04 Marzo 2021 - 18:49

    Il saggista Davide D’Alessandro scrive di Byung-Chul e Umberto Piersanti

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    Sul blog dell’Huffington Post il saggista Davide D’Alessandro scrive a proposito del nuovo saggio di Byung-Chul “La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite”, un libro che parla di come il mondo contemporaneo sia terrorizzato dalla sofferenza. La paura del dolore è così pervasiva e diffusa da spingerci a rinunciare persino alla libertà pur di non doverlo affrontare. Il rischio, secondo Han, è chiuderci in una rassicurante finta sicurezza che si trasforma in una gabbia, perché è solo attraverso il dolore che ci si apre al mondo. E l’attuale pandemia, argomenta il filosofo tedesco-coreano, con la cautela di cui ha ammantato le nostre vite, è sintomo di una condizione che la precede: il rifiuto collettivo della nostra fragilità. Una rimozione che dobbiamo imparare a superare. Attingendo ai grandi del pensiero del Novecento, Han ci costringe, con questo saggio cristallino e tagliente come una scheggia di vetro, a mettere in discussione le nostre certezze. E nel farlo ci consegna nuovi e più efficaci strumenti per leggere la realtà e la società che ci circondano.

    D’Alessandro cita Borgna, Sbarbaro e infineil nostro editorialista Umberto Piersanti, «poeta d’Urbino, padre di Jacopo, figlio autistico che il 29 marzo compirà trentacinque anni. […] Jacopo, per dirla con Carl Delacato, è lo straniero dell’ultima frontiera, è il sorriso a strappi di un adulto che non sa. Nuota Jacopo, corre Jacopo. La sua vista non ha limiti. Il suo orizzonte è senza tempo, a lui che ha il dolore annidato dentro, è risparmiata almeno la cognizione del tempo, il dolore del tempo. Scrive il padre, oggi ottantenne, “il tempo ch’è passato / lo misuri dall’occhio che ti lacrima / e non sai / e il cuore ti trema se l’aspetti / ti tremano le mani / se la spogli”, il padre che conobbe la prima forma di dolore da bambino, il giorno in cui tornò a casa con un due in matematica. Lo stesso dolore lo rividi sul volto di mio figlio al secondo compito di matematica: “Papà, mi ha messo un altro quattro”. Nessuno come Piersanti mi ha consegnato l’immagine del graticcio per dire della humana conditio, del nostro limite, della nostra precarietà. Ma c’è Jacopo a ricordarcelo in ogni istante, a noi sazi di tutto e felici di niente, “ma ti debbo Jacopo ritrovare / così m’alzo / brancolo nella nebbia / ti cerco ancora”. Jacopo è la misura del nostro dolore. Portarlo nella mente e nel cuore, tenerlo accanto a noi, a noi che non è dato inseguirlo sul lungomare di Porto Sant’Elpidio, aiuta. È quel dolore che ci salva dal non averlo. Sapere di quel dolore. Il dolore di una vita in attesa della fine. Del dolore e della vita».

    Per leggere l'articolo completo: https://www.huffingtonpost.it/entry/covid-e-morte-quanto-dolore-possiamo-accettare_it_6040e317c5b6d7794ae47992

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