11 Aprile 2021 - 05:00

    La frontiera e il confine, luoghi dell’identità. Un nuovo evento del Festival della Psicologia,

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    Venerdì prossimo ci sarà un nuovo appuntamento con il Festival della Psicologia, quest’anno in versione online e con un palinsesto di incontri tematici che spaziano da approfondimenti di argomenti di attualità a pillole di psicologia pret-a-porter.

    Venerdì 16, alle 20.30, vi aspettiamo all’evento “La frontiera e il confine - perché sono gli americani (e non gli europei) ad andare su Marte?”, con il giornalista Francesco Costa e lo psicanalista junghiano Stefano Carta, intervistati in un salotto virtuale da Federica Mazzeo.

    Perché parliamo di frontiere e confini? Perché partiamo dall’ipotesi che i modi di affrontare le grandi sfide della contemporaneità - dalle strategie di gestione della salute all’utilizzo del denaro pubblico, dagli indicatori di successo sociale alle risposte ai fenomeni migratori - siano potentemente condizionati da alcuni sottostanti miti culturali, che muovono la psiche collettiva dei popoli e definiscono ciò che è un valore e ciò che non lo è.

    La frontiera e il confine sono allora più che metafore di relazione con quello che è altro. Confrontarsi con la sfida di uno spazio inabitato e selvaggio, come per gli americani, piuttosto che con la necessità di negoziare costantemente la propria presenza con chi è vicino, come per gli europei, fonda e sostanzia un modo di considerare l’identità, sia come individuo che come collettività.

    Il confine è, tra l’altro, uno dei concetti cardine della psicologia. Sul piano dello sviluppo del sé, l’infant research ha dimostrato negli anni che la definizione dell’identità passa attraverso la progressiva differenziazione dall’altro. Il rapporto con la madre, inizialmente simbiotico e indifferenziato, attraverso gli scambi relazionali che avvengono all’interno della diade madre-figlio, consente al bambino di creare progressivamente l’esperienza della separatezza e quindi dell’individualità. Senza interruzione, senza frattura, senza distinzione, senza diversità, il senso di identità non può strutturarsi. Il “non-me” è quindi passaggio essenziale per il riconoscimento del “me”. 

    Perdere l’unità originaria è un evento luttuoso sul piano intrapsichico, significa rinunciare a un luogo di perfezione e quiete assoluti, di mancanza totale di conflitto. Ma è prerogativa necessaria per la crescita. 

    Questo si estende, sul piano del comportamento, all’importanza educativa di creare confini al senso di onnipotenza del bambino. E, come dice Freud, dare un limite al principio di piacere consente di fare esperienza del principio di realtà e di scardinare posizioni psichiche nevrotiche. Così, sul piano sociale, si baratta la propria fantasia di onnipotenza (che ha tuttavia come ombra angosciante una sconfinata solitudine) con la vita sociale, basata su quell’insieme di regole e norme, scritte ed implicite, che rendono un gruppo di individui “riconoscibile”, definito. C’è una bellissima scena del film Il petroliere, con Daniel Day-Lewis, in cui per pochi istanti il protagonista sperimenta l’abisso di essere senza radici, senza affetti, senza una complementarietà di relazione: potente, senza rivali e completamente perduto.

    La consapevolezza delle proprie radici consente di restare ancorati a terra, metaforicamente ci posiziona in una storia, in un senso di continuità della vita: questo vale per la propria vita individuale così come per la vita collettiva, la vita del gruppo sociale a cui apparteniamo. L’Europa, a differenza dell’America, ha una storia molto antica. Ha un passato che funge da ancora per strutturare l’identità sociale, così come da freno per l’attitudine ad esplorare la novità. Usando concetti junghiani, potremmo dire che l’Europa si riconosce più compiutamente nell’archetipo del Senex, il vecchio saggio e saturnino, mentre all’America appartiene maggiormente l’archetipo del Puer, il fanciullo che vive il presente, nella sua enorme disponibilità di risorse. 

    Milan Kundera diceva che la nostalgia è un sentimento molto europeo: c’è sempre un passato remoto da rimpiangere e ricordare. La Wyckoff Farmhouse, l’edificio più antico di New York, è stato costruito nel 1652. 

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