Da martedì 3 novembre pubblicheremo alcune vignette di Stefano Disegni sul nostro portale Angelipress. Le vignette sono state realizzate per il programma televisivo in onda su Rai 2 la domenica "O anche no", condotto da Paola Severini Melograni, con tema l'inclusione, la solidarietà e la diversabilità. Qui la prima di una serie da tre tavole su Chernobyl.

    L’Oceano Indiano è oggetto di una pesca non regolamentata che potrebbe mettere a dura prova la fauna marina attualmente presente, oltre il 14% delle catture di specie marittime su scala mondiale avvengono in questa area e il 30% degli stock verificati nella regione hanno superato il limite entro il quale si può parlare di pesca sostenibile. Questo, e altro ancora, è emerso nel rapporto del Wwf che ha preso in analisi alcuni dati raccolti: ad esempio in una determinata zona l’attività ittica incontrollata di calamari è salita dell’830% negli ultimi cinque anni, e altre specie, come gli squali, invece non hanno una regolamentazione che li protegga dalla cattura non regolamentata e finiscono così alla mercé di tutti i pescherecci.

    Il quadro legislativo inerente alla pesca in alto mare nell’Oceano Indiano è lacunoso, alcune aree sono scoperte da leggi e delle specie sono fuori dal quadro normativo come detto in precedenza. Molti dei prodotti ittici che provengono dalla pesca non regolamentata vengono poi rivenduti sui mercati chiave, tra i quali è presente anche l’Europa. Duncan Copeland, Direttore Esecutivo di TMT, ha dichiarato: “Le lacune normative in alto mare dell'Oceano Indiano non sono passate inosservate alle flotte pescherecce internazionali. Poiché la domanda globale di prodotti ittici continua a crescere, è imperativo che queste lacune vadano colmate, altrimenti ci troveremo di fronte alla destabilizzazione sia degli ecosistemi marini che delle risorse marine da cui molte persone dipendono per il reddito e la sicurezza alimentare”. Il mercato ittico è infatti una grossa fonte di sostentamento nella regione e genera un vorticoso giro di denaro, ma quando si oltrepassa un certo limite di pescato, e non si concede quindi quel lasso di tempo che serve alla fauna per riprodursi, si rischia di inceppare l’intero ecosistema, e questo è inevitabile. L’Unione europea nel 2017 ha importato seppie e calamari provenienti soprattutto dalla pesca nell’Oceano Indiano per un valore di 25,3 miliardi di euro. Ma la pesca incontrollata di calamari rischia di bloccare la catena alimentare considerando che questa specie svolge un ruolo cruciale poiché è fonte di nutrizione per i tonni, e quest’ultimi lo sono a loro volta per gli squali. I tonni catturati nella regione rappresentano il 20% della domanda globale con un valore che si attesta ad oltre 6,5 miliardi di dollari all’anno.

    Nel report il Wwf chiede che vengano eliminati questi vuoti legislativi presenti in alto mare da parte degli stati che operano nella regione, come ad esempio la Cina, la cui bandiera sventola sulla maggior parte dei pescherecci attivi nelle zone non regolamentate. Anche all’Ue si chiede, quale soggetto economico chiave per il mercato ittico asiatico, di prendere una posizione che spinga per una regolamentazione di queste aree dell’Oceano Indiano. Specie come gli uccelli marini, tartarughe, delfini, balene, squali, e crostacei non hanno misure che fissino un tetto massimo alla loro cattura in alto mare. Ben 105 specie di squali sono in pericolo o a rischio estinzione per via della pesca intensiva del tonno e non esiste né un monitoraggio né tantomeno un sistema di protezione per loro.

    https://www.wwf.eu/?uNewsID=1013641

    A cura di Simone Riga

    Oggi parliamo di idee, di idee rivoluzionarie che si tramutano in realtà, in delle realtà che animano speranza e che soprattutto entrano in soccorso a tutti. Una spugna è l’innovazione lanciata da Alessandro Taini, fondatore nel 2015 della startup Test1; questa spugna è in grado di assorbire oli che per un motivo o per un altro finiscono nei nostri mari. L’intuizione viene da lontano, dagli anni ’70, quando un amico del padre di Taini progettava, nel suo periodo di lavoro come chimico per la Montedison, una spugna in grado di assorbire il petrolio, ma il progetto non venne in seguito sviluppato. Erano altri tempi, si veniva dal ’68, dai movimenti per i diritti umani e per la salvaguardia del Pianeta; e in un certo verso, seppur con un differente panorama, si stanno riproponendo in questo periodo storico attraverso dei nuovi movimenti come Black Lives Matter e Fridays For Future, ovvero dei movimenti animati dalla stessa voglia di cambiamento culturale che era presente allora. In questo contesto si afferma l’idea rivoluzionaria di Taini, al quale forse è stato passato il testimone di quegli anni ’70, un testimone che ha visto la sua piena realizzazione nei giorni nostri.

