Macinava chilometri e chilometri su due ruote per portare cure e sollievo ai sofferenti, specialmente poveri, di Cervia e dintorni. Un giorno di questo esempio magnifico di altruismo si accorse una scrittrice premio Nobel, Grazia Deledda…

    Li abbiamo visti stremati dopo un turno, chinati su una tastiera del computer, ancora con il camice indossato, la maschera protettiva. Li abbiamo visti indaffarati passare da un letto all’altro, nel silenzio irreale dei reparti di terapia intensiva, con messaggi di speranza scritte sulle tute bianche, testimoni in prima linea di ciò che accade ai malati di Covid 19. Li abbiamo chiamati eroi e poi, nel più aberrante meccanismo che la natura umana può partorire, sono diventati capri espiatori della paura della morte e dell’angoscia che ci assale tutti, addirittura nemici per qualche gaglioffo (vedi le auto danneggiate dei medici e infermieri del turno di notte dell’ospedale di Rimini: a proposito, un grande elogio al Consorzio carrozzieri di Rimini e San Marino che, in 16, hanno riparato gratuitamente le auto assaltate. Ndr). Loro, però, sono solo uomini e donne che hanno scelto un lavoro, un lavoro duro che presuppone sensibilità, empatia, cura dell’altro. Nella storia della professione medica e in generale sanitaria, vi sono stati esempi straordinari di uomini e donne che hanno reso la professione medica una vera e propria vocazione. Una di queste è senz’altro Isotta Gervasi, “la dottoressa povera” che è entrata nella storia come prima donna medico condotto d’Italia.

    Isotta nasce il 21 novembre 1889 a Castiglione di Cervia, prima di otto sorelle. Il padre Emilio, imprenditore edile, e la madre, Virginia Ridolfi, sono molto attenti all’educazione delle loro figlie e spingono soprattutto Isotta a dedicarsi agli studi. La giovane Isotta frequenta il liceo classico “Vincenzo Monti” di Cesena, poi a Ravenna, mostrando intraprendenza e curiosità. Isotta non sa quale futuro l’attende. Poi, un giorno qualunque, arriva la scintilla che cambia la vita di Isotta, mostrandole la via da percorrere.

    È lei stessa a ricordarlo in un’intervista del 1965, quando racconta di aver salvato la vita a un giovane contadino a cui lei era rovinosamente caduta addosso, intenta a imitare gli acrobati del circo. Isotta guarda quell’uomo, comprende la gravità del momento e, in uno slancio di coraggio, pratica la respirazione artificiale applicando le regole apprese dal libro di scienze. Il contadino rinviene e ringrazia accoratamente Isotta per essersi presa cura di lui. È in questo momento che nasce la sua vera vocazione.

    Finito il liceo, Isotta si iscrive alla facoltà di Medicina dell’Università di Bologna, allieva di Augusto Righi e Augusto Murri. Si laurea a Modena il 15 maggio 1917 e nel 1919 ottiene la specializzazione in pediatria. Comincia la sua professione medica alla clinica pediatrica modenese e nel 1919 diventa la prima dottoressa in Italia a ricoprire il ruolo di medico condotto. È una rivoluzione. Lavora a Savarna e Zaccaria, per poi continuare tra Ravenna e Cervia.

    Siamo nel periodo fascista e Isotta deve affrontare non poche difficoltà e diffidenze, in una società ancora legata all’idea che alla donna e solo alla donna spetta il compito di avere cura dei figli e il governo della casa. La caparbia Isotta crede in quello che fa e dimostra di essere non solo molto capace nell’esercizio della professione ma scopre di avere una dote di sensibilità fuori dal comune. Per tutti Isotta diviene “la dottoressa dei poveri” o “l’angelo in bicicletta”.

    Per molti anni la Gervasi macina, instancabile, chilometri e chilometri in bicicletta per raggiungere i suoi pazienti. La sua è una vera e propria passione che la spinge ad aiutare gli altri. È solita iniziare il giro di visite dalle persone più facoltose, accettando doni che poi ridistribuisce ai pazienti più poveri che visitava dopo.

    Alla fine degli anni Venti, Isotta acquista una macchina, la Fiat 509, diventando una delle primissime donne alla guida di un’auto, un altro primato.

