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sabato, 17 Ottobre, 2026

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Il giudizio che condanna la personalità: Effetto Pigmalione

Nel 1963, Robert Rosenthal, uno psicologo americano fece un esperimento insieme a Lenore Jacobson in una scuola elementare. Il ricercatore somministrò agli studenti un test sul QI, ne selezionò poi alcuni e li assegnò a dei professori affermando come il gruppo era composto da ragazzi che fra tutti, avevano ottenuto i migliori risultati al test. In realtà erano dei giovani scelti in modo casuale.
Dopo un anno, l’equipe verificò che gli alunni selezionati, malgrado la scelta casuale, avevano migliorato notevolmente il proprio rendimento scolastico fino a divenire i migliori della classe.  Fu confermata in pieno la tesi ipotizzata: gli/le insegnanti etichettano gli alunni e ne condizionano i comportamenti rivelando come i più piccoli, che sono in una fase nella quale lo sviluppo cognitivo è molto delicato e non hanno una personalità ancora ben definita, accettano qualsiasi tipo di condizionamento fino a cambiare il proprio comportamento e perfino la propria identità avendo spesso, conseguenze negative a lungo termine sull’autostima.

Questo fenomeno è conosciuto come “Effetto Rosenthal” o, più comunemente, “Effetto Pigmalione”.

Treccani definisce l’Effetto Pigmalione come “chi assume il ruolo di maestro nei confronti di persona rozza e incolta, specificatamente una donna, plasmandone la personalità, sviluppandone le doti naturali e affinandone i modi”. 
Il nome deriva dal Re mitico di Cipro, Pigmalione, che secondo una delle versioni della storia, scolpì una statua raffigurante Afrodite, amandola come se fosse viva, alla fine per miracolo della Dea stessa, la scultura prese vita.

Lo scultore, quindi, aveva modellato ciò che desiderava. 

Nell’Effetto Pigmalione, quando una figura di riferimento nutre una scarsa, o un’alta, considerazione nelle capacità del proprio discendente, lo tratta inconsciamente secondo il suo giudizio, questo, influenzato, recepisce il messaggio anche implicito e lo interiorizza facendolo suo. 

Nel corso degli anni ci sono state delle ricerche di come questo fenomeno possa influenzare in diversi ambiti come quello scolastico, sociale o medico-scientifico.
In Italia, nel maggio scorso la rivista scientifica “Il TNPEE” ha riportato una ricerca relativa all’Effetto Pigmalione nell’ambito del trattamento psicomotorio in chiave psico-pedagogica, ponendo lo sguardo sulle principali figure professionali e familiari — terapisti, insegnanti di sostegno e genitori e/o caregiver — che ruotano attorno ai soggetti.
La ricerca, nata dalla collaborazione tra l’Università degli Studi della Campania «L. Vanvitelli» e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, è consistita nella somministrazione di tre questionari a risposta multipla a 206 soggetti suddivisi in base alla loro occupazione (terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva; figure scolastiche; genitori di bambini con disabilità). I questionari hanno sondato quanto e in che modalità l’aspettativa possa aver interferito nella buona riuscita del trattamento riabilitativo, educativo e familiare analizzando gli aspetti emotivi-motivazionali sottesi ora nel terapista ora nel genitore ora nell’insegnante di riferimento.

Il testo sottolinea “L’effetto (Pigmalione) è stato ampiamente discusso e accertato in diversi settori, in modo particolare in ambito psicologico e pedagogico, e riconosce sul piano medico-clinico una declinazione nota come ‘effetto placebo’. […] Parlare di ‘effetto placebo’ significa riferirsi alle false credenze conseguenti l’assunzione di una sostanza innocua: il paziente, convinto dell’efficacia del rimedio, riferisce/ottiene miglioramenti in termini di salute pur non avendo assunto un farmaco”.

RISULTATI

“I dati raccolti hanno evidenziato un profondo gap tra il profilo di sviluppo del bambino delineato dal terapista e l’immagine percepita dai genitori” riporta la ricerca “la mancanza di sintonizzazione terapeutica-familiare interferisce non poco con i livelli prestazionali sondati, e l’assenza di una fedele e completa alleanza tra le parti ha mostrato difficoltà di vario genere e natura”. Continua, “La divergenza è emersa anche in ambito scolastico: il 64% dei testati ha riferito di trovarsi in disaccordo con l’idea del bambino emersa, e il 30% del totale ha riportato di sentirsi poco motivato o per niente motivato nelle occasioni di confronto e/o scambio con i terapisti”. Inoltre gli insegnanti credono di avere una scarsa influenza sull’esito del trattamento psicomotorio.

Si conclude: “La presa in carico in età evolutiva necessita di un TNPEE attento e vigile, in grado di porsi in continua posizione di ascolto, ricoprendo il ruolo di comunicatore efficace ed efficiente tra le parti. È compito del terapista comprendere e delineare un profilo di funzionamento valido e dettagliato del paziente, condividerlo in équipe scolastica, riabilitativa e familiare. Promuovere continui scambi e confronti risulta fondamentale per contrastare proiezioni infondate di bisogni, idee o desideri negativamente interferenti o non consoni agli esiti di sviluppo. Ridurre il gap tra aspettativa e realtà nei soggetti e attori coinvolti consente di stimolare le abilità sottese, residue o potenziali del paziente favorendo così non solo il miglioramento dello stile di vita del bambino ma anche di tutto il nucleo familiare e scolastico coinvolto. […]”


https://www.interris.it/copertina/giudizio-condanna-personalita-effetto-pigmalione/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=giornaliera

https://rivistedigitali.erickson.it/il-tnpee/archivio/vol-n-3/06_cerroni-et-al_tnpee_2022-1/

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