Da inizio novembre stiamo pubblicando alcune vignette di Stefano Disegni sul nostro portale Angelipress. Le vignette sono state realizzate per il programma televisivo in onda su Rai 2 la domenica "O anche no", condotto da Paola Severini Melograni, con tema l'inclusione, la solidarietà e la diversabilità. Qui la prima di una serie da tre tavole sul maestro Ezio Bosso. Proseguiremo nei prossimi giorni con altre tavole.

    Da inizio novembre stiamo pubblicando alcune vignette di Stefano Disegni sul nostro portale Angelipress. Le vignette sono state realizzate per il programma televisivo in onda su Rai 2 la domenica "O anche no", condotto da Paola Severini Melograni, con tema l'inclusione, la solidarietà e la diversabilità. Qui la terza di una serie da tre tavole su Chernobyl. Proseguiremo nei prossimi giorni con altre tavole.

    21 Novembre 2020 - 07:16

    Oceanbird, la nave a propulsione eolica

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    L’Oceanbird sarà la più grande nave a propulsione eolica, fabbricata in Svezia sarà pronta nel 2024. Si tratta di un gran passo in avanti del mondo della nautica, chiamato dall’Onu a tagliare le proprie emissioni di CO2 del 50% entro il 2050. La nave sarà formata da uno scafo con cinque vele alari telescopiche alte 80 metri composte in acciaio e altri materiali; e saranno in grado di ridurre la propria altezza in base alle condizioni meteorologiche e ruotare di 360°.

    Le emissioni saranno ridotte del 90% grazie alla possibilità di generare l’energia necessaria soprattutto dal vento. “Soluzioni come queste potrebbero aiutare la Svezia a dire addio ai carburanti fossili entro il 2045”, ha spiegato il Ministro delle finanze Per Bolund. Tuttavia, la velocità non sarà il suo forte, visto che potrà raggiungere massimo i 10 nodi rispetto ad una media di 17 nodi, ma resterà comunque una grande innovazione che porterà anche il mondo della nautica a contribuire nella lotta ai cambiamenti climatici.

    https://www.walleniusmarine.com/our-services/ship-design-newbuilding/ship-design/wind-powered-vessels/

    https://www.youtube.com/watch?v=w3j_pvNAOL4

    A cura di Simone Riga

    “Sul filo dell’acqua” di Sara Rattaro è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, il filo conduttore dell’acqua appassiona il lettore che si immerge, nel vero senso della parola, nelle storie degli otto personaggi e di una Genova che parla e incuriosisce. Le vite dei protagonisti si intrecciano come se si trattassero di numerosi affluenti che poi si incontrano nello stesso grande fiume. L’acqua è vita, morte e resurrezione.

    Viene raccontata una città e una terra che hanno spesso vissuto degli eventi catastrofici nella realtà dai quali però si è sempre rialzata con tanta forza e dignità, e l’acqua è presente, in ognuno di questi episodi, sottoforma di alluvioni, piene, inondazioni e mare. Le tragedie per le frane, gli smottamenti e quelle della torre piloti e il ponte Morandi. L’Italia delle città di mare, che si alimentano di questo elemento: l’acqua, che è al tempo stesso sua miglior amica e sua peggior nemica. Venezia come Genova, il Mose come le opere liguri, l’acqua che dà e l’acqua che toglie. All’incirca un anno fa La Serenissima veniva inghiottita dall’innalzamento del livello della laguna, celebre al mondo per la sua eleganza, come Genova e la Liguria poggiate su una terra altrettanto fragile, fatta di sublimi e affascinanti paesaggi che franava e mieteva vittime sotto la forza incessante dell’acqua.

    Preservare la bellezza costa caro e nella maggior parte delle volte si interviene quando il danno è ormai fatto, quando già si piange per la tragedia avvenuta. È la natura dell’uomo che spinge verso l’azione solo nel momento in cui ci si sente il pericolo addosso, ma è anche l’uomo stesso l’unico a poter determinare le sorti del proprio destino, benché la potenza della natura non lo superi. E forse è proprio questa la crepa di un Paese che non protegge le sue terre, che non cerca di scrivere il proprio destino, sennonché dopo che vede capitolare i suoi luoghi più preziosi e subisce inerme la grandezza e il lato brutale della natura.