    Durante la Seconda guerra mondiale però ritorna alla bicicletta. È questo il periodo in cui, instancabile, opera a ridosso della zona gotica, a Savio. Isotta non si risparmia, fedele a quel giuramento fatto il giorno della laurea, cura tutti, soldati di ogni nazionalità, sfollati e civili in difficoltà, tutto senza pretendere nulla in cambio.

     

    Continua a leggere: https://www.giannellachannel.info/isotta-gervasi-prima-donna-medico-condotto-angelo-in-bici/

    Parlo con un amico mentre sorbiamo con piacere un caffè agli inizi di questo nuovo anno. Lui mi dice, tra l’altro: “Il tuo è proprio uno sguardo femminile sulla pandemia. La donna, molto più di noi (intendeva dire uomini)  è custode della speranza, ma custode attiva, di una speranza che non ha niente a che vedere con l’ultima dea.

    E poi quell’attenzione all’altro, quel prendersi cura, in ogni situazione, senza guardare ai massimi sistemi, aspettare chissà che cosa, ma così come si può!Io non mi sento capace. Voi, invece!!!”

    Può darsi sia vero, non so, di sicuro mi ha incoraggiata a mettere per iscritto quello di cui gli parlavo, pensieri e fatterelli legati al covid 19 che ha segnato così pesantemente l’anno appena concluso. E mi ha suggerito il titolo.

                                                                          

    Non sarà facile nei libri di storia -o nei social che eventualmente li sostituiranno-  rendere il clima che abbiamo vissuto nel 2020, o meglio, ahimè, che stiamo vivendo. La pandemia ne è la protagonista, in tutte le sue varie sfaccettature.

    La situazione inedita in cui ci siamo tutti improvvisamente trovati mi aveva spinta, da marzo in poi, a sentire per telefono con una certa frequenza amici e conoscenti, magari soli o particolarmente fragili per età, per un lutto arrivato improvviso, per la solitudine, la paura del domani, il dolore di non aver potuto dare nemmeno l’ultimo saluto a una persona amata. 

    Ho continuato a farlo e alcuni di loro mi hanno ricordato che durante il primo lockdown, mentre ci confrontavamo su quanto stavamo vivendo e sui possibili scenari futuri, 

    a un tratto ci eravamo posti una domanda, assolutamente non semplice: “Ma in me che cosa è cambiato?” 

    E’ stato importante ritornare a quelle risposte scavate dentro ognuno di noi.

    Personalmente  alcune sono rimaste in me indelebili. 

    Ho riscoperto il silenzio, nella sua eloquenza potente.

    Ho avvertito il dolore per la mancanza della corporeità nella comunicazione: un abbraccio, un bacio, la stretta di mano … 

    Ho approfondito il rapporto con Dio, al di là o forse grazie all’assenza di ogni liturgia per un lungo periodo. Come se la religione fosse “diminuita” nelle Chiese chiuse, ma la “fede” fosse aumentata.

    Ho contemplato e ascoltato le voci della natura che era rinata, tersa, in mille sfumature di colori, di melodie. Ho preso maggior coscienza, nel contrasto, di quanto poco siamo stati custodi del creato. Ho rinnovato il desiderio e l’impegno a  riprendermi la vita e a lavorare per lasciare a chi amo un mondo un po’più bello, un po’ più sano.

    Ho immaginato ripopolarsi i meravigliosi piccoli borghi della nostra Italia forniti di banda larga, di centri sanitari accessibili; il traffico, caotico frastornante inquinante,  ridotto all’essenziale e quasi soppiantato da tram e mezzi pubblici e privati elettrici o a metano.

    Mi sono incontrata -e scontrata- con eroismo e superficialità, condivisione e arroganza, compassione e cinismo. 

    Ho dovuto lottare contro la tentazione dello scoraggiamento e aiutare altri a farlo. 

    Ho avvertito sulla mia pelle la situazione disperata di tanti e  il pericolo - mi illudevo di esserne immune- di ripiegarmi in me stessa, nel mondo virtuale, ho cercato perciò di raddoppiare l’attenzione all’altro.

    Tornerà tutto come prima” ho sentito spesso dire. Perché “come prima” e non , almeno un po’, “meglio” di prima?

    Ho dato valore ai gesti e alle opportunità di ogni giorno, anzi di ogni attimo, unica dimensione temporale che possediamo. 