    La spugna si chiama FoamFlex200: è economica, ha una rapida efficacia ed è stata già impiegata nel disastro ambientale verificatosi alle Canarie nel 2018; grazie al suo utilizzo sono stati recuperati nel giro di pochi giorni oltre il 50% dei liquidi tossici sversati nel porto di Gran Tajal. “Abbiamo deciso di riadattare l’idea della spugna, utilizzando materiali conformi alle leggi attuali – spiega Taini – abbiamo realizzato così diverse versioni di una schiuma poliuretanica a celle aperte in grado di assorbire oli, nafta e gasolio fino a decine di volte il proprio peso: un kg di spugna può assorbire 6 tonnellate di idrocarburi. È oleofila e idrofoba al 95%, quindi assorbe gli oli ma non l’acqua, e può essere strizzata e riutilizzata fino a 200 volte. A differenza dei panni, non crea rifiuti, e l’olio recuperato può essere mandato in raffineria”.

    La FoamFlex200 è stata chiamata ad intervenire anche per una fuoriuscita di petrolio avvenuta sul lago di Garda, i Vigili del fuoco hanno così potuto impiegare la spugna nelle operazioni di ripristino delle acque grazie alla collaborazione sorta con la startup bresciana. “I Vigli del fuoco hanno utilizzato il nostro prodotto e da quel momento hanno richiesto una fornitura di spugne abbinate a kit per tombini, utili a evitare che liquidi pericolosi vadano a inquinare la rete idrica”, racconta Taini. Ma le idee innovative di Test1 non si fermano qui: è infatti in via di sviluppo anche la costruzione di un drone marittimo comandato da remoto che sarà in grado di effettuare le attività di pulizia attualmente condotte dall’uomo. Idee come queste danno un pizzico in più di speranza, in un mondo che preferisce più curare che prevenire le emergenze, perché forse senza la presenza di persone come Taini che mettono a disposizione dell’umanità, e soprattutto a disposizione del Pianeta, le loro competenze, staremmo a parlare solo di disastri irrimediabili. E mai come ora la Terra sta invocando la mano dell’uomo, a patto che si tratti di quella giusta.

    A cura di Simone Riga

    04 Novembre 2020 - 07:11

    Una vignetta di Stefano Disegni

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    Da ieri, martedì 3 novembre, pubblicheremo alcune vignette di Stefano Disegni. Le vignette sono state realizzate per il programma televisivo in onda su Rai 2 la domenica "O anche no", condotto da Paola Severini Melograni, con tema l'inclusione, la solidarietà e la diversabilità.

    Il rapporto pubblicato da World Resources Institute (WRI) e dalla Amazon Network of Georeferenced Socio-Environmental Information (RAISG) ha evidenziato come sia estremamente negativo l’impatto delle estrazioni minerarie nelle zone abitate dagli indigeni nella foresta amazzonica; oltre un quinto del loro territorio è invaso da concessioni minerarie e attività d’estrazione illegali.

    Quasi 1,5 milioni di indigeni vivono in queste terre e circa 445mila chilometri quadrati di territorio sono sovrastati dalle estrazioni. “Le terre indigene con attività mineraria hanno mostrato un tasso più elevato di perdita di foreste nel periodo di 15 anni, dal 2000 al 2015, rispetto alle terre indigene che non sono direttamente interessate dall'attività mineraria”, ha affermato Peter Veit, direttore dell'iniziativa terra e risorse del WRI. Il tasso di deforestazione è stato più alto laddove erano presenti attività minerarie: Bolivia, Ecuador e Perù tre volte superiore rispetto alle zone dove non ci sono operazioni minerarie; mentre, da una a due volte superiore in Venezuela e Colombia. Oltretutto il rapporto afferma che con l’avvento della pandemia, il conseguente ritiro delle forze armate e la crescita del prezzo dell’oro, le attività d’estrazione illegali sono aumentate. “Sotto la protezione della pandemia COVID-19 è andata peggiorando”, ha detto Michael McGarrell, un rappresentante dell'Associazione popolare amerindia in Guyana. Le comunità indigene non sono contrarie all’estrazione mineraria, che ritengono una risorsa, a patto che questa avvenga responsabilmente preservando la salute dell’ambiente.

    https://www.reuters.com/article/us-latam-indigenous/amazon-mining-overlaps-20-of-indigenous-land-worsening-deforestation-report-idUSKBN26S2LE

    A cura di Simone Riga

    03 Novembre 2020 - 07:00

    Una vignetta di Stefano Disegni

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    Da oggi, martedì 3 novembre, pubblicheremo alcune vignette di Stefano Disegni. Le vignette sono state realizzate per il programma televisivo in onda su Rai 2 la domenica "O anche no", condotto da Paola Severini Melograni, con tema l'inclusione, la solidarietà e la diversabilità.

