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Pena di morte: a Roma il congresso ‘Non c’è giustizia senza vita’ organizzato da Sant’Egidio

Dal 2005 Sant’Egidio ha regolarmente organizzato incontri dei Ministri della Giustizia di Paesi abolizionisti e retenzionisti per creare uno spazio di dialogo tra sistemi differenti di esercizio della giustizia e favorire i processi di moratoria e di abolizione della pena capitale.

Dopo la pausa dovuta alla pandemia Covid19, il tredicesimo Congresso internazionale No justice without life si terrà finalmente in presenza, a Roma, il 1 e 2 marzo 2023, presso la Nuova Aula dei Gruppi Parlamentari, alla Camera.

L’importanza fondamentale di questi incontri è dimostrata da una serie di eventi di successo che hanno portato avanti la campagna abolizionista: la firma del Protocollo Opzionale della Mongolia e la sua successiva abolizione de jure della pena di morte (2015); l’eliminazione della pena di morte dal codice penale della Guinea (2016); la firma del Protocollo ONU sulla pena di morte della Costa d’Avorio (2013); l’abolizione da parte del Burundi (2009), del Togo (2009), del Gabon (2010), della Repubblica Centrafricana (2022) e Zambia (2022).

Alla tredicesima conferenza parteciperanno ministri della Giustizia e rappresentanti di oltre 20 Paesi che sono abolizionisti de iure o de facto (come Burkina Faso, Liberia, Malawi e Zambia) insieme a Paesi mantenitori (come Etiopia, Indonesia, e Sud Sudan). Discuteranno su come arrivare ad una progressiva abolizione della pena capitale e su come contrastare anche le esecuzioni extragiudiziali e i linciaggi, spesso provocati dalla diffusione di un linguaggio e di una cultura dell’odio, il vero nemico da sconfiggere per umanizzare le società e liberarle dalla violenza.

Interverranno, tra gli altri, Abdellatif Ouahbi, ministro della Giustizia del Marocco, Arnaud Djoubaye Abazene, Ministro della Giustizia della Repubblica Centrafricana, Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia italiano, e Mario Marazziti, coordinatore per la Comunità di Sant’Egidio della Campagna per l’abolizione della pena di morte.

Dopo la risoluzione per la moratoria dell’Assemblea generale dell’ONU, che lo scorso 15 dicembre ha ottenuto un sostegno record (125 voti favorevoli, 37 contrari e 22 astensioni), l’incontro vuole consolidare le relazioni tra i paesi abolizionisti e offrire ai paesi mantenitori l’opportunità di consulenza legale sullo sviluppo di progetti di legge per una moratoria o l’abolizione della pena capitale.

Era il 10 dicembre del 1948, quando l’Assemblea Generale dell’ONU approva la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e quasi tutti gli Stati membri di allora avevano la pena di morte nei propri codici penali. La Dichiarazione non ne fa menzione, limitandosi a generiche considerazioni: all’articolo 3 afferma che ‘ogni individuo ha diritto alla vita’ e all’articolo 5 che ‘nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti’. Restava quindi ai singoli Stati il compito di decidere se la pena di morte fosse da abolire.

Dopo moltissimi anni, proprio a Roma, è stato approvato lo Statuto della Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità. Firmato nel 1998, entrato in vigore nel 2002 e modificato nel 2010, è il risultato di una serie di tentativi per la costituzione di un tribunale sovranazionale.

Lo Statuto della Corte si presenta oggi come la base giuridica più compiuta che definisce i crimini di genocidio (art. 6), i crimini contro l’umanità (art. 7), i crimini guerra (art. 8) e, dopo la Conferenza di Kampala del 2010, anche l’ aggressione (art. 8-bis), ovvero l’attacco illegittimo contro la sovranità degli Stati, in violazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite.

Gli Stati non possono più uccidere per le violazioni della vita che vogliono esemplarmente punire.

Valeria Zanatta

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