    A questo proposito, un piccolo episodio avvenuto nel mese di maggio. 

    Sono in fila per entrare al supermarket, insieme ad altre undici persone, tutte con la mascherina, tutte a distanza di circa due metri l’una dall’altra. 

    Passano venti minuti ma nessuno si spazientisce, molti continuano la loro vita virtuale, cellulare alla mano. Anche io ho la testa bassa e leggo messaggi, notizie. 

    A un certo punto mi vedo dall’esterno e mi prendo un colpo: occhiali neri, mascherina, cellulare … Sono praticamente senza volto. 

    Un NO imperioso mi esplode nel cuore prima ancora che nella mente.

    Ho cercato sempre di costruire rapporti, di intessere dialoghi, amicizie. E ora? Non posso lasciarmi cambiare dalla pandemia! Anzi! Devo fare di più e meglio, nei limiti di un possibile limitato, dettato dalle circostanze.

    Tolgo gli occhiali neri e mi guardo intorno cercando di mettere nello sguardo tutto il calore e la cordialità di cui sono capace. 

    Una signora (due posti dietro di me) sembra aspettare questo momento. Si lamenta un po’  “Non ce la faccio più, mi mancano i miei nipotini, le vicine! non posso neanche passare in Chiesa un attimo”. “Anch’ io -le dico-signora, sapesse quanto sento la mancanza di persone care, di realtà che davo per scontate! Eppure … ho fatto qualche scoperta nuova. Per esempio, che Dio mi parla più forte di prima, nella Scrittura, nella natura che sembra essere rinata, nell’amore che possiamo avere tra noi.

    E poi questa situazione mi sta aiutando a vivere diversamente e a gustare piccole cose quotidiane, che posso fare in casa, per le quali non avevo tempo. 

    Ieri ho sentito tre parenti con cui i rapporti si erano allentati; dopo un primo momento di imbarazzo ci siamo raccontati, eravamo felici! 

    Ho telefonato a una signora che vive da sola, non finiva di ringraziarmi.

    Sto provando ricette nuove.

    Mi affaccio al balcone e ci scambiamo notizie con gli amici del condominio, posso andare in farmacia a comprare medicine per uno di loro …”. 

    Si fa silenzio. 

    Questo è vero -interviene la giovane signora dietro di me che ha seguito attentamente tutta la conversazione- mi ci ritrovo un po’ anche io, ieri ho fatto la pasta in casa, le patatine fritte. Penso alla mia nonna, la gioia che ci dava il mangiare con lei la ‘sua’ pasta … Nei miei bambini ho visto la stessa gioia. E anche io come lei mi ritrovo a parlare con Dio qualche volta”.” 

    Un signore già un po’ avanti negli anni “Io purtroppo non ho un balcone, sono al piano terra ma mi 

    affaccio alla finestra, mi offro di fare la spesa, così incontro qualcuno, come oggi. 

    Avevo avuto una stretta al cuore. Non so cosa farei per contrastare le nuove povertà: spazi abitativi insufficienti, carenza di digitalizzazione. 

    Intanto posso sempre fare qualcosa, piccola, ma non insignificante.

    E poi? E se si protrae questa situazione?” Dice un giovane. Non ho una risposta, ma non voglio assolutamente perdere la speranza. 

    Quando è arrivato il mio turno, ci siamo salutati, tutti col sorriso nello sguardo. 

    E mi si rafforza la convinzione che possiamo ridisegnare il futuro, insieme.

    La Rhinoceros Gallery ‒ Fondazione Alda Fendi-esperimenti ospita le opere installative di Sultan Bin Fahad. fra rimandi alla tradizione religiosa e linguaggi visivi contemporanei.

    L’ARTE DI SULTAN BIN FAHAD

    Ci aggiriamo, incuriositi, tra le installazioni dell’artista saudita Sultan bin Fahad (Riyad, 1971; vive a Los Angeles), membro della famiglia reale, pazientemente accompagnati da Michela Cantatore, coordinatrice della Rhinoceros Gallery. Ci sovviene che, lo scorso anno, la Fondazione ha curato, su incarico della Saudi Commission, la direzione artistica e il concept design della mostra Roads of Arabia. Tesori archeologici dell’Arabia Saudita. Tutto ciò che vediamo percorrendo le sale dell’originalissima galleria, disposta su due piani, ci rimanda, come in un viaggio mistico-estetico, alla tradizione religiosa dell’artista: pannelli divisori in ottone originari della Mecca; pesanti reperti archeologici in pietra incisa; oggetti in marmo bianco polito di varia foggia di provenienza templare e, in contrappunto, video in loop e tessuti sonori monocordi  che ci immergono in una folla di fedeli oranti e nel brusio indistinto e avvolgente di una preghiera corale.

