Lectio magistralis del cardinale Pietro Parolin in occasione dell’inaugurazione, mercoledì mattina 15 ottobre 2025, del Centro di studi e sviluppo dell’Intelligenza artificiale a Roma, presso l’Istituto superiore di sanità. Ne estrapoliamo alcuni passi suscettibili di spingere a una riflessione profonda su un tema delicatissimo e di grande importanza per tutti noi.
. (Grande sfida antropologica) Ci troviamo di fronte a una delle più grandi sfide tecnologiche e, soprattutto, antropologiche del nostro tempo. Una sfida che ci interpella non solo come scienziati, politici o imprenditori, ma come esseri umani, custodi di una dignità intrinseca che nessuna macchina potrà mai replicare o sostituire. Oggi guardiamo a un ambito particolarmente delicato e prezioso: la ricerca medica e la cura della persona. In nessun altro campo, forse, la promessa dell’intelligenza artificiale si manifesta con tanta forza, e in nessun altro campo i rischi etici richiedono una vigilanza altrettanto acuta. Parliamo della salute, del corpo, della vita e della morte; parliamo del mistero della sofferenza e della speranza della guarigione. Parliamo, in ultima analisi, del santuario della persona umana e delle domande più profonde e radicali che caratterizzano la nostra esistenza.
. (Magistero sociale di Leone XIII, dopo aver citato Benedetto XVI e Francesco) Questo richiamo alla centralità della persona e al bene comune non è una novità nel magistero sociale della Chiesa. Risuona con forza l’eco di quanto, più di un secolo fa, un altro Pontefice di straordinaria visione, Leone XIII, scriveva di fronte a una diversa, ma per certi versi analoga, rivoluzione: quella industriale. Nell’enciclica Rerum novarum, egli ammoniva una società inebriata dal progresso industriale a non dimenticare la dignità inalienabile del lavoratore. “È vergognoso e disumano”, scriveva nel 1891, “abusare degli uomini come di cose per guadagno, e non stimarli più di quello che valgono i loro nervi e le loro forze”.
. (L’uomo non è riducibile a un ‘profilo’, la Rome Call for AI-Ethics) Oggi, le parole di Leone XIII ci interpellano con una nuova urgenza. Se ieri il rischio era ridurre l’uomo a “forza muscolare”, oggi il rischio è ridurlo a un insieme di dati da processare, a un “profilo” da analizzare, a un caso statistico da cui trarre conclusioni probabilistiche. La tentazione è quella di trattare le persone “come di cose per guadagno”, (…) La grande lezione della Rerum novarum, valida per la rivoluzione industriale di ieri e per quella digitale di oggi, è che il fine ultimo di ogni progresso, di ogni sistema economico e di ogni tecnologia deve essere la persona umana, nella sua interezza e nella sua sacra-lità. Per questo, la Santa Sede, attraverso il Dicastero per la Cultura e l’Educazione e la Pontificia Accademia per la Vita, ha promosso e sostenuto con convinzione iniziative come la “Rome Call for AI Ethics”. Un appello che delinea alcuni principi irrinunciabili che devono guidare lo sviluppo e l’implementazione di queste tecnologie: trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità, affidabilità, sicurezza e privacy.
. (Intelligenza artificiale e sanità, le promesse) Questi principi assumono un peso specifico e drammatico quando li applichiamo al campo della sanità. Pensiamo alle immense promesse. Algoritmi capaci di analizzare immagini radiologiche con una precisione superiore all’occhio umano, identificando patologie in stadi precoci. Sistemi in grado di accelerare la scoperta di nuovi farmaci analizzando in poche ore una mole di dati che richiederebbe decenni di lavoro a un gruppo di ricercatori. Piattaforme che possono personalizzare le terapie oncologiche sulla base del profilo genetico del singolo paziente, massimizzando l’efficacia e riducendo gli effetti collaterali. Strumenti per ottimizzare la gestione delle risorse ospedaliere, garantendo un accesso più equo alle cure anche nelle regioni più remote e povere del pianeta. Questa è l’intelligenza artificiale che vogliamo: uno strumento potente al servizio della vita, un alleato dell’uomo nella lotta contro la malattia e la sofferenza.
