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mercoledì, 7 Ottobre, 2026

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Alexander Langer, costruttore di ponti, testimone e profeta del nostro tempo

Riportiamo qua di seguito il testo della relazione introduttiva per gli atti del Convegno su Alexander Langer del 6 giugno 2025 al Senato da parte di Marco Boato

Ringrazio il gruppo Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) del Senato, col suo presidente sen. Peppe De Cristofaro e il suo prezioso collaboratore David Tozzo, di aver promosso questo importante Convegno su “Alexander Langer costruttore di ponti” (preceduto da uno su Enrico Berlinguer e a cui ne seguirà un terzo su Pietro Ingrao) e di aver chiesto a me di contribuire ad organizzarlo con la scelta dei vari relatori e relatrici (ovviamente molti altri e altre avrebbero potuto esserci), di introdurlo e di coordinarlo. Il mio intervento inziale del 6 giugno 2025, nella prestigiosa Sala Zuccari del Senato, è stato svolto “a braccio” e di questo, come di tutto il Convegno, è disponibile la registrazione integrale nell’archivio utilissimo di Radio Radicale. Per la pubblicazione di questo volume degli atti del Convegno, ho invece preferito redigere un testo più ampio e sistematico sulla vita e sulla figura di Alexander Langer, riprendendo e rielaborando anche riflessioni che avevo già svolto in passato in diverse occasioni.

A trent’anni dalla sua morte volontaria (3 luglio 1995), la figura di Alexander Langer è più attuale che mai, sia per il mondo ecologista italiano ed europeo, sia per la sinistra nelle sue diverse articolazioni, ma anche per i settori più sensibili del mondo cattolico e cristiano, e non solo. Per certi aspetti, la sua figura è più conosciuta e “riconosciuta” oggi che non quando era in vita, una vita breve (49 anni, era nato il 22 febbraio del 1946) durante la quale è stato ammirato e seguito da molti, ma ha dovuto subire talvolta anche amarezze e misconoscimenti. Per questo parlo di lui come “testimone” (oltre che “protagonista”), ma anche come “profeta” del nostro tempo, sotto un duplice profilo. Un “profeta” laico a volte contestato e disconosciuto o ignorato, finché è stato in vita, ma un “profeta” che su molte questioni ha visto più lontano dei suoi contemporanei, ha anticipato da autentico precursore i tempi in modo lungimirante. Già nella angosciante fase della pandemia da Covid-19 molte delle sue intuizioni e proposte, dei suoi moniti e delle sue “utopie concrete” (una bella espressione, ispirata ad Ernst Bloch) avevano ritrovato una attualità straordinaria, che ora è stata da molti, pur tardivamente, riconosciuta.

E basterebbe ricordare come tematiche per lui essenziali – quali la “convivenza inter-etnica” e la “conversione ecologica” – fossero a volte ignorate o disconosciute durante la sua vita, mentre negli anni più recenti sono diventate ricorrenti: la seconda nel dibattito ecologico e politico, ma ormai anche ecclesiale (sulle orme dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco e poi anche della successiva enciclica Fratelli tutti), e la prima nelle riflessioni pubbliche sulle relazioni inter-etniche non solo nel suo Alto Adige/Südtirol, ma anche allora (e oggi) in Bosnia e negli anni più recenti in Ucraina, Afghanistan, Siria, Iraq, Iran, Libia, Israele e Palestina, Cipro, Nagorno-Karabakh, e via purtroppo elencando, comprese molte realtà europee attualmente attraversate da pulsioni razziste e xenofobe.

Protagonista della “generazione del ‘68”

Langer è stato un protagonista fin da giovane, dapprima nel suo Sudtirolo e poi nella Firenze vivacissima degli anni ’60 (la città per antonomasia del “dialogo tra cristiani e marxisti”, ma anche della testimonianza ecumenica di Giorgio La Pira, dell’eredità “azionista” di Piero Calamandrei e della rivista Il Ponte, a cui Langer collaborò con la direzione di Enzo Enriques Agnoletti), fino a quel ’68 che lo ha visto laurearsi per la prima volta sulla autonomia sudtirolese, con relatore il costituzionalista Paolo Barile (in giurisprudenza), far parte della contestazione studentesca e poi anche della “contestazione ecclesiale” (in particolare nella comunità dell’Isolotto di don Enzo Mazzi, ma anche in rapporto con don Lorenzo Milani nel 1967, con la rivista Testimonianze di padre Ernesto Balducci e con la rivista Politica di Nicola Pistelli, oltre che con le lezioni bibliche di padre David Maria Turoldo), per poi rientrare nella sua Bolzano, dove nel novembre ‘68 ha subìto la sua prima denuncia per un volantino antimilitarista di dissenso sulle celebrazioni del cinquantenario della prima guerra mondiale (l’”inutile strage” stigmatizzata da Benedetto XV, ma anche la forzata annessione all’Italia del suo Sudtirolo). E nel luglio 1972 si è anche laureato per la seconda volta nella ormai famosa facoltà di Sociologia di Trento, dove poi ha pure insegnato nella prima metà degli anni ’80, quando gli era stato impedito l’insegnamento nel suo Alto Adige/Südtirol a causa della sua obiezione di coscienza contro il “censimento etnico” nominativo (le “gabbie etniche”, come le aveva definite).