    Dal 7 gennaio al 10 febbraio - FREQUENCY - Sultan Bin Fahad - Rhinoceros Gallery,

    dal martedì alla domenica dalle 11 alle 20, via dei Cerchi 23, Roma.

    La riapertura dei musei a metà gennaio è sempre meno probabile. Molti poli culturali stanno cercando di rilanciare un programma di attività nel rispetto delle norme anti Covid, e se da questo primo calendario i segnali saranno incoraggianti le attività si moltiplicheranno, soprattutto le mostre di media grandezza.

    Ancora nessuna notizia certa dai piani alti del governo circa la possibile riapertura dei musei a metà gennaio (è bene ricordarlo, riavviare un museo è più difficile e complicato che tirar su la serranda a un bar, un ristorante, un’attività commerciale). Intanto, il mondo dell’arte non si ferma: studia strategie per la ripartenza, ipotizza nuovi scenari che almeno all’inizio presupporranno meno pubblico, si interroga sul rapporto tra l’imprescindibile contatto con il reale, la visione dell’opera in carne e ossa, e l’integrazione assolutamente necessaria con il mondo virtuale.

    Fin qui la differenza l’ha fatta chi ha qualcosa da dire – e come la dice – rispetto a chi si limita a pure operazioni di trasferimento in rete, alquanto malinconiche e inefficaci. Non c’è da stupirsi dello straordinario successo delle lezioni di Christian Greco, direttore del Museo Egizio, che hanno superato il milione di visualizzazioni uniche, né dei divertenti mini-video postati su Tik Tok dagli Uffizi: significa cioè aver capito che questi strumenti necessitano di altri linguaggi, che a loro volta possiedono una sintassi propria e regole specifiche.

    In altri casi, la maggioranza, è sembrato sufficiente mostrare visite virtuali in sale tristemente vuote: curiosità poca, abbandono immediato. In attesa che i musei si attrezzino per imparare al meglio la potenzialità del web, alcune gallerie hanno riaperto, essendo equiparate ad attività commerciali, lamentando però il poco pubblico in giro e soprattutto l’assenza delle fiere, che durerà ancora a lungo (chissà se ce la farà a inaugurare Miart a settembre).

    Le mostre importanti sono impegnative da preparare, soprattutto per i prestiti delle opere, e dunque i più coraggiosi provano a rilanciare un programma di attività che fin da marzo dovrebbe passare i primi segnali di ripartenza. Segnali che arrivano per esempio da Palazzo Strozzi, Firenze: annunciata una grande rassegna sull’arte americana dal 1961 al 2001, dalla Pop Art alle Torri Gemelle, di sicuro richiamo e di altrettanta scientificità. Data di apertura annunciata, il 20 marzo.

    Se a Venezia si discute sulla rinuncia dei Musei civici di voler aspettare almeno la primavera nella speranza che ricominci un significativo flusso turistico, gli appassionati hanno già messo in agenda la retrospettiva di Bruce Nauman a Punta della Dogana (21 marzo), evento da non perdere vista la rarità dell’artista americano, uno degli ultimi grandi vecchi. Oltre ovviamente alla Biennale di Architettura, slittata di un anno, riposizionata dal 22 maggio e probabilmente ripensata sull’onda della pandemia.

    Più complicato organizzare il calendario di spazi-contenitori, come Palazzo Reale a Milano il cui calendario si basa su un fitto gioco di incastri. Al momento “Le donne dell’arte”, rassegna sulla pittura al femminile tra ’500 e ’600 è fissata ottimisticamente per il 5 febbraio, mentre lì accanto, al Museo del ’900, dovrebbe riaprire (sempre a proposito di donne) l’antologica di Carla Accardi. A Torino, in attesa dell’inaugurazione della nuova sede di Gallerie d’Italia in piazza Castello, uno spazio monstre progettato da Michele De Lucchi e che si occuperà principalmente di fotografia e video, il Castello di Rivoli promette un omaggio al critico Achille Bonito Oliva (17 maggio), mentre a Roma il MAXXI tenterà di celebrare i dieci anni di attività (28 gennaio, riuscirà?) fisiologicamente rimandati rispetto alla scadenza naturale.

