendo. «Ho la sensazione che tutte le esperienze che ho fatto finora siano oniriche, simili a un sogno». A conti fatti, è più o meno quello che pensa chi lo guarda. Il film è il passato prossimo, ma sembra un dispaccio di un tempo lontano, quando il mondo era diverso. E forse lo eravamo un po’ tutti.

     

    Articolo di  per https://www.linkiesta.it/

    Macinava chilometri e chilometri su due ruote per portare cure e sollievo ai sofferenti, specialmente poveri, di Cervia e dintorni. Un giorno di questo esempio magnifico di altruismo si accorse una scrittrice premio Nobel, Grazia Deledda…

    Li abbiamo visti stremati dopo un turno, chinati su una tastiera del computer, ancora con il camice indossato, la maschera protettiva. Li abbiamo visti indaffarati passare da un letto all’altro, nel silenzio irreale dei reparti di terapia intensiva, con messaggi di speranza scritte sulle tute bianche, testimoni in prima linea di ciò che accade ai malati di Covid 19. Li abbiamo chiamati eroi e poi, nel più aberrante meccanismo che la natura umana può partorire, sono diventati capri espiatori della paura della morte e dell’angoscia che ci assale tutti, addirittura nemici per qualche gaglioffo (vedi le auto danneggiate dei medici e infermieri del turno di notte dell’ospedale di Rimini: a proposito, un grande elogio al Consorzio carrozzieri di Rimini e San Marino che, in 16, hanno riparato gratuitamente le auto assaltate. Ndr). Loro, però, sono solo uomini e donne che hanno scelto un lavoro, un lavoro duro che presuppone sensibilità, empatia, cura dell’altro. Nella storia della professione medica e in generale sanitaria, vi sono stati esempi straordinari di uomini e donne che hanno reso la professione medica una vera e propria vocazione. Una di queste è senz’altro Isotta Gervasi, “la dottoressa povera” che è entrata nella storia come prima donna medico condotto d’Italia.

    Isotta nasce il 21 novembre 1889 a Castiglione di Cervia, prima di otto sorelle. Il padre Emilio, imprenditore edile, e la madre, Virginia Ridolfi, sono molto attenti all’educazione delle loro figlie e spingono soprattutto Isotta a dedicarsi agli studi. La giovane Isotta frequenta il liceo classico “Vincenzo Monti” di Cesena, poi a Ravenna, mostrando intraprendenza e curiosità. Isotta non sa quale futuro l’attende. Poi, un giorno qualunque, arriva la scintilla che cambia la vita di Isotta, mostrandole la via da percorrere.

    È lei stessa a ricordarlo in un’intervista del 1965, quando racconta di aver salvato la vita a un giovane contadino a cui lei era rovinosamente caduta addosso, intenta a imitare gli acrobati del circo. Isotta guarda quell’uomo, comprende la gravità del momento e, in uno slancio di coraggio, pratica la respirazione artificiale applicando le regole apprese dal libro di scienze. Il contadino rinviene e ringrazia accoratamente Isotta per essersi presa cura di lui. È in questo momento che nasce la sua vera vocazione.

    Finito il liceo, Isotta si iscrive alla facoltà di Medicina dell’Università di Bologna, allieva di Augusto Righi e Augusto Murri. Si laurea a Modena il 15 maggio 1917 e nel 1919 ottiene la specializzazione in pediatria. Comincia la sua professione medica alla clinica pediatrica modenese e nel 1919 diventa la prima dottoressa in Italia a ricoprire il ruolo di medico condotto. È una rivoluzione. Lavora a Savarna e Zaccaria, per poi continuare tra Ravenna e Cervia.

    Siamo nel periodo fascista e Isotta deve affrontare non poche difficoltà e diffidenze, in una società ancora legata all’idea che alla donna e solo alla donna spetta il compito di avere cura dei figli e il governo della casa. La caparbia Isotta crede in quello che fa e dimostra di essere non solo molto capace nell’esercizio della professione ma scopre di avere una dote di sensibilità fuori dal comune. Per tutti Isotta diviene “la dottoressa dei poveri” o “l’angelo in bicicletta”.

    Per molti anni la Gervasi macina, instancabile, chilometri e chilometri in bicicletta per raggiungere i suoi pazienti. La sua è una vera e propria passione che la spinge ad aiutare gli altri. È solita iniziare il giro di visite dalle persone più facoltose, accettando doni che poi ridistribuisce ai pazienti più poveri che visitava dopo.

    Alla fine degli anni Venti, Isotta acquista una macchina, la Fiat 509, diventando una delle primissime donne alla guida di un’auto, un altro primato.

