Su Avvenire di venerdì 25 aprile Eugenio Giannetta ha intervistato il filosofo e psicanalista di origini argentine Miguel Benasayag a proposito di Papa Francesco. Riportiamo qui di seguito un estratto della sua intervista, ricordando l’importanza del pensiero di Benasayag, che abbiamo avuto in trasmissione a O anche No nello speciale del 3 dicembre 2023 su Rai 3, “La guerra fabbrica di disabilità”, in occasione della Giornata Internazionale delle persone con disabilità.
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Di seguito l’articolo di Eugenio Giannetta su Avvenire, che ringraziamo:
Dalla “globalizzazione dell’indifferenza” all’educazione come strumento di cambiamento: abbiamo chiesto a Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista argentino naturalizzato francese, di confrontarsi con il pensiero e l’esperienza di papa Francesco, ma soprattutto con il lascito culturale e sociale del suo pontificato, ripercorrendo alcuni dei temi centrali di una visione comune quali l’importanza di recuperare la fragilità umana e la ricerca di un approccio sempre più umano e corporeo, in sintonia con le sfide globali della contemporaneità.
Partiamo dalla sua storia: lei è stato attivista e pensatore critico di molte strutture sociali: che impressione ha avuto, fin dall’inizio, del pontificato di papa Francesco?
«Ho avuto con lui un incontro Vaticano, poco prima della sua morte. Allora, per cominciare, credo ci siano due persone, non in contraddizione, ma diverse tra loro: da un lato Bergoglio, dall’altro Francesco. Bergoglio è sempre stato, diciamo, timido rispetto alla dittatura. Un pastore vicino al popolo, ai poveri, ma anche molto rigido su temi come l’aborto, per esempio. Alcuni lo hanno ammirato, come suor Martha Peloni, altri pensano che abbia guardato altrove quando invece serviva intervenire. Insomma, è stato una figura in chiaroscuro, ma mai ambigua. Poi c’è Francesco, che è emerso come un’altra persona; ha preso consapevolezza, ha parlato di ecologia, di povertà, di solidarietà. È diventato una figura centrale di resistenza, un punto di riferimento. Qui in Argentina la gente lo piange in strada. Era l’oppositore simbolico di Milei, che invece rappresenta una visione iper-individualista del mondo. Francesco è stato il Papa di Lampedusa, il Papa del coraggio, una figura salda in un mondo che si sgretola. Quando mi ha invitato in Vaticano – era febbraio –, l’ha fatto per parlare di algoritmi e infanzia. Nonostante fosse molto indebolito, ho trovato in lui molta lucidità e sincerità. Parlando di colonizzazione algoritmica del vivente, è emerso che non basta parlare d’anima, dobbiamo opporre qualcosa di concreto. Mi hanno detto che era proprio per questo che mi avevano invitato».
Questo si collega anche a un tema che lei hai affrontato spesso: la crisi contemporanea – la pandemia, la guerra, l’illusione tecnologica – ci restituisce una realtà fatta di fragilità, di limiti. Papa Francesco, con il suo approccio umano e corporeo, ha spesso denunciato l’indifferenza globale, anche usando un termine gergale argentino, “balconear”, parlando di chi guarda senza agire.
«Assolutamente. Mi ha fatto piacere vedere come incarnasse quella parte dell’Argentina che continua a lottare, a pensare al mondo. Quando l’ho incontrato era semplice, diretto. L’ho sempre visto come una continuazione vivente di una certa storia latinosi americana. Io stesso, ebreo e ateo, mi sono sentito molto vicino a lui».
Secondo lei, in questo presente, figure come quella di papa Francesco possono ancora contribuire a restituire al futuro la forma della promessa e non della minaccia? E si può oggi – nel tempo della guerra e non solo – tornare al corpo, tornare al legame?
«Sì, senza dubbio. Lui ha parlato della fragilità della vita, di ecosistemi, non è mai rifugiato in una spiritualità astratta. Ha sempre parlato di vita reale. Ha recuperato quella linea della Teologia della liberazione di alcuni preti del Terzo Mondo. In questo è stato davvero straordinario».
C’è un altro punto di convergenza tra voi: l’educazione come strumento di trasformazione sociale.
«Sì, è vero. Ne ho parlato anche in Vaticano. Oggi l’educazione è spesso ridotta a una pedagogia delle competenze che svuota i bambini per renderli funzionali al sistema. Francesco aveva una visione chiara: educare alla vita, non all’impresa. Il suo anticapitalismo, il suo rifiuto del neoliberismo, sono stati una vera rivelazione».