    Molte attività si annunciano per il settecentesimo anniversario della morte di Dante in varie città d’Italia, in particolare al MAR di Ravenna (11 settembre) con una grande mostra trasversale e divertente, simile a quella dedicata a Ulisse che aprì pochi giorni prima della pandemia lo scorso febbraio a Forlì. La gestazione è molto impegnativa, meglio prendersi il tempo necessario. Se da questo primo calendario i segnali saranno incoraggianti, c’è da scommettere che le attività si moltiplicheranno, soprattutto di mostre medie, non troppo costose da produrre, che potrebbero funzionare da cartina al tornasole per capire il reale stato dell’arte post-Covid, non solo in Italia.

    Sarà curioso, infine, scoprire cosa ha lasciato dietro di sé l’improvviso e lungo stop alla cultura visiva e che tipo di opere gli artisti produrranno da qui in poi, se la pandemia avrà delle conseguenze e dei motivi di riflessione oppure se sarà meglio archiviare il dramma e dedicarsi ad altre riflessioni, come già accade nel cinema e nella letteratura.

    Personalmente provo fastidio di fronte a chi sceglie di cavalcare la cronaca, mettendo mascherine alla Gioconda o rielaborando il lutto attraverso immagini stucchevoli e stupide; neppure mi piacciono i tanti “diari dalla clausura”, un diffuso chissenefrega a modelli del tipo un disegno al giorno, una foto al giorno, specchio dell’esigenza conclamata di parlare sempre e solo di sé in prospettiva ombelicale. Sono ottimista, dunque mi aspetto un’arte grintosa, coraggiosa, utopistica, dove ritorni la voglia di vivere e condividere, attraverso i cinque sensi, quell’esperienza unica che tanto ci è mancata, come cosa necessaria, non certo superflua, anche per dar contro a chi l’ha etichettata così.

     

    Articolo di (linkiesta.it)

    Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani intende portare con urgenza e dolore all’attenzione di tutti la tragedia umanitaria che si sta consumando lungo la rotta balcanica.

    La rotta balcanica è quella strada lastricata di dolore che rappresenta per troppi uomini infelici e lontani dall’Umanità la speranza di un futuro migliore in Europa. Ogni giorno i migranti in fuga dalla guerra e dalla disperazione cercano di passare il confine in qualunque modo mettendo a repentaglio la loro vita. Dalla scorsa estate il flusso migratorio che punta in direzione dell’Unione Europea ha raggiunto cifre impressionati. Il punto più alto è stato raggiunto dopo l’incendio che ha devastato la scorsa settimana la tendopoli Camp Lipa, in Bosnia, e che ha aggravato la crisi umanitaria sulla rotta balcanica. 

    Nel campo divorato in poco tempo dalle fiamme, segnale del fallimento delle politiche europee, mancavano le condizioni minime per una sopravvivenza dignitosa. 

    Era, infatti, un luogo inadatto all’accoglienza, soprattutto nel periodo invernale, e altamente pericoloso per la vita delle persone. Inoltre, era sprovvisto di elettricità e acqua potabile. Stesse caratteristiche, queste, degli altri campi dove venivano continuamente trasferiti i migranti. Ma per chi nulla aveva era pur sempre un riparo. 

    Dopo l’incendio di Camp Lipa la rotta balcanica si è riempita di nuove sfortunate anime. 

    E così, da questo momento altri tremila migranti, intrappolati tra freddo e neve, hanno iniziato a vagare in Bosnia nel perenne tentativo di passare la vicina frontiera con la Croazia.

    Tra Natale e Capodanno, quando l’Europa era protetta nel tepore delle sue case calde, in attesa del nuovo anno, si stava consumando la più grave violazione dei Diritti Umani.

    Uomini figli di un Dio minore, viaggiavano con la sola forza degli stenti, sotto il gelo e la neve, lasciando giorno dopo giorno i parenti e gli amici morti lungo il cammino della speranza che non incontrava mai l’umana pietà. 