    A cura di Simone Riga

    Il continente africano pagherà più pesantemente gli effetti dei cambiamenti climatici che porteranno, oltre che ad un innalzamento delle temperature, anche eventi estremi, perdita di raccolti e estinzione delle specie animali. E quello che emerge dallo studio di Greenpeace Africa, quale delinea una situazione grave nell’avvenire, con temperature che presumibilmente si alzeranno oltre quei due gradi che non si dovrebbe oltrepassare come stabilito dall’Accordo di Parigi; ma la realtà parla di un serio rischio che porterà la temperatura ad incrementare tra i 3 e i 6 gradi. Ciò provocherebbe disastrose conseguenze per la popolazione africana, che già ora sta soffrendo dei primi effetti dei cambiamenti climatici; si prevedono quindi ondate di migrazioni, morti, mancanza di acqua potabile e il crollo dell’economia agricola.

    “Nel Sahel il cambiamento climatico ha distrutto i nostri raccolti, le nostre case e le nostre famiglie, costringendole a una migrazione forzata. Ma l’Africa non è solo il palcoscenico in cui si verificheranno i peggiori impatti sul clima: è un continente di milioni di persone decise a fermare il cambiamento climatico, ad abbandonare i combustibili fossili, e a lottare per proteggere le nostre foreste e la nostra biodiversità dall’agricoltura industriale”, spiega Hindou Oumarou Ibrahim, direttrice dell’Associazione delle donne e dei popoli indigeni del Ciad (AFPAT). Il tema di cambiamenti climatici si intreccia con quello delle migrazioni, perché non basta che sia presente un conflitto affinché si parli di movimento di persone. Ma quando non ci sono più risorse, i raccolti vengono devastati da cataclismi, e viene meno la possibilità di un sostentamento, l’uomo lascia la propria casa per trovarne una dove spera possa continuare a vivere, perché il diritto alla vita è l’unica cosa che gli resta, e nessuno glielo dovrebbe proibire.

    https://www.greenpeace.org/static/planet4-africa-stateless/2020/11/b6e9a1fa-weathering-the-storm-extreme-weather-events-and-climate-change-in-africa-grl-trr-04-2020-high-res.pdf

    A cura di Simone Riga

    18 Novembre 2020 - 05:16

    Il nostro contributo alla deforestazione

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    Il nuovo report firmato Wwf ci mette in guardia in quanto al nostro consumo nel quotidiano di prodotti e generi alimentari che vanno a gravare sull’ambiente. Basti pensare che l’Unione europea è responsabile per il 10% della deforestazione globale per capire quanto ognuno di noi nel suo piccolo contribuisca a raggiungere questa percentuale. Per il consumo del caffè, che è ad esempio tra gli alimenti più consumati in Italia, si raccomanda l’acquisto di prodotti certificati, quali al momento risultano essere solo il 20% di quelli che troviamo sugli scaffali dei supermercati. Con la popolazione mondiale in rapida crescita, salirà conseguentemente anche la domanda del caffè e il rischio è che vengano intaccate delle aree boschive ancora vergini. L’Europa consuma il 33% del caffè mondiale, e la maggior parte di esso si coltiva al di fuori del Vecchio Continente, soprattutto nelle aree tropicali del Brasile, Colombia, Indonesia, Messico e Vietnam.

    La soia è un’altra delle maggiori cause della deforestazione come conseguenza della continua crescita del consumo di carni, essa si usa per il 97% nei mangimi animali. Il Brasile è in vetta alla classifica per la coltivazione di soia e un quinto delle importazioni di soia dell’Ue proviene dalle zone boschive dell’Amazzonia e Cerrado. L’Italia è al terzo posto per importazioni di farina di soia e provoca una deforestazione pari a circa 16mila ettari l’anno. Non tutti sono a conoscenza dell’intrigata questione della bresaola che può provenire da allevamenti di zebù del Brasile ma viene presentata come italiana. In quanto alle importazioni di origine animale, l’Ue ne riceve il 60% dal Brasile e il 25% dall’Indonesia, ma questi prodotti destinati all’export sono connessi direttamente alla deforestazione.