Dopo l’esperienza di “Lotta continua” (movimento politico ed omonimo quotidiano) fino al 1976-78, Langer ha fatto da “ponte”, grazie anche alla sua madrelingua tedesca di cittadino sudtirolese (ma perfettamente bilingue e poi anche pluri-lingue), tra i nascenti movimenti ecologisti tedeschi e la realtà italiana, caratterizzata allora dai movimenti anti-nucleari e pacifisti, che attraversavano l’intero arco della sinistra, storica e nuova, e che costituirono allora i prodromi della nascita anche in Italia dell’ecologismo politico negli anni ’80. E nel 1978, insieme a me in Trentino con “Nuova sinistra”, diede vita nel suo Alto Adige/Südtirol ad una nuova formazione politica denominata in modo bilingue “Neue Linke/Nuova Sinistra”, che lo vide concludere l’esperienza della sinistra extra-parlamentare ed entrare per la prima volta nelle istituzioni rappresentative, e cioè nel Consiglio regionale e provinciale (di Bolzano). In quella esperienza stabilì anche un rapporto di stima e di dialogo reciproco con Grazia Barbiero, che nello stesso Consiglio rappresentava allora il PCI, partito che invece in alcune occasioni con altri suoi esponenti aveva espresso diffidenza e ostilità nei confronti di Langer, per le sue critiche radicali al “separatismo” etnico allora imperante (ma Enrico Berlinguer sostenne le posizioni di Grazia Barbiero in dialogo con Langer). Proprio nel 1980-81 Langer, come già ricordato, si era fatto promotore in provincia di Bolzano di una forte campagna contro le “nuove opzioni” o “gabbie etniche”, quelle schedature etniche che furono rese obbligatorie per la prima volta nel censimento del 1981 con dichiarazioni nominative (non anonime, come avrebbero dovuto essere in un censimento statistico) di appartenenza ad uno dei tre gruppi linguistici riconosciuti (tedesco, italiano e ladino).

Promotore del movimento verde-ecologista in Italia

Dopo quella prima esperienza istituzionale, Alexander Langer venne rieletto per altre due volte consecutive con una lista verde-alternativa e nel frattempo si impegnò a livello nazionale nella promozione del movimento verde-ecologista italiano e mantenendo un rapporto di collaborazione anche col Partito radicale sui temi referendari. Già alla fine del 1982 promuovemmo insieme un Convegno internazionale nel palazzo della Regione, a Trento, intitolato Un partito/movimento verde anche in Italia?. E nel dicembre 1984 fu il relatore più importante nella prima Assemblea nazionale delle nascenti “Liste verdi”, che si tenne a Firenze, al punto che un quotidiano nazionale parlò già allora di lui come del “profeta verde” italiano. Nel settembre 1986 fu uno dei promotori del grande convegno nazionale che ebbe luogo per tre giorni a Pescara, di cui propose anche il titolo emblematico: La Terra ci è data in prestito dai nostri figli.

Dopo il primo ingresso dei Verdi nel Parlamento italiano nel 1987, venne egli stesso successivamente eletto per due volte (nel 1989 e nel 1994) nel Parlamento europeo, dove diventò anche il co-presidente (la prima volta con una esponente portoghese, la seconda volta con la tedesca Claudia Roth) del Gruppo verde a Bruxelles e Strasburgo, a dimostrazione della stima che godeva a livello internazionale. E in quella sede seppe stringere rapporti di dialogo e di confronto “trasversali” non solo con le varie anime della sinistra, a cominciare dal suo collega di matrice comunista Renzo Imbeni, con cui collaborò intensamente, ma anche con i settori politici più diversi, come ad esempio con Otto d’Asburgo, che lo elogiò pubblicamente l’11 luglio 1995 in occasione della sua commemorazione pubblica a Strasburgo, subito dopo la sua morte del 3 luglio. Ai primi anni di quella esperienza da euro-parlamentare Alexander Langer ha dedicato anche l’unico libro (bilingue) pubblicato in vita: Vie di pace/Frieden Schließen. Berichte aus Europa/Rapporto dall’Europa, Edizioni Arcobaleno, Trento, 1992 (molti altri libri, con innumerevoli suoi scritti, sono stati pubblicati solo dopo la sua morte: l’antologia più significativa è stata edita col titolo Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, a cura di Edi Rabini e Adriano Sofri, Sellerio, Palermo, 1996, più volte poi ristampata, la seconda volta riedita anche con una introduzione di Goffredo Fofi; la totalità dei suoi scritti è raccolta in modo sistematico dalla “Fondazione Alexander Langer Stiftung” di Bolzano, accessibile a tutti).

Costruttore di ponti

Venti anni dopo la morte di Langer, sabato 13 giugno 2015, parlando a migliaia di scout, papa Francesco ha ammonito: “Abbiate capacità di dialogo con la società, mi raccomando: capacità di dialogo! Fare ponti, fare ponti in questa società, dove c’è l’abitudine di fare muri: voi fate ponti per favore”. Un monito che poi papa Francesco ha ripetuto molte altre volte, e da ultimo lo ha fatto anche il nuovo papa Leone XIV.  È esattamente quello che Langer ha fatto per tutta la vita, dalla adolescenza sudtirolese fino alla morte, e nel 1986, inviando alla rivista Belfagor, diretta da Carlo Ferdinando Russo, una sua breve autobiografia (“Minima personalia”), ha scritto emblematicamente: “Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone”. Per questo io stesso ho così intitolato il mio libro su di lui: Alexander Langer. Costruttore di ponti (La Scuola-Morcelliana, Brescia, 2015, riedito più di recente nella collana “Scholé”).

