25 dicembre 1942, una poesia del nostro Editorialista Umberto Piersanti Foto: Paola Castagna

    25 dicembre 1942, una poesia del nostro Editorialista Umberto Piersanti

    Vi proponiamo la poesia del nostro caro editorialista Umberto Piersanti scritta a dicembre 2017. 

     

    25 dicembre del ‘42,

    un giorno,

    un giorno a caso

    della vita,

    il tempo ch’è passato 

    lo misuri 

    dalla memoria che 

    a quell’ora non giunge,

    e non c’è chi interroghi 

    e racconti,

    solo nelle memorie

    ora esistete,

    ombre a me sacre,

    sacre e infinite 

    dinnanzi agli occhi mesti 

    ma così spesse

    e vere, 

    così tenaci,

    molto, molto più folte

    siete

    di chi è rimasto 

    magari per un premio 

    o una licenza 

    è tornato il padre 

    da quei monti 

    dove i ribelli 

    nascosti tra i massi

    sparano sui soldati 

    che lenti avanzano,

    la madre non prepara

    i cappelletti,

    è un Natale povero,

    di guerra, 

    ma stende sulla madia 

    i tagliolini,

    il brodo è tutto caldo,

    grande e calda la stufa

    con quel tubo

    che per il muro sale, 

    smisurato,  

    e calde le sorelle

    accovacciate 

    cerchiano d’argento 

    i mandarini 

    forse t’ha alzato

    il padre 

    sulle spalle

    e dato per giocare 

    la sua bustina,

    e ridono le donne,

    sono felici,

    il padre resta lì

    un mese intero

    no, l’albero non c’era,

    venne dopo,

    ti ricordo padre

    che trascini 

    nella divisa

    adattata ai lavori,

    quel gran ramo innevato

    dalla pineta  

    ma le sorelle

    nei greppi lontani

    hanno colto il muschio 

    per il presepio,

    poche le statuine,

    lo spazio stretto,

    col pungitopo 

    grigio, dai rossi accesi 

    l’angoliera diviene 

    un bosco immenso 

    venne la notte

    coi vetri oscurati,

    non debbono vederci

    su dal cielo

    chi la morte 

    sgancia sulle case

    nel nero smisurato 

    che c’avvolge

    e fascia,

    fin dentro il sangue 

    t’entra il fischio nero,

    tu piangi ma non sai,

    gli altri lo sanno

    t’hanno accolto nel mezzo

    padre e madre,

    tu dormi

    e più non senti

    il fischio nero

    Ultima modifica il 22 Dicembre 2020 - 11:58
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