    Anche il pellame usato per fabbricare scarpe ed accessori contribuisce alla perdita di biodiversità mondiale. Il Brasile esporta ben l’80% delle pelli bovine che produce e l’Ue ne acquista 80.500 tonnellate; la maggior parte di queste sono riconducibili a deforestazioni illegali. Per questo l’organizzazione raccomanda l’acquisto da filiere trasparenti oppure forest-friendly. “Dobbiamo fermare il processo di distruzione delle foreste più preziose: oggi il 40% della foresta pluviale amazzonica ha già raggiunto il punto di non ritorno a causa di incendi e tagli incontrollati. La nostra responsabilità come consumatori è enorme e il percorso della certificazione di prodotti di largo consumo, così come la riduzione di alimenti dentro i quali si nasconde la deforestazione, a partire dalla carne bovina e dalla soia per mangimi, sono l’unica strada percorribile - ha dichiarato Isabella Pratesi, direttore conservazione di WWF Italia – Dentro al granellino di soia o al chicco di caffè si può celare un disastro ambientale. È bene prenderne coscienza subito, considerando che molte delle nostre malattie hanno origine dalla distruzione degli ecosistemi, in primis quelli forestali, e dalla gestione insostenibile delle risorse naturali”.

    Il Wwf ha messo in piedi la campagna #Together4Forests al fine di chiedere una normativa europea contro la deforestazione, si può semplicemente firmarla, per contribuire un minimo alla salvaguardia di aree preziose del Pianeta, a questo link https://www.wwf.it/togetherforforest/

    https://wwfit.awsassets.panda.org/downloads/commodities_last.pdf

    A cura di Simone Riga

    Da inizio novembre stiamo pubblicando alcune vignette di Stefano Disegni sul nostro portale Angelipress. Le vignette sono state realizzate per il programma televisivo in onda su Rai 2 la domenica "O anche no", condotto da Paola Severini Melograni, con tema l'inclusione, la solidarietà e la diversabilità. Qui la seconda di una serie da tre tavole su Chernobyl.

    15 Novembre 2020 - 16:11

    Sarà Joe Biden il paladino del Pianeta?

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    Con l’elezione di Joe Biden, come 46imo Presidente degli Stati Uniti d’America, il mondo recupererà un attore fondamentale, nonché il Paese che contribuisce per il 15% delle emissioni globali, per la lotta al cambiamento climatico. Infatti, tra i punti dei Democratici è presente il ritorno all’Accordo di Parigi del 2015, dal quale la precedente amministrazione guidata da Donald Trump aveva deciso di tirarsi fuori suscitando un gran clamore internazionale. In seguito, i continui tweet e affermazioni alquanto fuorvianti dell’ormai ex Presidente avevano fatto tutto il resto portando probabilmente una fetta del popolo americano, quello repubblicano, a perdere fiducia nella comunità scientifica. Quindi Biden sarà chiamato ad un compito assai arduo: non gli basterà solo ricollocare il Paese dentro l’Accordo di Parigi ma dovrà ritessere un tessuto sociale, dilaniato anche dalle disuguaglianze, in una America che al momento si presenta spaccata in due e che difficilmente, almeno nel breve periodo, remerà nella stessa direzione. Sarà questa l’effettiva sfida del nuovo Presidente prima ancora di passare ai fatti? Potranno gli statunitensi andare nella stessa direzione, perché va ricordato che il cambiamento deve venire prima di tutto da ogni singolo cittadino, dopo quattro anni di colpi ben assestati dal tycoon nello sminuire e semplicemente ridicolizzare le catastrofi già verificatesi e che si verificheranno nuovamente?