Mi sono chiesto molte volte come Langer avrebbe vissuto il pontificato di papa Francesco, tanto più che – per la prima volta nella storia – quel papa ha dedicato nel giugno 2015 un’intera enciclica all’ecologia integrale, Laudato si’, “sulla cura della casa comune”,  riecheggiando quel Francesco d’Assisi, a cui tante volte Langer si è ispirato, e riprendendo anche alcuni temi propriamente langeriani, come la “conversione ecologica”, il “debito ecologico”, il rapporto tra giustizia ambientale e giustizia sociale, e non solo. Ancora verso la fine della sua giovane vita, nel 1994, Langer ha così intitolato l’ottavo capitolo del suo Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica, forse il suo saggio più bello tra i moltissimi che ha scritto: Dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Adriano Sofri ha commentato: “Costruttore di ponti, pontifex: quale titolo più appropriato all’uomo di pace Alexander Langer?”.

Quando Langer è scomparso, l’allora arcivescovo (poi cardinale centenario, morto il 26 maggio 2016) Loris Capovilla, già segretario di Giovanni XXIII, ha scritto alla moglie Valeria Malcontenti: “Per chi lo ha amato, questa è l’ora del silenzio. Per chi dissentiva dalle sue scelte, è l’ora del discernimento. Per chi crede possibile muoversi verso una convivenza più umana, è l’ora della gratitudine. Alex ha studiato, operato, servito proprio per questo. Mi inchino dinanzi a lui. Chiedo a Dio di accoglierlo nella sua Casa e di collocarlo, a nostro conforto, come una stella nel firmamento. Alex appartiene alla schiera degli eletti che non muoiono. Sono certo di re-incontrarlo”. Sono tanto più significative queste parole di Loris Capovilla, se si pensa che nel passato “pre-conciliare” ai suicidi non era neppure concesso il funerale religioso e la sepoltura nel recinto sacro dei cimiteri. Langer ha avuto invece tre funerali religiosi: il primo a Firenze nella Badia Fiesolana, il secondo a Bolzano (celebrato dal vescovo Wilhelm Egger, che gli era amico ed estimatore) e l’ultimo a Telfes/Telves, dove è sepolto nella stessa tomba dei suoi genitori.

La conversione ecologica: “lentius, profundius, suavius”

Negli anni ’80 cominciano proprio le riflessioni e proposte di Langer sulla “conversione ecologica”, anche con un rapporto di dialogo con Rudolf Bahro, un marxista “eretico” uscito dalla DDR ed entrato in relazione con i Grünen della Germania federale, e con le teorizzazioni sulla “società conviviale” di Ivan Illich, col quale aveva stretto un forte rapporto di amicizia (su questo Mauro Bozzetti ha scritto il libro Ecologia e giustizia. Ivan Illich e Alexander Langer, Castelvecchi, Roma, 2023).

Dopo averne parlato e scritto per oltre un decennio, nel 1994 Langer elaborò un altro suo fondamentale saggio, che presentò in occasione dei “Colloqui di Dobbiaco” e che intitolò La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile. In quel testo, affermò tra l’altro: “La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta. La paura della catastrofe, lo si è visto, non ha sinora generato questi impulsi in maniera sufficiente ed efficace, altrettanto si può dire delle leggi e controlli; e la stessa analisi scientifica non ha avuto capacità persuasiva sufficiente. A quanto risulta, sinora il desiderio di un’alternativa globale – sociale, ecologica, culturale – non è stata sufficiente, o le visioni prospettate non sufficientemente convincenti. Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa, come sarebbe necessario”.

Langer sviluppa a questo punto la sua riflessione più ambiziosa, con un                    riferimento ad una concezione di vita contrapposta al motto olimpico, che era già presente in forme diverse in molti suoi scritti e discorsi degli ultimi anni della sua vita, e che costituisce ancor oggi uno dei temi più ricordati e ripresi della sua elaborazione politica e soprattutto culturale ed etica: “Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico citius, altius fortius (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in lentius, profundius, suavius (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso”.

Uomo del dialogo “trasversale”

Per capire meglio la figura di Alexander Langer (chiamato da molti suoi amici, su sua richiesta, semplicemente “Alex”, per evitare la contrapposizione etnica tra il tedesco Alexander e l’italiano Alessandro), può essere utile leggere le parole con cui lui stesso si auto-presenta, in terza persona, nella nota biografica finale del suo già ricordato unico libro, bi-lingue, pubblicato in vita, Vie di pace/Frieden schließen (1992): “Nel movimento ecologista e pacifista Langer da tempo contribuisce allo sforzo di elaborare una prospettiva culturale e politica che consenta ai verdi di diventare portatori di una proposta globale; in quest’opera Langer partecipa ad un intenso dialogo di ricerca con la cultura della sinistra, dell’area radicale, dell’impegno cristiano e religioso, delle nuove spiritualità, di aree non-conformiste ed originali che oggi emergono a pieno campo, anche tra conservatori e a destra, e da movimenti non compresi nell’arco canonico della politica. Sostenitore del carattere trasversale ed innovativo del movimento verde”.