    L’iniziativa presentata in occasione di Ecomondo 2020 darà il via a una piattaforma online con la quale anche enti e università potranno condividere l’utilizzo di laboratori di ricerca e strumentazioni avanzate 

    ACEA ed ENEA, in occasione di Ecomondo 2020, la fiera della Green Economy di Rimini che quest’anno si svolgerà in modalità digitale, avviano LabSharing, il progetto volto a mettere in comune laboratori, tecnologie e know how per favorire la ricerca e il monitoraggio in campo ambientale con un approccio aperto al mondo dell’innovazione e della sostenibilità. Grazie a questa iniziativa, attraverso una piattaforma online dedicata, sarà possibile anche per soggetti terzi richiedere l’utilizzo di strutture d’eccellenza e supporto scientifico nel campo dei controlli ambientali di elevata complessità. Le analisi riguarderanno soprattutto stato e qualità di acqua, aria, suolo ed ecosistemi, oltre a misurazioni di indicatori e pressioni ambientali associate a scarichi, rifiuti, siti contaminati ed emissioni. Labsharing è nata dall’iniziativa “Acea Open Asset”, volta allo sviluppo delle attività di Open Innovation dell’azienda.

    L’accordo fra ACEA - multiutility attiva nella gestione e nello sviluppo di reti e servizi nei business dell’acqua, dell’energia, dell’ambiente e primo operatore idrico nazionale - ed ENEA – l’Agenzia nazionale di riferimento per lo sviluppo economico sostenibile - darà vita ad un polo scientifico e tecnologico per attività di monitoraggio e salvaguardia dell’ambiente. Tutto ciò con l’obiettivo di raccogliere anche l’interesse degli Enti di Ricerca e delle Università, offrendo un accesso semplice e diffuso alle migliori tecnologie di analisi, tramite una sinergia fra strumentazioni di eccellenza, esperienze e know how, quali quelle di Acea Elabori di Grottarossa a Roma e i laboratori di ENEA dislocati sul territorio nazionale.

    LabSharing è il risultato della collaborazione tra ENEA ed ACEA iniziata nel 2019, volta a valorizzare i rispettivi asset condividendoli con l’ecosistema esterno. Con questa iniziativa ACEA consolida il proprio ruolo di catalizzatore dei processi di open innovation e sviluppo tecnologico. Questo progetto, che l’Azienda lancia insieme ad un partner come ENEA, leader in campo scientifico, ha l’obiettivo di mettere a fattor comune expertise di alto livello, per facilitare e supportare la ricerca e la salvaguardia dell’ambiente.

    02 Novembre 2020 - 09:57

    Pesticidi, dal 2021 stop al mancozeb

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    L’EU Standing Committee on Plants, Animals, Food and Feed (SCoPAFF) ha approvato con una votazione a maggioranza qualificata il divieto all’uso del mancozeb, ossia il principio attivo alla base dei pesticidi fungicidi tra i più diffusi in Europa. La messa al bando entrerà in vigore dal 2021. Da diverse ricerche effettuate sulle proprietà era emersa la similarità del mancozeb a quella di un interferente endocrino, causa di alterazioni del sistema endocrino, e, oltretutto, era legato al manifestarsi di problemi neurologici come il morbo di Parkinson. Diverse agenzie dell’Ue avevano già allertato riguardo la tossicità del mancozeb, ad esempio l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) identificò questa sostanza come dannosa per il sistema riproduttivo; mentre l’Autorità europea per la sicurezza alimentare la inserì in sei categorie di rischio. Il capitolo è finalmente concluso, dopo un lungo ed estenuante confronto tra il Parlamento europeo, da sempre propenso a vietare il mancozeb, e i singoli ministri dell’agricoltura degli stati membri che erano invece contrari al bando dell’interferente endocrino. Dall’altra parte, la Commissione europea decise di non prendere posizione, e la decisione finale slittò di continuo, nonostante le inconfutabili prove scientifiche che riferivano della pericolosità della sostanza. Ora si può dire che tutto è finito, ma ogni tanto sarebbe meglio prendere delle posizioni, soprattutto quando c’è di mezzo la salute di tante persone.