    Negli ultimi giorni del 2020 i reportage, gli approfondimenti e i dossier hanno consegnato al mondo questo limbo di immobilità nel cuore dell’Europa, pregno di migranti senza diritti, che non può e non deve passare inosservato perché riguarda tutto l’equilibrio sociale planetario, riguarda tutti. 

    “Riammessi” in Slovenia. 

    Già nel 2019 molti Paesi hanno scelto di ignorare la disperata richiesta del sacrosantissimo diritto internazionale di asilo politico e hanno risolto il problema coniando questa formula per negare in modo meno crudo il diritto alla protezione

    Che poi, si scrive “riammessi”, ma si legge respinti!

    Respinti e spinti verso i fili spinati, verso l’inferno, verso la guerra, verso le mutilazioni, verso le percosse e le torture, verso le più inimmaginabili violenze sessuali. 

    Respinti e spinti verso la morte certa. La morte degli uomini sicuramente, ma anche dei Diritti Umani.

    E così i figli di un Dio minore, a -11°, in fila, con caviglie rotte, ossa spezzate, occhi scavati dalla paura, con teli di fortuna addosso che non riscaldavano, ma rallentavano soltanto i movimenti di un corpo logorato dai lunghi digiuni, invece di suscitare umana pietà, hanno solo prodotto il silenzio dell’Unione europea che non riesce proprio a cogliere, nonostante la storia insegni il contrario, la chiave strategica che i Balcani sono e rappresentano.

     Non isolamento, non espulsione, ma integrazione e sostegno occorrerebbero in questa delicatissima fase politica in cui l’immigrazione costituisce una delle maggiori sfide per l’Unione europea, la quale non può gestire una politica migratoria comunitaria ignorando le problematiche provenienti dai Balcani, provenienti dalla Bosnia.

    E quest’ultima, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, è davvero la Lampedusa terrestre dei Balcani.  

    Qui non ci sono barconi al largo del Mediterraneo avvistati dalle numerose Ong sparpagliate nel Mare Nostrum, ma fittissime foreste tempestate da mine anti-uomo, maledettissima eredità della dissoluzione dell’ex Jugoslavia degli anni Novanta. 

    La rotta balcanica pur essendo percorsa soprattutto da siriani, afghani, pakistani, iracheni, iraniani, sa essere silente. Forse perché nessuno vuole ascoltate il suo dolore. Forse perché gli occhi dei media sono puntati sugli sbarchi che avvengono lungo le coste mediterranee, e allora i flussi migratori nei Balcani e le azioni violente da parte della polizia qualche volta sfuggono. 

    Il CNDDU alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni sulla rotta balcanica intende denunciare gli abusi sui rifugiati, il mancato rispetto delle norme internazionali ed europee in materia di asilo politico e la violazione continua e perpetrata dei Diritti Umani. 

    La Convenzione di Ginevra del 1951, firmata da 144 Stati contraenti, afferma che:  “Nessun rifugiato può essere respinto verso un Paese in cui la propria vita o libertà potrebbero essere seriamente minacciate”. 

    Questa norma è ormai considerata di diritto internazionale consuetudinario. È opportuno che gli Stati cooperino per garantire che i diritti dei rifugiati siano rispettati e protetti.

    Dalla rotta balcanica arriva un grido disperato, un grido d’aiuto rivolto al mondo. 

    E il mondo appartiene a tutti anche a chi soffre e cerca aiuto ed è laggiù, in fondo al baratro. 

    E noi in questo baratro disumano vogliamo affacciarci per guardarci dentro e provare a raccontare cosa sta succedendo, per provare a bussare a tutte le porte, per far un rumore più forte dei loro passi senza forza, sotto la neve impietosa di gennaio, sotto lo sguardo privo di Umanità di chi l’Umanità la sta distruggendo.

     

    Prof.ssa Rosa Manco

    CNDDU

    Dal 1° gennaio al 4 aprile 2021

    Il Comitato AMUR, che riunisce i più importanti enti concertistici italiani della musica classica, ha realizzato insieme al fotografo Daniele Ratti - ideatore del progetto - un ciclo di concerti a porte chiuse dove musica e fotografia si incontrano con l’obiettivo di supportare i musicisti e ricreare una stagione 20/21 raccontata attraverso immagini e suoni.