    Il programma dei Democratici, alquanto ambizioso, fa venire in mente una voglia di rincorrere il tempo perso negli ultimi anni con un piano di investimenti di 1,7mila miliardi di dollari. Una cifra tale che prima di scriverla bisogna capire se effettivamente esista. La strategia della neoamministrazione Biden prevede il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 con l’utilizzo del 100% di energia verde entro il 2035. Per quanto riguarda i combustibili fossili, tema centrale dell’emergenza climatica, il Presidente interromperà le concessioni per le unrestricted fracking (fratturazione idraulica) ma non chiuderà quelle attualmente in corso. Verranno interrotti i sussidi alle industrie del fossile e si punterà dritto sulle energie rinnovabili. Chiuderà l’oleodotto Keystone pipeline XL ma non si è espresso su quello del Dakota Access. Non vi saranno esplorazioni petrolifere in Alaska, come invece era presente nel piano di Trump, e quindi l’area dell’Arctic National Wildlife continuerà ad essere tutelata. Biden è favorevole al nucleare ma con un limite massimo della grandezza dei reattori. Verrà poi reintrodotto il divieto dell’uso della plastica monouso, precedentemente ritirato da Trump, e verranno inasprite le leggi antinquinamento. Verrà posto sotto tutela ambientale il 30% di terra e acqua per arginare le estinzioni delle specie animali. I suddetti investimenti genereranno dieci milioni nuovi posti di lavoro. Il piano di Biden risulta molto ardimentoso, l’ingente investimento sembra quanto meno inevitabile visto il ritardo con cui partono gli Usa per la lotta ai cambiamenti climatici, ma alcune zone restano grigie, una su tutte quella inerente alla validità del piano stesso, che come scrive l’EcoPost è ben distante dal Green New Deal richiesto dall’ala progressista del partito e dalle organizzazioni ambientaliste americane. Ci sarà sicuramente molto da recuperare e tanto da ricucire, e bisognerà vedere quanta forza sarà impiegata nel fronteggiare le lobby del fossile e nel centrare i risultati ai quali si mira. Senza ombra di dubbio non sarà una passeggiata di salute quella che dovrà affrontare Biden, altrimenti non lo vedremmo sotto queste vesti, ma sarà realmente lui il vero condottiero mondiale della battaglia climatica? Forse è ancora troppo presto per dirlo, benché ci si aspetti tanto in breve tempo, auspicando anche in un tempo più breve di quello effettivamente previsto, prima di tirare le somme.

    https://joebiden.com/climate-plan/

    https://democrats.org/where-we-stand/party-platform/combating-the-climate-crisis-and-pursuing-environmental-justice/

    https://lecopost.it/cambiamento-climatico/usa-electionday-chi-vincera-le-elezioni/

    A cura di Simone Riga

    Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore ha pubblicato l’annuale report Ecosistema Urbano sulle performance ambientali dei capoluoghi italiani. Gli indici sullo smog, trasporti, rifiuti e rete idrica risultano essere quelli che si muovono più lentamente. Le città più virtuose sono Trento, Mantova e Pordenone; mentre quelle con performance ambientali più basse sono Pescara, Palermo e Vibo Valentia. Per quanto riguarda le grandi città Milano ha ottenuto un ottimo punteggio, premiata anche con 17 best practices. Tuttavia, è emerso dallo studio “un’Italia a due velocità”: una più performante per le politiche incentrate sulla sostenibilità, dai trasporti all’energia verde e per la l’espansione di spazi destinati ai cittadini e alla natura; dall’altra parte c’è invece un Paese più lento ad incrementare le sue prestazioni, su tutte quelle legate allo smog, trasporti, raccolta differenziata e gestione idrica. “L’Europa – dichiara Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente – ha destinato al nostro Paese 209 miliardi di euro, una cifra molto importante che non potrà non riguardare le aree urbane, utili anche per il raggiungimento degli obiettivi Onu sullo sviluppo sostenibile al 2030. È qui infatti che si gioca una partita fondamentale per fronteggiare le tre crisi attuali – l’emergenza sanitaria, economica e climatica – e per vincere la sfida della modernizzazione del Paese”. Tra le grandi città Torino è salita all’80esima posizione della graduatoria, anche Bari sale 84esima; mentre Bologna e Venezia scendono rispettivamente alla 16esima e alla 27esima posizione. I grandi centri urbani non riescono a contenere le alte emissioni di smog e il numero di auto in circolazione, basti pensare che a Roma ci sono 62 auto ogni 100 abitanti, a Torino 64. La gestione della raccolta differenziata di Palermo è ferma al 19,2%. Invece a Bari quasi il 50% dell’acqua potabile immessa nella rete idrica va sprecata.