    Durante la Seconda guerra mondiale però ritorna alla bicicletta. È questo il periodo in cui, instancabile, opera a ridosso della zona gotica, a Savio. Isotta non si risparmia, fedele a quel giuramento fatto il giorno della laurea, cura tutti, soldati di ogni nazionalità, sfollati e civili in difficoltà, tutto senza pretendere nulla in cambio.

     

    Continua a leggere: https://www.giannellachannel.info/isotta-gervasi-prima-donna-medico-condotto-angelo-in-bici/

    Parlo con un amico mentre sorbiamo con piacere un caffè agli inizi di questo nuovo anno. Lui mi dice, tra l’altro: “Il tuo è proprio uno sguardo femminile sulla pandemia. La donna, molto più di noi (intendeva dire uomini)  è custode della speranza, ma custode attiva, di una speranza che non ha niente a che vedere con l’ultima dea.

    E poi quell’attenzione all’altro, quel prendersi cura, in ogni situazione, senza guardare ai massimi sistemi, aspettare chissà che cosa, ma così come si può!Io non mi sento capace. Voi, invece!!!”

    Può darsi sia vero, non so, di sicuro mi ha incoraggiata a mettere per iscritto quello di cui gli parlavo, pensieri e fatterelli legati al covid 19 che ha segnato così pesantemente l’anno appena concluso. E mi ha suggerito il titolo.

                                                                          

    Non sarà facile nei libri di storia -o nei social che eventualmente li sostituiranno-  rendere il clima che abbiamo vissuto nel 2020, o meglio, ahimè, che stiamo vivendo. La pandemia ne è la protagonista, in tutte le sue varie sfaccettature.

    La situazione inedita in cui ci siamo tutti improvvisamente trovati mi aveva spinta, da marzo in poi, a sentire per telefono con una certa frequenza amici e conoscenti, magari soli o particolarmente fragili per età, per un lutto arrivato improvviso, per la solitudine, la paura del domani, il dolore di non aver potuto dare nemmeno l’ultimo saluto a una persona amata. 

    Ho continuato a farlo e alcuni di loro mi hanno ricordato che durante il primo lockdown, mentre ci confrontavamo su quanto stavamo vivendo e sui possibili scenari futuri, 

    a un tratto ci eravamo posti una domanda, assolutamente non semplice: “Ma in me che cosa è cambiato?” 

    E’ stato importante ritornare a quelle risposte scavate dentro ognuno di noi.

    Personalmente  alcune sono rimaste in me indelebili. 

    Ho riscoperto il silenzio, nella sua eloquenza potente.

    Ho avvertito il dolore per la mancanza della corporeità nella comunicazione: un abbraccio, un bacio, la stretta di mano … 

    Ho approfondito il rapporto con Dio, al di là o forse grazie all’assenza di ogni liturgia per un lungo periodo. Come se la religione fosse “diminuita” nelle Chiese chiuse, ma la “fede” fosse aumentata.

    Ho contemplato e ascoltato le voci della natura che era rinata, tersa, in mille sfumature di colori, di melodie. Ho preso maggior coscienza, nel contrasto, di quanto poco siamo stati custodi del creato. Ho rinnovato il desiderio e l’impegno a  riprendermi la vita e a lavorare per lasciare a chi amo un mondo un po’più bello, un po’ più sano.

    Ho immaginato ripopolarsi i meravigliosi piccoli borghi della nostra Italia forniti di banda larga, di centri sanitari accessibili; il traffico, caotico frastornante inquinante,  ridotto all’essenziale e quasi soppiantato da tram e mezzi pubblici e privati elettrici o a metano.

    Mi sono incontrata -e scontrata- con eroismo e superficialità, condivisione e arroganza, compassione e cinismo. 

    Ho dovuto lottare contro la tentazione dello scoraggiamento e aiutare altri a farlo. 

    Ho avvertito sulla mia pelle la situazione disperata di tanti e  il pericolo - mi illudevo di esserne immune- di ripiegarmi in me stessa, nel mondo virtuale, ho cercato perciò di raddoppiare l’attenzione all’altro.

    Tornerà tutto come prima” ho sentito spesso dire. Perché “come prima” e non , almeno un po’, “meglio” di prima?

    Ho dato valore ai gesti e alle opportunità di ogni giorno, anzi di ogni attimo, unica dimensione temporale che possediamo. 

    A questo proposito, un piccolo episodio avvenuto nel mese di maggio. 

    Sono in fila per entrare al supermarket, insieme ad altre undici persone, tutte con la mascherina, tutte a distanza di circa due metri l’una dall’altra. 