    14 concerti, 14 teatri, 14 scatti sono i protagonisti di Silenzio in Sala a Tempo di Musica e diventano il contenuto di azioni mirate alla riattivazione dei territori e al turismo di prossimità.

     

    Segui i concerti sul sito www.comitatoamur.it

    La Commissione Europea ha inaugurato  un centro europeo di competenze volto a preservare e conservare il patrimonio culturale europeo. Il centro, che opererà per un periodo di 3 anni con un massimo di 3 milioni di euro a titolo del programma Orizzonte 2020, istituirà uno spazio digitale collaborativo per la conservazione del patrimonio culturale e darà accesso ad archivi di dati, metadati, norme e orientamenti. L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare in Italia coordina il gruppo di 19 beneficiari provenienti da 11 Stati membri dell’UE, dalla Svizzera e dalla Moldova.

    La Commissione ha inoltre avviato due progetti a sostegno dell’istruzione digitale, del valore massimo di 1 milione di euro ciascuno, sempre attraverso Orizzonte 2020. Il primo progetto, MenSI, si concentra sul tutoraggio per il miglioramento scolastico e durerà fino a febbraio 2023. MenSI mira a mobilitare 120 scuole in 6 Stati membri (Belgio, Cechia, Croazia, Italia, Ungheria, Portogallo) e nel Regno Unito per promuovere l’innovazione digitale, in particolare nelle scuole di piccole dimensioni o rurali e a vantaggio degli studenti socialmente svantaggiati.

    Il secondo progetto, iHub4Schools, durerà fino a giugno 2023 e accelererà l’innovazione digitale nelle scuole grazie alla creazione di poli regionali di innovazione e di un modello di tutoraggio. Vi parteciperanno 600 insegnanti di 75 scuole e i poli saranno istituiti in 5 paesi (Estonia, Lituania, Finlandia, Regno Unito, Georgia). Anche l’Italia e la Norvegia beneficeranno del sistema di tutoraggio.

    Articolo: agenziacomunica.net/

    Il Dipartimento per la Trasformazione Digitale incrementa l’impegno contro il gap di genere e nel 2020 “il 50% delle persone assunte” è donna. E’ il ministro dell’Innovazione tecnologica e della digitalizzazione, Paola Pisano a sottolinearlo.

    “Dal punto di vista della parità di genere l’Italia, secondo dati del World Economic Forum, si colloca al settantesimo posto su 140 Paesi. Nell’anno appena terminato, il Dipartimento per la Trasformazione Digitale ha messo in atto alcune azioni per contribuire a ridurre un divario che tuttora pesa nella nostra società” sottolinea la Pisano in post su Facebook.

    “Il 50 per cento delle persone assunte dal Dipartimento che ho l’onore di guidare è composto da donne che dispongono di competenze tecniche in sviluppo di servizi digitali, gestione e analisi di dati, tutela della privacy ed etica delle nuove tecnologie” sottolinea il ministro aggiungendo che “grazie al progetto Repubblica Digitale, realizzato per favorire l’educazione sulle tecnologie del futuro, abbiamo reso possibile che oltre 34mila donne, 12mila delle quali studentesse, frequentassero corsi su alcuni di questi argomenti: programmazione, robotica, elettronica, dati e intelligenza artificiale e comunicazione attraverso i social network”.

    “C’è ancora molto da fare per ottenere una vera parità di genere e garantire eque opportunità per tutti, donne e uomini. Per questo, all’interno del Piano operativo della Strategia per le competenze digitali, abbiamo inserito specifici interventi volti a formare 200mila donne tra i 15 e i 70 anni con un livello di istruzione non superiore alla licenza media inferiore”, prosegue il ministro nella nota.

    “La cultura digitale e le nuove tecnologie ci offrono l’opportunità di connettere talenti, condividere saperi, migliorare la qualità della nostra vita e della società. La nostra Costituzione, all’articolo 9, stabilisce che “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. L’articolo 35 prescrive anche che la Repubblica ‘cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori'”, chiosa Pisano.

    La responsabile del Dipartimento sottolinea inoltre che “l’articolo 37 stabilisce che ‘la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore’. Con le azioni compiute finora, ho ritenuto di dover perseguire questi obiettivi e di attenermi a questi principi”. Paola Pisano scandisce infine che “in una strada che resta ancora lunga, per favorire il benessere del nostro Paese e di ciascuna e ciascuno di noi è indispensabile proseguire il cammino”.