    https://www.endseurope.com/article/1698217/eu-governments-agree-ban-pesticide-mancozeb-next-year

    A cura di Simone Riga

    Lo scorso 21 ottobre il Gruppo FS e Snam hanno firmato un Memorandum of Understanding che comporterà uno studio tecnico-economico per un’ipotetica introduzione di treni ad idrogeno sulla rete ferroviaria del paese. “Continuiamo a innovare e sviluppare soluzioni di mobilità sicure ed ecologiche che consentiranno alle nuove generazioni di vivere in un Paese più sostenibile e competitivo, secondo un modello che pone sempre di più le persone al centro. I trasporti ferroviari a idrogeno rappresentano in questo senso una fondamentale innovazione in grado di rendere più ecologici i viaggi di passeggeri e merci sulle residue tratte ferroviarie non ancora elettrificate”, ha sottolineato Gianfranco Battisti, Amministratore Delegato e Direttore Generale del Gruppo FS Italiane.

    Al centro dello studio delle due aziende vi sarà la realizzazione di alcuni progetti che portino alla sostituzione dei combustibili fossili, attualmente impiegati in parte del trasporto, con l’idrogeno che contribuirebbe ad una mobilità sostenibile. Al momento in Italia ci sono 4.763 chilometri di linee diesel, ovvero il 28% del totale. FS dovrebbe investire 1,4 miliardi di euro nei prossimi cinque anni per l’elettrificazione di altri 670 chilometri di linee e un’ipotetica soluzione con Snam sarebbe di ulteriore sostegno in quest’ottica. Si tratta di un passo in avanti nel processo di completa elettrificazione del trasporto ferroviario, in attesa di possibili alternative, anche se i tempi sembrerebbero un tantino dilatati; con un rapido calcolo, qualora il ritmo di riconversione restasse inalterato, bisognerà aspettare almeno altri 35 anni circa per la sostituzione delle linee diesel. Di certo quello che si chiede con insistenza dagli esperti e da gran parte della comunità internazionale è rapidità. Una rapidità di azione che stenta ancora ad arrivare nella pratica, ma si ferma a parole che servono ancora a ben poco.

    https://www.fsitaliane.it/content/fsitaliane/it/media/comunicati-stampa/2020/10/21/fs-italiane-e-snam--al-via-collaborazione-per-promuovere-lo-stud.html

    https://www.rinnovabili.it/mobilita/veicoli-ecologici/treni-a-idrogeno-italia-fs-italiane-snam/

    A cura di Simone Riga

    La nave Nabarima, ferma per un guasto da oltre 20 mesi nel Golfo di Paria, potrebbe ribaltarsi, e qualora si verificasse una catastrofe del genere 300 milioni di litri di petrolio finirebbero in mare, ovvero il suo intero carico. Sono state pubblicate di recente delle immagini che mostrano la nave che pende pericolosamente su un fianco; nel caso i barili si rovesciassero i danni all’ecosistema sarebbero inimmaginabili. La nave di stoccaggio e trasbordo è gestita dalla compagnia Petrosucre, una joint venture tra la compagnia petrolifera statale venezuelana Petroleos de Venezuela (Pdvsa) e la compagnia italiana Eni, quale detiene una quota del 26%.

    Al centro della storia ci sono anche gli Stati Uniti, nella fattispecie il Dipartimento di Stato con a capo Mike Pompeo che ha imposto delle sanzioni salatissime ai danni della compagnia venezuelana, e questa situazione di stallo impedisce un’azione concreta per mettere in sicurezza il carico della nave; da un lato la Pdvsa non dispone di un’imbarcazione adibita al trasbordo del gregge, mentre dall’altra parte, a causa delle sanzioni Usa non è consentito l’intervento, quindi l’avvicinamento, di navi battenti bandiera straniera alla Nabarima. In caso lo sversamento si verificasse si tratterebbe del peggior disastro petrolifero della storia, superiore a quello avvenuto nel lontano 1989 in Alaska dove la Exxon Valdez rilasciò 40,9 milioni di litri di petrolio. Al momento tale situazione sta seriamente preoccupando le associazioni ambientaliste, come la Trinidad and Tobago Fishermen and friends of the sea (Ffos) che spiega “nelle nostre fotografie, scattate il 16 ottobre c’è un’enorme macchia di ruggine sul lato sinistro dello scafo della nave, che non è evidente nelle immagini inviateci dal nostro contatto venezuelano il 19 ottobre”.

    https://www.newsweek.com/oil-tanker-nabarima-caribbean-1540082

    https://www.facebook.com/FFOSTT/

    A cura di Simone Riga

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