14 Giugno 2020 - 05:33

    Le poesie sopravvivono a tutto, i poeti non muoiono mai

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    Per i vent'anni dalla morte di Attilio Bertolucci (14 giugno 2000) vi proponiamo un contributo prezioso e quasi inedito. Questo è il testo del dialogo tra il Poeta e il nostro direttore, Paola Severini Melograni, realizzato nel 1995. 

     

    Paola Severini: Ha ancora senso oggi parlare di ragioni della poesia?

    Attilio Bertolucci: Sì, sempre. A questo proposito, volevo ricordare che, in un'altra occasione di poesia, una prima liceo sperimentale molto sveglia, mi ha fatto questa domanda “Come fa ancora a scrivere poesia quando Adorno, il filosofo, ha detto che dopo Hiroshima e Nagasaki non si può più scrivere poesia?”. Allora io, che al solito non do mai delle risposte teoriche, ho raccontato questo fatterello: nel 1348 c’era a Parma Francesco Petrarca, Diacono del  Vescovado, non era niente. Gli davano come uno stipendio, non ci andava quasi mai, questo è molto divertente. C’era una nota in latino che diceva “quasi sempre assente, inutile”. Comunque, nel ‘48 come tutti ricordano c'è stata una peste che per cui è morta mezza Europa, vedi  il Decamerone, ed è morta  Laura, lui ha avuto la notizia della morte di Laura. Mi immagino che aveva un bel quadernone come quelli che uso io e in una pagina bianca dove prima c'era scritto “In vita di Madonna Laura” in un'altra c'era scritto “In morte di Madonna Laura”, ed erano le poesie più belle che avesse mai  scritto. Quindi le poesie sopravvivono alle guerre, alle pestilenze,  a tutto. 

    Paola Severini: Anche alla televisione?

    Attilio Bertolucci: Anche alla televisione, credo. Anzi, deve avere la forza di domare la televisione e di renderla una sua  ancella. 

    Paola Severini:  Adesso il nostro Maestro ci leggerà un “frammento escluso” del romanzo La camera da letto.

    E’ quasi un’altra estate ormai, è già il tempo dei primi papaveri
    Cui non si vuole credere,  avanguardia a vita impudente, sul passo dei bambini
    Che tornando da scuola pomeriggi  sonnolenti e crescono in un quieto letargo
    Soffregando  sulle palpebre  i petali del fiore che si dice addormenti  per un magia delle polvere nera che macchia la sua carne tenera.
    Non dura la pietà per gli steli lunghi, sottili e ruvidi rimasti inutili fra le mani tinte
    Il dispiacere per le rive alte dei fossi spogli e orli dei cari emblemi.
    Anche il più scontroso della flotta sul punto di disperdersi
    Conosce poiché ha l’esperienza dei sette anni, la natura materna delle notti sempre più calde
    E mi sa che domani, la pianura avrà risanato interamente queste ferite
    E fiammeggerà un esercito  dilagante fino a stancare gli occhi svegli su un’altra giornata serena.

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