Ed ecco come, nello stesso libro, presenta sinteticamente i suoi valori e obiettivi, sempre parlando in terza persona: “Langer crede poco nell’ecologia dei filtri e dei valori-limite (senza trascurare, tuttavia, la battaglia per gli uni e per gli altri) e si considera impegnato in favore di una conversione ecologica della società: preferire l’auto-limitazione cosciente, la valorizzazione della dimensione locale e comunitaria, la convivialità; non inquinare e realizzare condizioni di giustizia, di pace, di integrità della biosfera, piuttosto che inseguire rimedi, aggiustamenti e disinquinamenti sempre più sofisticati ed artificiali per tentare di correggere condizioni di vita sempre più ingiuste, degradate, violente e povere di senso; l’ecologia ha bisogno non solo di provvedimenti e riforme, ma anche di una dimensione spirituale e di valori profondi”.

Per comprendere la ricchezza e la complessità dei suoi interventi in quegli anni (1989-92), fuori e dentro il Parlamento europeo, basta citare semplicemente i titoli degli undici capitoli del suo libro (di oltre quattrocento pagine), ciascuno dei quali raccoglie numerosi articoli, dichiarazioni e interventi, talora in tedesco, altre volte in italiano. Eccoli elencati (soltanto nella versione italiana di ciascun titolo bilingue): I. Riesplodono conflitti etnici in Europa; II. Sudtirolo: un modello per l’Europa? III. Jugoslavia: dal conflitto etnico alla guerra civile; IV. Albania: rottura con il passato, desiderio d’Europa; V. Est-Ovest; VI. Immigrazione e nuove frontiere della convivialità; VII: Conflitti tra popoli; VIII. Pace con la natura; IX. L’Europa delle Regioni e il diritto di cittadinanza; X. Verdi in Europa; XI. Una provvisoria conclusione.

L’Europa muore o rinasce a Sarajevo

Nella sua veste di parlamentare europeo, Langer intensifica il suo rapporto con la ex-Jugoslavia, attraverso la “Carovana europea di pace” (settembre 1991) e poi il “Forum di Verona per la pace e la riconciliazione” (dal 1992), in collaborazione con Mao Valpiana del Movimento nonviolento e con la parlamentare verde austriaca, di madrelingua croata, Marijana Grandits. Scoppiata la guerra in Bosnia, mantiene rapporti molto stretti, in particolare con la città inter-etnica di Tuzla e col suo sindaco socialdemocratico Selim Beslagic, che, insieme a Renzo Imbeni, accompagna nel 1995 a Strasburgo, Bolzano e Bologna. Dopo la strage di Tuzla nella “festa di primavera” (oltre settanta giovani uccisi da un bombardamento serbo), Langer aveva ricevuto dal sindaco Beslagic copia del suo drammatico e ultimativo messaggio al Consiglio di sicurezza dell’ONU e ai vertici politici dell’Europa: “Voi state a guardare e non fate niente, mentre il nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete, siete complici, è impossibile che non vi rendiate conto”.

Anche in conseguenza di questa tragedia, il 26 giugno 1995 (pochi giorni prima della sua morte volontaria) si reca a capo di una delegazione europea a Cannes, dove si svolge il vertice dei capi di Stato e di governo europei. Presenta il drammatico appello L’Europa muore o rinasce a Sarajevo e, nell’incontro col neo-eletto presidente francese Jacques Chirac, chiede esplicitamente un intervento di “polizia internazionale” in Bosnia, dove l’assedio di Sarajevo dura ormai da oltre tre anni. Chirac gli risponde negativamente con una sorta di elucubrazione “pacifista”…, mentre nel frattempo ha ordinato la ripresa degli esperimenti nucleari militari a Mururoa, che il suo predecessore Mitterrand aveva sospeso. Una settimana dopo la morte di Langer, dall’11 al 13 luglio 1995, ci sarà il genocidio di Srebrenica (8375 bosniaci trucidati dai serbi di Mladic), che si sarebbe potuto evitare accogliendo la sua richiesta a Chirac e agli altri leader europei.

Un forte progetto etico, politico e culturale

Uomo “senza frontiere” (“ohne Grenzen”) e uomo del dialogo Alexander Langer lo fu con tutti, anche nei confronti della sinistra post-comunista. Ezio Mauro, all’epoca direttore de La Stampa di Torino, dopo la sconfitta dei “Progressisti” da parte di Berlusconi nelle prime elezioni col sistema prevalentemente maggioritario del 1994 (a seguito del referendum promosso da Mario Segni nel 1993 e la conseguente approvazione parlamentare della “legge Mattarella”), in un suo editoriale aveva evocato l’esigenza di “un papa straniero” per l’uscita della sinistra dalla sua crisi, come era avvenuto per la Chiesa, dopo la crisi del post-Concilio, con l’elezione del papa polacco Giovanni Paolo II.