    Passano venti minuti ma nessuno si spazientisce, molti continuano la loro vita virtuale, cellulare alla mano. Anche io ho la testa bassa e leggo messaggi, notizie. 

    A un certo punto mi vedo dall’esterno e mi prendo un colpo: occhiali neri, mascherina, cellulare … Sono praticamente senza volto. 

    Un NO imperioso mi esplode nel cuore prima ancora che nella mente.

    Ho cercato sempre di costruire rapporti, di intessere dialoghi, amicizie. E ora? Non posso lasciarmi cambiare dalla pandemia! Anzi! Devo fare di più e meglio, nei limiti di un possibile limitato, dettato dalle circostanze.

    Tolgo gli occhiali neri e mi guardo intorno cercando di mettere nello sguardo tutto il calore e la cordialità di cui sono capace. 

    Una signora (due posti dietro di me) sembra aspettare questo momento. Si lamenta un po’  “Non ce la faccio più, mi mancano i miei nipotini, le vicine! non posso neanche passare in Chiesa un attimo”. “Anch’ io -le dico-signora, sapesse quanto sento la mancanza di persone care, di realtà che davo per scontate! Eppure … ho fatto qualche scoperta nuova. Per esempio, che Dio mi parla più forte di prima, nella Scrittura, nella natura che sembra essere rinata, nell’amore che possiamo avere tra noi.

    E poi questa situazione mi sta aiutando a vivere diversamente e a gustare piccole cose quotidiane, che posso fare in casa, per le quali non avevo tempo. 

    Ieri ho sentito tre parenti con cui i rapporti si erano allentati; dopo un primo momento di imbarazzo ci siamo raccontati, eravamo felici! 

    Ho telefonato a una signora che vive da sola, non finiva di ringraziarmi.

    Sto provando ricette nuove.

    Mi affaccio al balcone e ci scambiamo notizie con gli amici del condominio, posso andare in farmacia a comprare medicine per uno di loro …”. 

    Si fa silenzio. 

    Questo è vero -interviene la giovane signora dietro di me che ha seguito attentamente tutta la conversazione- mi ci ritrovo un po’ anche io, ieri ho fatto la pasta in casa, le patatine fritte. Penso alla mia nonna, la gioia che ci dava il mangiare con lei la ‘sua’ pasta … Nei miei bambini ho visto la stessa gioia. E anche io come lei mi ritrovo a parlare con Dio qualche volta”.” 

    Un signore già un po’ avanti negli anni “Io purtroppo non ho un balcone, sono al piano terra ma mi 

    affaccio alla finestra, mi offro di fare la spesa, così incontro qualcuno, come oggi. 

    Avevo avuto una stretta al cuore. Non so cosa farei per contrastare le nuove povertà: spazi abitativi insufficienti, carenza di digitalizzazione. 

    Intanto posso sempre fare qualcosa, piccola, ma non insignificante.

    E poi? E se si protrae questa situazione?” Dice un giovane. Non ho una risposta, ma non voglio assolutamente perdere la speranza. 

    Quando è arrivato il mio turno, ci siamo salutati, tutti col sorriso nello sguardo. 

    E mi si rafforza la convinzione che possiamo ridisegnare il futuro, insieme.

    La Rhinoceros Gallery ‒ Fondazione Alda Fendi-esperimenti ospita le opere installative di Sultan Bin Fahad. fra rimandi alla tradizione religiosa e linguaggi visivi contemporanei.

    L’ARTE DI SULTAN BIN FAHAD

    Ci aggiriamo, incuriositi, tra le installazioni dell’artista saudita Sultan bin Fahad (Riyad, 1971; vive a Los Angeles), membro della famiglia reale, pazientemente accompagnati da Michela Cantatore, coordinatrice della Rhinoceros Gallery. Ci sovviene che, lo scorso anno, la Fondazione ha curato, su incarico della Saudi Commission, la direzione artistica e il concept design della mostra Roads of Arabia. Tesori archeologici dell’Arabia Saudita. Tutto ciò che vediamo percorrendo le sale dell’originalissima galleria, disposta su due piani, ci rimanda, come in un viaggio mistico-estetico, alla tradizione religiosa dell’artista: pannelli divisori in ottone originari della Mecca; pesanti reperti archeologici in pietra incisa; oggetti in marmo bianco polito di varia foggia di provenienza templare e, in contrappunto, video in loop e tessuti sonori monocordi  che ci immergono in una folla di fedeli oranti e nel brusio indistinto e avvolgente di una preghiera corale.

    Dal 7 gennaio al 10 febbraio - FREQUENCY - Sultan Bin Fahad - Rhinoceros Gallery,

    dal martedì alla domenica dalle 11 alle 20, via dei Cerchi 23, Roma.

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