Fonte “Il messagero”
di Pietro Piovani
IL FOCUS
ROMA «Cosa hanno fatto alla fine? Non hanno fatto niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario». La frase fu sentita fuori dal comando dei carabinieri di Colleferro, pronunciata da una delle persone che aspettavano l’interrogatorio di Marco e Gabriele Bianchi. A distanza di cinque anni possiamo dire che invece i due fratelli di Artena hanno fatto parecchio: hanno ucciso un essere umano, certo, un ragazzo per bene. Ma oltre a questo hanno fatto scoppiare una scintilla, hanno acceso una miccia. La storia di Willy Monteiro Duarte, quella morte tragica che ha messo fine a una vita allegra, ha provocato uno slancio sentimentale collettivo. Che è stato un sentimento profondo, non un impeto superficiale esaurito in pochi giorni come tanti altri fatti di cronaca nera. Willy non è diventato soltanto una “icona”, parola inflazionata che oggi si usa per nobilitare qualunque cosa, pure un paio di calzini o una macchinetta del caffè.
Il suo volto è apparso dappertutto, così sorridente che davvero si fatica a immaginare una figura tanto mite al centro di una rissa. A Willy sono stati dedicati monumenti, sculture, murales, magliette, opere di pop-art come quella in cui viene disegnato nei panni di un Superman nero; a Colleferro gli è stata intitolata una piazza; su di lui sono state scritte canzoni, girati documentari, pubblicati diversi libri (compresa l’autobiografia firmata da uno dei suoi assassini) ed è in arrivo l’immancabile film sulla sua storia, l’uscita è annunciata per il 19 novembre.
IL DIBATTITO
Immagini e parole, tantissime parole, non solo di circostanza perché, accanto all’inevitabile retorica che ogni grande evento di cronaca richiama, ci sono state anche riflessioni tutt’altro che banali sulla vicenda dell’ucciso e dei suoi uccisori. Si pensi – solo per fare un esempio – al dibattito per certi versi scabroso sull’opportunità di pubblicare le foto dei fratelli Bianchi, diventati anche loro (tanto per cambiare) “un’icona”, un simbolo del Male che però di quel Male può rischiare di alimentare l’attrattività. E si pensi anche alle centinaia di studenti che inviarono al “Messaggero” i loro scritti, rispondendo all’iniziativa lanciata dal quotidiano nei mesi successivi all’omicidio “Che cosa è importante per me”: un concorso letterario destinato ai soli ragazzi, invitati a scrivere un testo sulle figure di Monteiro Duarte e di Emanuele Morganti (altra vittima della violenza gratuita in un paese del Lazio, Alatri in quel caso).
Ma soprattutto Willy è diventato una legge. La spinta emotiva nazionale scatenata da un omicidio così crudele e così stupido portò il governo Conte a presentare un decreto: nacque il cosiddetto “daspo Willy”, misura che da allora consente ai questori di ordinare il divieto di avvicinamento a un locale, a un quartiere, a un’area abitata. In cinque anni sono stati centinaia se non migliaia i “daspo Willy” adottati in tutte le città d’Italia, e con una fantasia magari un po’ infantile verrebbe voglia di poter contare quante risse sono state evitate, quanti delitti sono stati prevenuti, quante vite chissà sono state salvate. Sarebbe bello poter considerare queste violenze mai accadute un’eredità lasciataci dal ragazzino di Paliano, che non è riuscito a fermare la scazzottata davanti al pub “Duedipicche” ma da allora ha impedito tante altre violenze e scongiurato altre sofferenze.
LE PAROLE E IL SILENZIO
Più che a un Che Guevara da effigiare sulle magliette, Willy potrebbe essere dunque accostato a Giulia Cecchettin, che con la sua morte ha ispirato e dato il nome a una legge “per il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica” come recita il titolo del provvedimento approvato nel 2023. Il destino di Willy e Giulia ha mostrato a una generazione di ragazzi che la violenza e la prevaricazione sono cose da idioti. Basterà? Ovviamente no, e lo vediamo tutti i giorni quando apriamo il giornale e leggiamo di bambini che prendono a sprangate altri bambini, di dodicenni abusate da altri adolescenti. Parlare di Willy e Giulia non basta, ma male non può fare. In uno degli elaborati che gli studenti inviarono al Messaggero, la quindicenne Sara Mancini scrisse: «Viviamo in un’epoca in cui il silenzio è stato quasi del tutto annullato, ma in alcune occasioni è importante parlare per dire qualcosa che valga più del silenzio. Anche se il silenzio ha sempre l’ultima parola».