Ispirandosi a quell’auspicio di Ezio Mauro, Langer scrive una lettera aperta al Pds (pubblicata solo dal settimanale Cuore, supplemento del lunedì a l’Unità), nella quale si legge una analisi, che trova ancor oggi una straordinaria attualità, a distanza di tanti anni: “Una riedizione della coalizione progressista o di altri consimili cartelli non riuscirà a convincere la maggioranza degli italiani a conferirle un incarico di governo. Ci vuole una formazione meno partitica, meno ideologica, meno verticistica e meno targata ‘di sinistra’. Ciò non significa che bisogna correre dietro ai valori ed alle finzioni della maggioranza berlusconiana, anzi. Occorre un forte progetto etico, politico e culturale, senza integralismi ed egemonie, con la costruzione di un programma e di una leadership a partire dal territorio e dai cittadini impegnati, non dai salotti televisivi o dalle stanze dei partiti. Bisogna far intravvedere l’alternativa di una società più equa e più sobria, compatibile con i limiti della biosfera e con la giustizia, anche tra i popoli”.

Sulla base di questa premessa, Langer indica quelli che ritiene gli interlocutori privilegiati a cui rivolgersi: “Da molte parti si trovano oggi riserve etiche da mobilitare che non devono restare confinate nelle ‘chiese’, e tantomeno nelle sagrestie di schieramenti ed ideologie. Ma forse bisogna superare l’equivoco del ‘progressismo’: l’illusione del ‘progresso’ e dello ‘sviluppo’ alla fin fine viene assai meglio agitata da Berlusconi. Per aggregare uno schieramento nuovo e convincente bisognerà saper sciogliere e coagulare, unendo in modo saggio radicalità e moderazione”. Compare qui la formula “sciogliere e coagulare” che Langer in altre occasioni, riprendendola dall’alchimia rinascimentale, aveva citato in latino – solve et coagula -, per ammonire non solo la sinistra, ma anche gli stessi Verdi, di cui pur a volte criticamente faceva parte sin dall’inizio, a superare le sclerotizzazioni burocratiche delle organizzazioni politiche e partitiche, vecchie e nuove.

Forse non occorre ricordare che – a parte l’attenzione della redazione di Cuore, la quale nei confronti di Langer aveva una spiccata simpatia – nessun altro della sinistra, e in particolare del Pds, raccolse la sua generosa “provocazione”, le cui motivazioni sono ancor oggi, forse ancor più di ieri, degne della massima attenzione e anche condivisione.

Negli anni ’80 e ’90 (fino alla morte) Alexander Langer ha saputo dialogare e interagire inoltre con tutte le principali associazioni ambientaliste ed ecologiste, italiane ed internazionali. Ebbe un ruolo importante al “Summit della Terra”, la Conferenza mondiale sull’ambiente di Rio de Janeiro del 1992, stringendo rapporti con molte organizzazioni internazionali ecologiste e del commercio equo e solidale. Nelle ultime settimane della sua vita si era particolarmente impegnato per organizzare (in collaborazione con Leoluca Orlando, che all’epoca, eletto con la “Rete”, era suo collega nel Gruppo europeo dei Verdi) l’iniziativa “Euromediterranea” a Palermo, in alternativa all’iniziativa europea “ufficiale” di Barcellona, che riteneva radicalmente insufficiente (e che tale si dimostrò). Anche su questo terreno, rispetto al dialogo con tutti i popoli del Mediterraneo, egli si era dimostrato lungimirante e “profetico”, tanto più se si riflette sulla drammatica realtà attuale della sponda Sud del Mediterraneo, a molti anni di distanza.

Ecologismo e pacifismo

Vi sono alcuni temi ricorrenti negli scritti e discorsi degli ultimi anni: “Solve et coagula”, la già ricordata formula latina dell’alchimia rinascimentale, con la quale Langer cercava di impedire le sclerotizzazioni partitiche e invitava a rendere “bio-degradabili” anche i movimenti e le forze politiche a cui lui stesso apparteneva; il già citato “lentius, profundius, suavius” (“più lentamente, più profondamente, più dolcemente”): era il motto che Langer proponeva in contrapposizione al motto olimpico “citius, altius, fortius” (“più veloce, più alto, più forte”), come paradigma per la conversione ecologica; “fare la pace tra gli uomini e con la natura”, era l’espressione con la quale Langer intrecciava fortemente l’ecologismo con il pacifismo, intesi come due aspetti fondamentali ed imprescindibili di una stessa prospettiva politica e culturale.

A questo proposito, molti suoi articoli per la rivista Azione nonviolenta, dopo la sua morte sono stati raccolti dal direttore Mao Valpiana nel volume Fare la pace (Cierre edizioni, Verona, 2005), dove compare un suo articolo del 1989, intitolato La causa della pace non può essere separata da quella dell’ecologia, nel quale sviluppa questa sua riflessione: “I pacifisti – al pari degli ecologisti – dovranno quindi trovare un modo non solo predicatorio e moralistico per rafforzare le ragioni del lungo periodo contro quelle del breve periodo. La paura non basta: né la paura della guerra, né quella della catastrofe ecologica. E comunque sarebbe cattiva consigliera. E anche l’utopia, intesa come quel ‘completamente altro’ che si sa che non è di questo mondo, non basta: rischia di essere buona solo per le occasioni solenni, per le invocazioni liriche. Bisognerà quindi rendere ‘attraente’ la pace: quella tra gli uomini e quella con la natura”.