    https://www.legambiente.it/ecosistema-urbano/

    A cura di Simone Riga

    E di pochi giorni fa il comunicato rilasciato dal Ministero dell’Ambiente in merito ai controlli effettuati presso i comuni interessati dal passaggio del fiume Sarno. Le verifiche erano partite a seguito delle segnalazioni per lo stato di forte inquinamento del corso d’acqua, da sempre al centro dell’attenzione mediatica, e hanno portato i Carabinieri del Comando Gruppo per la Tutela Ambientale di Napoli, con il supporto dei Gruppi Carabinieri Forestali di Napoli, Salerno e Avellino, ad effettuare controlli presso le aziende della zona, alcuni mesi fa, e ora nei primi comuni, che in questo caso sono stati quelli di Angri, Sarno, Scafati, Poggiomarino, Striano e Santa Maria La Carità. Molti di questi sono risultati privi di collettamento agli impianti di depurazione esistenti o addirittura privi di una propria rete fognaria e ciò porta gli scarichi direttamente nel fiume senza che ci siano stati in precedenza dei trattamenti delle acque reflue. Infatti, dalle analisi effettuate dall’Arpa Campania è emersa una concentrazione elevata di batteri, tra cui l’Escherichia Coli.

    La storia del fiume Sarno e dei suoi affluenti sembra non aver mai fine, dal 1973 in poi sono stati stanziati talmente tanti fondi che si è raggiunta la cifra folle di oltre un miliardo di euro, scrive l’Espresso, che sarebbero serviti alla bonifica del fiume e alla costruzione di depuratori e di una rete fognaria ma alla fine poco si è fatto, e di dove siano finiti i soldi si sa ben poco. “In ordine al contributo fornito all’inquinamento dai reflui urbani, la commissione ha verificato che in media i Comuni del bacino dispongono di allacciamenti fognari per circa il 30 per cento delle relative popolazioni”, affermava nel 2006 la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fiume Sarno. La situazione si fa molto più intricata quando poi si vede che il Sarno è tra i corsi più brevi d’Europa, solo 24 chilometri di percorrenza, dal Golfo di Napoli alle sue cinque sorgenti ai piedi dei monti Picentini, ma attraversa un’area industrializzata e tantissimi comuni e che contano una popolazione totale di quasi un milione di abitanti. Allora qui vengono fuori anche pozzi illegali e l’eccessivo pompaggio, “Nel 2004 le amministrazioni provinciali censirono 6.334 pozzi, la maggioranza dei quali privati - scrive la commissione parlamentare d’inchiesta - Un calcolo ragionato, in assenza di un censimento aggiornato, peraltro difficilissimo da eseguire per l’elevato abusivismo, fa ascendere a qualcosa come diecimila e più i pozzi di vario tipo esistenti nella piana sarnese... Un quantitativo dalla connotazione allucinante”. L’ultimo tassello in ordine cronologico risale al 2012 quando a quasi completamento di un ramo del collettore emersero delle sorprese in fase di collaudo. “Furono evidenziate nelle tubazioni posate gravi criticità che ne rendevano impossibile la messa in funzione: la condotta presentava tratti in contropendenza, in alcuni punti si presentava ovalizzata e in altri penetrava in pressione acqua di falda”, affermava il magistrato Gemma Tramonte. Chi c’è stato sempre in questi decenni di lotte e denunce per le condizioni del fiume Sarno è stata Legambiente che nell’estate del 2019 ha raccolto 17 campioni di acqua lungo l’intero bacino del fiume e dalle analisi è emerso che oltre il 70% dei prelievi non raggiungeva la soglia di qualità sufficiente. Sono loro che protestano e si battono per quello che è attualmente il fiume più inquinato d’Europa.

    Per chi fosse interessato a salvaguardare il fiume Sarno lo può votare nei “luoghi italiani da non dimenticare” del FAI al seguente link: https://www.fondoambiente.it/luoghi/fiume-sarno?ldc

    https://www.minambiente.it/comunicati/inquinamento-fiume-sarno-carabinieri-del-noe-e-forestali-di-napoli-salerno-e-avellino

    https://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2020/07/14/news/sarno-fiume-inquinato-1.350822

    https://legambiente.campania.it/2020/01/30/il-fiume-sarno-ancora-in-forte-sofferenza/

    A cura di Simone Riga

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