. (Intelligenza artificiale e sanità, i rischi) Tuttavia, accanto a queste luci, dobbiamo riconoscere le ombre, i pericoli che richiedono un discernimento etico rigoroso. Il primo e più grande rischio è la de-umanizzazione della cura o la disgregazione dell’atto medico, un’unica compromissione esistenziale tra medico e paziente, in una serie di calcoli o processi tecnici. La relazione medica non è un semplice scambio di informazioni tra un fornitore di servizi e un utente. È un’alleanza terapeutica, un patto di fiducia tra due persone.
. (Un algoritmo non può stringere una mano) Un algoritmo può fornire una diagnosi, ma non può offrire una parola di conforto. Può calcolare un dosaggio, ma non può stringere una mano. Può ottimizzare un protocollo, ma non può partecipare con empatia al mistero del dolore. Il rischio è che il medico, oberato da pressioni burocratiche ed economiche, deleghi alla macchina non solo il calcolo, ma anche il giudizio, trasformandosi da clinico saggio a mero supervisore di un processo automatizzato. Dobbiamo lottare perché la tecnologia rimanga uno strumento di supporto alla decisione del medico, non un sostituto della sua umanità.
. (Evitare un apartheid sanitario) Il secondo rischio è quello della discriminazione algoritmica. Gli algoritmi imparano dai dati con cui vengono addestrati. Se questi dati riflettono i pregiudizi e le disuguaglianze esistenti nella nostra società, l’intelligenza artificiale non farà altro che replicarli e amplificarli, creando un nuovo e perverso “apartheid sanitario”.
. (Responsabilità per gli errori sanitari) Vi è poi il nodo cruciale del-la responsabilità. Se un algoritmo commette un errore diagnostico con conseguenze fatali, chi ne risponde? Il medico che si è fidato? L’ospedale che ha acquistato il software? L’azienda che lo ha sviluppato? L’ingegnere che ha scritto il codice? La mancanza di chiarezza su questo punto rischia di creare una “irresponsabilità di sistema” in cui, alla fine, nessuno è veramente responsabile e la vittima non trova giustizia.
. (La minaccia della cultura dello scarto) Infine, non possiamo ignorare la minaccia che l’efficienza algoritmica possa allearsi con quella che Papa Francesco ha definito la “cultura dello scarto”. In un mondo ossessionato dalla performance e dall’utilità, quale sarà il valore assegnato da un algoritmo alla vita di un anziano con patologie multiple, di un malato terminale, di un nascituro con una grave malformazione? Il rischio è che si sviluppino sistemi che, sulla base di calcoli costi-benefici, suggeriscano di sospendere le cure, di negare un tratta-mento, di considerare una vita “non degna di essere vissuta”.
. (Ogni vita ha un valore infinito) Qui tocchiamo il cuore della nostra etica. Per noi, ogni vita ha un valore infinito, dal concepimento alla morte naturale, un valore che non dipende dalla sua utilità, dalla sua produttività o dalla sua perfezione fisica. La dignità umana viene prima di ogni calcolo.
. (Non rifiutare la tecnologia) Cosa fare, dunque? Rifiutare la tecnologia in un impeto di nuovo luddismo? No, questa non è mai stata la via della Chiesa. La via è quella del governo umano e umanistico della tecnologia.
. (La decisione finale sempre nelle mani di un essere umano) I medici, gli infermieri, i manager della sanità devono essere dotati degli strumenti culturali e critici per dialogare con queste nuove tecnologie, per comprenderne i limiti e per mantenere sempre il primato della decisione umana. La decisione finale, specialmente quando sono in gioco la vita e la morte, deve sempre rimanere nelle mani di un essere umano, capace di integrare i dati della macchina con i valori della prudenza, della compassione e della saggezza.