L’appello a Pietro Ingrao nel 1989

In quello stesso 1989, pochi giorni dopo la caduta del muro di Berlino, Langer si rivolge, con un articolo ospitato da l’Unità del 19 novembre, direttamente al PCI con questa riflessione: “Nel PCI si discute quale contributo dare allo scioglimento dei blocchi (non solo internazionali). Ben venga questa intenzione. La logica dei blocchi blocca la logica, ce l’ha insegnato il movimento pacifista. E per coagulare sul serio percorsi ed ispirazioni diverse in uno sforzo comune (non necessariamente in un partito comune!), bisogna che prima di tutto le rigidità e gli spiriti di bandiera si attenuino e magari si dissolvano”. E aggiungeva: “Non servirebbe, certo, un puro cambio di nome della seconda forza politica italiana, per poi magari ricadere nella ricerca di alleati-satelliti, come troppe volte le esperienze di sinistra unitaria, indipendente o simili denominazioni sono state. Molto utile, viceversa, mi sembrerebbe quel contributo alla laicizzazione della politica italiana che oggi nel PCI coraggiosamente si dibatte: fare, cioè, della competizione politica ed elettorale non principalmente un momento di affermazione di identità, quasi di professione di fede, ma piuttosto vedervi un’impresa politica, con obiettivi precisi in tempi definiti. E con la consapevolezza che fa molto bene avere davanti a sé anche un orizzonte ideale ed una prospettiva di più ampio respiro, ma che l’auto-proiezione di una chiesa o setta ideologica serve a ben poco nella costruzione della politica possibile”.

Nello stesso articolo, Langer si rivolge infine direttamente a Pietro Ingrao con queste parole: “A me, come a molti miei amici dell’area ecologista, pacifista e solidaristica, capita spesso di guardare in particolare a Pietro Ingrao, per la sua alta sensibilità morale e la sua costante attenzione ai nuovi movimenti ed alle loro aspirazioni. Si può ben comprendere la sua battaglia per evitare il pericolo di liquidazione di un patrimonio militante, schierato contro ogni ingiustizia, quale molti comunisti sentono come loro tessuto ideale ed esistenziale ancor prima che politico. Ma perché identificare la (giusta) radicalità dell’impegno per cambiare il mondo in meglio, verso giustizia e pace, verso l’integrità della biosfera e la solidarietà persino con generazioni non ancora nate, con un marchio che troppo spesso ha contraddistinto esperienze atroci e fallimentari?”. E conclude con un appello, del resto rimasto poi inascoltato: “No, caro Pietro Ingrao, nello sforzo di andare oltre i vecchi confini e di sciogliere il mondo dei blocchi, a persone come te spetta un ruolo di iniziativa e di stimolo. E vedrai che il disarmo degli uni non potrà non influire anche sugli altri”.

Ecologisti e movimento operaio

Alcuni anni prima, nel 1983, Langer aveva anche affrontato il problema, ancor oggi presente (si pensi alle vicende dell’ILVA di Taranto, solo per fare l’esempio più eclatante), del rapporto tra salute e lavoro, tra giustizia ambientale e giustizia sociale, tra movimenti ecologisti e movimento operaio e sindacale. Nella rivista Verde-UIL del 1° ottobre 1983 pubblica un ampio articolo, intitolato Ecologia e movimento operaio. Un conflitto inevitabile?, ristampato insieme ad altri suoi scritti nel volume postumo Non per il potere (a cura di Federico Faloppa, Chiarelettere, Milano, 2012). Il tema è già affrontato nelle frasi iniziali: “È un vero e proprio luogo comune truffaldino, quello che vorrebbe in contrasto immanente il movimento ecologico con quello operaio, o più in generale l’ecologia con il lavoro. Ma tant’è che passa per acquisita la contraddizione tra risanamento ambientale e posti di lavoro, e vengono citati gli operai della Farmoplant di Massa, dell’Acna di Cengio o della Stoppani di Genova per dimostrarla: tutti casi dove gli operai e i sindacalisti erano mobilitati a difendere la continuità produttiva di impianti chimici gravemente inquinanti, di cui la popolazione e i ‘verdi’ chiedevano la chiusura. Stessa storia a Montalto di Castro: operai e sindacati in piazza per far portare a termine la ‘promessa’ centrale nucleare, ecologisti al contrario mobilitati a bloccare l’industria nucleare. E stessa storia anche con quegli agricoltori che vedono nel referendum contro i pesticidi un attentato al loro lavoro e al loro reddito”.

Dopo aver riflettuto sulle ragioni devianti di questo conflitto, Langer afferma: “Solo la logica distorta del produttivismo e la resa – questa sì, davvero, alienante! – all’ottica padronale e aziendale può far scegliere gli operai e i sindacati di stare dalla parte del produttivismo padronale, cioè dell’indifferenza verso il cosa e come si produce, purché si produca e si venda il prodotto! Ma esiste anche un’altra tradizione nel movimento operaio”. E aggiunge: “Non va sottaciuta e rimossa tutta quell’altra faccia del movimento operaio e dello stesso sindacalismo che è intervenuta e continua a intervenire sulla qualità (del lavoro e delle condizioni di lavoro, del prodotto, del tempo lavorativo o libero dal lavoro, della stessa retribuzione e delle prestazioni sociali connesse)”. E ancora: “Oggi si impone sempre di più la necessità di badare anche e forse prioritariamente alla ‘qualità ecologica’ del lavoro e delle sue condizioni. Lo esige non solo l’emergenza ambientale, in generale, ma lo stesso degrado alienante del lavoro, da un lato, e le potenzialità di riscatto e di risanamento, dall’altro”.