     

    Articolo:primaonline.it

    Il film tv 'Chiara Lubich - L'amore vince Tutto, trasmesso domenica sera, 3 gennaio, da Rai1, è stato il programma più seguito della prima serata tv, con 5.641.000 spettatori e il 23% di share.

    Al secondo posto, su Canale 5, 'Un Natale al Sud', con 2.959.000 spettatori e l'11.3% di share. Terzo piazzamento, su Italia 1, per i 'Guardiani della Galassia', con 1.575.000 spettatori e il 6.5% di share.

    Il film è dedicato alla fondatrice del Movimento dei Focolari (nel centenario della sua nascita), ed è stato prodotto dalla Eliseo Multimedia di Luca Barbareschi e Rai Fiction, diretto da Giacomo Campiotti e interpretato da Cristiana Capotondi. L'attrice ha dichiarato di essere stata felice di interpretare Chiara Lubich, una donna contraddistinta, dice, "dalla semplicità, è la semplicità, unita a un pizzico di follia. Il movimento dei Focolari comprende due milioni di persone in più di 180 Paesi del mondo e Chiara riusciva a parlare con tutti, faceva già quegli incontri che noi oggi facciamo online, anche se solo in maniera radiofonica, perché sapeva che c’era bisogno di condividere certi valori, In quest’epoca in cui abbiamo smesso di farci domande e non riusciamo nemmeno ad affrontare certe tematiche, la figura di Chiara Lubich interpretata laicamente è fondamentale».

     

    Articolo: avvenire.it

    Intesa Sanpaolo risponde al crescente bisogno di orientarsi più agevolmente nell’ampia offerta di servizi, mettendo a disposizione schede semplificate per i principali prodotti bancari dedicati a privati e famiglie. L’iniziativa, denominata Quick Start, vuole infatti essere un supporto di prima consultazione per farsi un’idea “in un colpo d’occhio”. Lo stimolo iniziale deriva dal dialogo con le principali Associazioni dei Consumatori, che si sono fatte portavoce delle richieste di semplificazione da parte dei loro iscritti.

    Per il gruppo – spiega una nota – si tratta di rafforzare ulteriormente le azioni di trasparenza e di educazione finanziaria nei confronti della clientela. Mutuo, prestito personale, fondo d’investimento sono le schede già realizzate. Lo schema, messo a punto nell’ambito del confronto con le Associazioni dei Consumatori, sarà via via replicato per le altre tipologie di prodotti bancari a maggiore diffusione. Nello spazio di un foglio, si presentano le principali caratteristiche del prodotto e le voci di costo.

    Come sottolinea una nota di DowJones, il linguaggio è chiaro, evita i termini tecnici, punta a un’informazione oggettiva e neutra. Chi legge trova inoltre alcuni pratici “alert”: a cosa prestare attenzione, quali sono i plus e quali i rischi. Il QR code rimanda infine al sito vetrina della Banca, con le descrizioni più ampie dei singoli prodotti. Le schede Quick Start sono disponibili presso i gestori della rete Intesa Sanpaolo e online sul sitowww.intesasanpaolo.com. Sono un primo supporto per orientarsi nell’offerta bancaria, per poi approfondire in filiale, al numero verde della banca, attraverso i fogli informativi, senza sostituire bensì affiancando i documenti di trasparenza previsti dalla Legge, sempre a disposizione della clientela.

    Come sottolinea Stefano Barrese, a capo della Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo: “Abbiamo investito molto in trasparenza, a cominciare dalla semplificazione del linguaggio nelle comunicazioni rivolte alla clientela. Il dialogo con le Associazioni dei Consumatori è uno stimolo per ulteriori passi avanti. Quest’ultima iniziativa nasce dalla constatazione pratica, in ogni settore, di quanto sia importante informarsi velocemente e in maniera corretta rispetto alle molte scelte che dobbiamo compiere. Pensiamo che uno strumento così snello, fruibile anche online, possa essere effettivamente d’aiuto ai clienti”.

     

    Articolo: primaonline.it

    Please publish modules in offcanvas position.

    We use cookies

    Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.