L’isteria e le altre
Nel mese dedicato alla sensibilizzazione sull’endometriosi parliamo del sospetto che grava sulle patologie femminili
Quando ancora non esisteva lo stress come diagnosi generica con funzione di calderone rispetto ad una pletora piuttosto eterogenea di sintomi e la paziente era una donna, la diagnosi che i medici più spesso pronunciavano era: isteria. Malattia di genere con un curriculum di tutto rispetto, visto che già le sue caratteristiche venivano abbozzate in un papiro egizio del 1900 a.C. (il cosiddetto Papiro Eber), dove le afflizioni femminili erano attribuite a movimenti anormali dell’utero. Il termine esatto venne però coniato nel V secolo a.C. da Ippocrate, che suggeriva come cura per “il grembo errante” una attività sessuale più assidua e controllata.
Saltando alcuni passaggi intermedi, che hanno trasferito la malattia a diverse latitudini senza cambiarne essenzialmente il nucleo interpretativo fondamentale, la diagnosi di isteria è stato il terreno su cui Sigmund Freud ha iniziato a strutturare la teoria e la pratica della psicoanalisi. I celebri casi clinici dell’esordio della clinica psicoanalitica affrescano l’immagine di giovani donne costrette dall’inibizione sessuale connessa all’educazione borghese a tradurre sul corpo sintomi eccentrici che avevano la funzione, ad un tempo, di soffocare e mostrare la propria matrice sessuale.
Oggetto complesso e bruciante il corpo femminile nelle rivendicazioni politiche dei secoli più recenti, in cui convergono le voci plurali del femminismo e i giudizi, sia quelli veri che quelli capziosi, su di esso. Tanto che spesso sembra che del femminile non si possa parlare senza calpestare un campo minato o senza denunciare un’ignoranza culturale grave.
Recentemente, abbiamo assistito alle polemiche intorno alle dichiarazioni di Beatrice Venanzi che, durante il Festival di Sanremo, ha detto di preferire per sé l’appellativo di direttore d’orchestra piuttosto che direttrice.
Abbastanza per sollecitare un parere dell’Accademia della Crusca e la profusione di commenti di deplorazione, più o meno autorevoli, che sono fioriti ovunque.
Dire che tanta insistenza non è che la conferma di una posizione di inferiorità è verosimile, a patto che si mantenga questo discorso su un piano culturale, sociale e politico, evitando di trasferirlo nudo e crudo a posture e sentimenti individuali. Sembra banale dirlo, ma spesso è questo il vero gap del discorso sul femminile: la personalizzazione. Non bisogna essere una donna che percepisce di non meritare il proprio successo professionale per sostenere che c’è bisogno di promuovere azioni che favoriscono una più ampia e più democratica partecipazione delle donne al mondo del lavoro, ad esempio.
Ne ha parlato Draghi nel suo recente discorso al Senato: “Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro”.
Ma quindi ha senso parlare, sul piano psicologico, di femminile e maschile? Esistono delle caratteristiche archetipiche che costellano un universo specifico di tratti che differenziano i generi? Quando si definisce il maschile – dal punto di vista dell’energetica psichica – come, ad esempio, diretto all’obiettivo, analitico, razionale ed il femminile come inclusivo, sintetico, emotivo, stiamo utilizzando categorie che sarebbe meglio abbandonare del tutto?
Quando, saltando da un pianeta all’altro, si parla colloquialmente di Marte e Venere per sottintendere un certo tipo di caratteristiche differenziate dal punto di vista del genere, si sta insistendo su posizioni secolari perniciose?
Si può mantenere il senso della differenza senza caderci dentro in modo troppo concretistico?
Riflessioni non banali, se non si vuole in nome del politically correct livellare le differenze o, al contrario, passare da una rivendicazione che osanna la differenza ad una che la nega a seconda della convenienza del momento.
Marzo è il mese della sensibilizzazione nei confronti dell’endometriosi, una malattia invalidante che colpisce le donne e che molto spesso viene diagnosticata con grandissimo ritardo, gravata dal pregiudizio culturale (e medico) che le pazienti esagerino il loro malessere, come in altre patologie croniche, ad esempio la fibromialgia (nel 2017 Lady Gaga ha fatto un appello per sensibilizzare l’opinione pubblica su questa malattia che le provoca dolori terribili) o la vulvodinia. Non c’è donna a cui non è stato detto almeno una volta nella vita che i suoi siano sintomi isterici, riferendosi con malizia proprio a quella commistione di somatico ed emotivo che sembra gorgogliare come una strana creatura nel dolore femminile. Non c’è donna che, soffrendo di una malattia che coinvolge l’apparato sessuale, non si sia sentita in crisi rispetto alla propria identità. E questo anche perché sul piano della dimensione collettiva inconscia scontiamo un lungo portato di discriminazione fattuale e intellettuale, a prescindere dal livello di differenziazione del nostro atteggiamento cosciente.
E a questo tema dedicheremo anche un convegno, il 27 marzo, con professionisti di diversa provenienza che lavorano su questa patologia.
Per prenotarti e partecipare all’evento vai su: https://festivalpsicologia.it/argomenti/endometriosi-psicologia
Fonte: festivalpsicologia.it