Quindi Langer propone: “Il movimento ecologista contiene, dunque, un grande invito al movimento operaio: quello a rompere la subalternità al produttivismo e a occuparsi, finalmente, anche della qualità (ecologica e umana, oltre che sociale e di classe) del lavoro e delle sue condizioni. E chiede una preziosa e indispensabile collaborazione: chi meglio dei lavoratori addetti (e dei loro sindacati) potrebbe informare e mettere in guardia i cittadini e gli ambientalisti, quando una produzione è pericolosa per la salute di chi ci lavora, di chi sta intorno e di chi consuma il prodotto?”. E inoltre: “Quanto spazio e quale gamma per un movimento operaio e sindacale che voglia rompere l’alienazione e contare davvero, cominciando a interloquire e contrattare, lottare e autogestire in tema di risanamento e qualità ambientale del lavoro!”. Queste infine le sue conclusioni, ancor oggi di straordinaria attualità, oltre quarant’anni dopo: “È tempo, dunque, che si infittiscano il dialogo e le iniziative esemplari tra ecologisti e operai (anche sindacalisti), ma anche tra ecologisti, operai e imprenditori, per esplorare concretamente, e non necessariamente solo in situazioni di conflitto, il terreno della comune lotta per la qualità ecologica, oltre che sociale e umana, del lavoro. Vorrà dire prendere per le corna il toro dell’alienazione, e lavorare per il disinquinamento non solo dell’ambiente, ma anche della vita di milioni di persone, dentro e fuori le fabbriche, gli uffici, i servizi, le campagne”.

Dalla seconda metà degli anni ’80, oltre a far fronte ai suoi molteplici impegni politico-istituzionali, prima a livello regionale e provinciale e poi sul piano europeo, Langer ha dato vita anche a due importanti iniziative: 1. la campagna internazionale Nord-Sud: biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito (1988-1993), con sede a Roma, in collaborazione con Jutta Steigerwald e Christoph Baker; 2. la Fiera delle utopie concrete (dal 1988, continuata anche dopo la sua morte tramite l’impegno di Karl-Ludwig Schiebel, recentemente scomparso, il 4 aprile 2025), con sede a Città di Castello. Ma è stato protagonista anche della “Alleanza per il clima”, della associazione “Pro Europa”, di “SOS Transit”, di “SOS Dolomites”, di “Pro vita alpina”, della “Helsinki Citizen’s Assembly”, dell’”Intergruppo lingue e culture minoritarie” nel Parlamento europeo, oltre che promotore delle riviste bilingui Tandem e, poi, Omnibus nel suo Sudtirolo, in collaborazione con Cristina Herz, Arno Teutsch ed Edi Rabini. Determinante è stato il suo sostegno da euro-parlamentare all’istituzione del Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex-Jugoslavia (1993-1994), mentre è rimasta una idea feconda ed ancora attuale, ma non ancora realizzata, la sua proposta di istituzione di una Agenzia e di un Tribunale internazionale per l’Ambiente, in collaborazione col magistrato di Cassazione Amedeo Postiglione.

La lettera al “Caro San Cristoforo” e Petra Kelly

Se il già citato Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica può essere considerato il suo capolavoro dal punto di vista “teorico”, c’è un altro suo testo di straordinaria bellezza, anche dal punto di vista letterario, che meriterebbe di comparire a pieno titolo nelle antologie scolastiche. Si tratta della lettera indirizzata al Caro San Cristoforo, un testo del 1990, al tempo stesso “poetico” ma anche pervaso delle principali tematiche ecologiche, dove già appare un interrogativo radicale: “Perché mi rivolgo a te alle soglie dell’anno 2000? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinnanzi a noi”.

Nella lunga e bellissima lettera al Caro San Cristoforo emerge ad un certo punto una sintesi del pensiero ecologico di Langer: “Cosa resterebbe da fare ad un tuo emulo, caro San Cristoforo? Quale è la Grande Causa per la quale impegnare oggi le migliori forze, anche a costo di perdere gloria e prestigio agli occhi della gente e di acquattarsi in una capanna alla riva del fiume? Qual è il fiume difficile da attraversare, quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo da traghettare?”

Dopo tutte queste domande, così Langer si risponde, con un compendio della sua elaborazione e riflessione ecologica: “Il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del ‘di più’ ad una del ‘può bastare’ o del ‘forse è già troppo’. Dopo secoli di progresso, in cui l’andare avanti e la crescita erano la quintessenza stessa del senso della storia e delle speranze terrene, può sembrare effettivamente impari pensare di ‘regredire’, cioè di invertire o almeno fermare la corsa del citius, altius, fortius. La quale è diventata autodistruttiva, come ormai molti intuiscono e devono ammettere (e sono lì a documentarlo l’effetto-serra, l’inquinamento, la deforestazione, l’invasione di composti chimici non più domabili… ed un ulteriore lunghissimo elenco di ferite della biosfera e dell’umanità)”.

