Riportiamo di seguito un articolo di Angelo Argento, Presidente di Cultura Italiae, pubblicato su Avvenire
La democrazia non si difende alimentando la paura. Il suo futuro non vedrà più un confronto destra contro sinistra. La nuova frattura politica dell’Occidente potrebbe attraversare le categorie del Novecento. Da una parte chi risponde alla paura semplificando il mondo e promettendo di richiuderlo dentro i confini nazionali. Dall’altra chi prova a governarne la complessità costruendo comunità politiche più ampie. Non populismo contro élite, dunque, ma politiche populiste contro politiche popolari. Per due secoli abbiamo pensato la politica lungo una linea: destra e sinistra. Ma potrebbe non essere più questa la frattura decisiva del nostro tempo. Il XXI secolo, però, sta facendo emergere un conflitto che le attraversa tutte: quello tra due modi opposti di reagire alla complessità e, soprattutto, alla paura che essa produce. La loro forza nasce spesso dalla capacità di offrire risposte immediatamente comprensibili a problemi enormemente complicati: recuperare sovranità, chiudere frontiere, proteggere il mercato nazionale, ridurre il peso delle istituzioni sovranazionali, contrapporre il popolo alle élite. Liquidare queste paure come irrazionali sarebbe il modo migliore per rafforzare chi le utilizza politicamente. Il problema è un altro: le risposte semplici non rendono semplice la realtà. Il paradosso del nostro tempo è che, mentre una parte della politica propone di recuperare sicurezza restringendo lo spazio politico, quasi tutti i problemi decisivi stanno diventando più grandi degli Stati. A problemi sempre più grandi rischiamo di rispondere costruendo comunità politiche sempre più piccole. Non tra populisti e antipopulisti – definizione debole, perché costruisce un’identità politica soltanto contro qualcuno – ma tra politiche populiste e politiche popolari. Popolare significa partire dalle persone senza trasformare il popolo in una massa impaurita.
È qui che riaffiora la grande lezione del personalismo: prima di ogni appartenenza – di popolo, di nazione, di schieramento – viene la persona, con la sua dignità irriducibile e la sua naturale vocazione alla relazione. La differenza fondamentale sta allora forse in due verbi. Separare o unire. Separare noi dagli altri, il popolo dalle élite, la nazione dall’Europa, il mercato interno da quello globale, l’informazione gradita da quella considerata ostile significa rendere apparentemente governabile un mondo che spaventa. Unire significa fare qualcosa di molto più difficile: comporre interessi differenti, ricostruire il rapporto tra generazioni, avvicinare centro e periferie, tenere insieme crescita e protezione sociale, identità e apertura, sicurezza e libertà. Perché anche la parola sovranità andrebbe liberata da un equivoco. Essere sovrani non significa necessariamente decidere da soli. Significa avere la forza necessaria per poter decidere davvero. Per questo la risposta alla globalizzazione incompiuta potrebbe non essere la deglobalizzazione, ma la costruzione di istituzioni democratiche capaci finalmente di governare l’interdipendenza. Perché la democrazia non è soltanto il governo della maggioranza. È separazione dei poteri, libertà dell’informazione, indipendenza della magi-stratura, pluralismo, corpi intermedi, tutela delle minoranze, limiti costituzionali all’esercizio del potere. Il problema del nostro tempo, quindi, non è soltanto proteggere la democrazia da chi volesse abbatterla. È impedire che possa essere progressivamente svuotata utilizzandone gli stessi strumenti. Le elezioni conferiscono il diritto di governare. Non attribuiscono la proprietà delle istituzioni. Questa sarà probabilmente la sfida delle politiche popolari: rendere semplice il funzionamento delle istituzioni senza rendere semplicistica la lettura della realtà. Non cancellare destra e sinistra. Ma riconoscere un terreno che viene prima della normale competizione politica: le condizioni che permettono a quella competizione di continuare a esistere. Il nuovo confine attraverserebbe allora la destra come la sinistra. Da una parte chi fa della paura uno strumento di mobilitazione e immagina la sovranità soprattutto come separazione. Dall’altra chi cerca nella cooperazione tra popoli, Stati e aree geografiche sempre più vaste gli strumenti per affrontare problemi che hanno ormai la stessa dimensione. Non meno nazioni, dunque, ma nazioni più forti perché capaci di agire insieme. Non meno sovranità, ma una sovranità esercitabile nella realtà e non soltanto proclamata. Perché allargare lo spazio della cooperazione non significa allontanarsi dall’uomo: significa costruire una dimensione politica nella quale la sua libertà e la sua dignità possano ancora essere concretamente difese. Potrebbe essere tra la politica che promette di proteggerci restringendo il mondo e quella che prova a renderci più forti allargando la comunità con cui affrontarlo. La democrazia, in fondo, non è mai stata una tecnica per eliminare la complessità. È il difficile tentativo di permettere a persone diverse di governarla insieme.