A questo suo lungo elenco segue il suo monito critico, basato sulla cultura del limite: “Bisogna dunque riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza). Un vero ‘regresso’ rispetto al ‘più veloce, più alto, più forte’. Difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi”. Bisogna, aggiunge Langer, “passare, insomma, dalla ricerca del superamento dei limiti ad un nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell’artificializzazione sempre più spinta ad una riscoperta di semplicità e di frugalità”.

Ed infine così conclude: “Non basteranno la paura della catastrofe ecologica o i primi infarti e collassi della nostra civiltà (da Cernobyl alle alghe dell’Adriatico, dal clima impazzito agli spandimenti di petrolio sui mari) a convincerci a cambiare strada. Ci vorrà una spinta positiva, più simile a quella che ti fece cercare una vita ed un senso diverso e più alto da quello della tua precedente esistenza di forza e di gloria. La tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offre una bella parabola della ‘conversione ecologica’ oggi necessaria”.

Gli interrogativi posti al “caro San Cristoforo” diventano drammatici quando il 21 ottobre 1992, su il Manifesto, Langer conclude con queste parole il suo articolo Addio, Petra Kelly, dedicato alla leader verde tedesca, morta in un tragico omicidio-suicidio (purtroppo mai chiarito) col compagno Gert Bastian, un ex-generale divenuto pacifista (che la uccise e poi subito si suicidò): “Forse è troppo arduo essere individualmente degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”.

Dopo la sua morte, in molti hanno condiviso questa riflessione di Adriano Sofri: “Le pagine di Alexander in memoria di Petra Kelly ci sembrano oggi la migliore descrizione della sua propria disperazione, e confermano come il suo gesto, così inaspettatamente sconvolgente, venisse da lontano”.

“Non ce la faccio più. Continuate in ciò che era giusto”

Il 21 ottobre 1993 Langer aveva scritto privatamente all’amica Eva Pattis: “La mia vita si è fatta molto difficile negli ultimi mesi, sono – o mi sento – impegnato da tante parti e ciò ha portato con sé crisi e angosce”. Nel febbraio 1994, prima del secondo mandato europeo, aveva detto: “Penso di aver compiuto un periodo di servizio sufficientemente lungo da poter desiderare un periodo sabbatico”. A Mao Valpiana, confidenzialmente, confessava: “Tutti cercano risposte da me, ma io non ho risposte nemmeno per me stesso”.

Alla fine del 1994, in una lettera rivolta ad una più ampia cerchia di amici, con la quale accompagnava il dono di un abbonamento alla rivista Una città, a lui molto cara, scriveva: “Personalmente ho passato un periodo di transizione assai travagliato”. E proseguiva: “Ancora non so dove questa transizione ci/mi porterà: il bisogno di una nuova sponda per un impegno sociale e politico, che continuo a ritenere di grande (ma non esagerata) importanza, resta più che mai aperto e non conosce scorciatoie progressiste né rassicuranti giaculatorie verdi”.

Nel maggio 1995 (pur nel pieno della crisi bosniaca, che continuava a seguire con impegno quotidiano, insieme al suo infaticabile ruolo di parlamentare europeo), aggiornando un testo sulla figura biblica di Giona e dedicandolo alla memoria del vescovo di Molfetta, il suo amico Tonino Bello, scriveva: “Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio. Non sarà magari più saggio abbandonare un campo talmente intossicato da non poter sperare in alcuna bonifica, e coltivare – semmai – altrove nuovi appezzamenti, per modesti che siano?”. E aggiungeva, quasi parlando a sé stesso: “Non so come don Tonino abbia deciso di fare il prete e il vescovo. Non so se abbia mai sentito forti esitazioni, l’impulso di dimettersi, una sensazione di inutilità del suo mandato”.

Mancavano solo due mesi a quelle che sono state definite le sue “estreme dimissioni”. Dopo averci a lungo pensato, dopo aver vagliato ogni alternativa possibile, quando Alexander Langer ha finalmente deciso di andarsene “altrove”, se ne è andato davvero e per sempre. A chi ancora oggi si interroga sulla sua tragica scelta, non resta che rileggere con rispetto il suo estremo messaggio: “Ich derpack’s einfach nimmer / Non ce la faccio più”.

Ecco in italiano (tradotto dal tedesco, sua madrelingua, in cui è stato scritto poco prima della sua morte volontaria) il testo dell’estremo congedo di Alexander Langer dalla vita. Non resta che rileggerlo ancora, a distanza di trent’anni, fermandosi sulla soglia delle sue parole, senza pretendere di dare altre spiegazioni e motivazioni, che non siano quelle contenute nel suo ultimo messaggio/testamento autografo, anche se il suicidio resta sempre un mistero insondabile, appunto da rispettare: “I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa mia dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. ‘Venite a me voi che siete stanchi e oberati’. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

Di fronte alla sua morte così prematura, qualcuno ha definito giustamente Alexander Langer “il più impolitico dei politici”. Se spesso la politica è anche, se non sempre, ricerca del potere, il suo motto e il suo impegno erano all’opposto: “Non per il potere”.

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