«L’amicizia di Gesù ci ricorda che Dio mette una virgola dove noi credevamo possibile solo un punto finale.» L’amicizia è uno dei valori più importanti per ognuno di noi, ma anche un aspetto della vita così naturale, e a volte dato per scontato, che raramente ci fermiamo a riflettere su cosa significhi davvero la parola “amico”. Se ci pensiamo, l’amico è chi cammina sempre al nostro fianco, anche se separato da migliaia di chilometri o da decine di anni di distanza: nell’amicizia, il lontano e la distanza sono dimensioni del tutto relative. Così come il silenzio e la parola: gli amici parlano una lingua tutta loro, basta un cenno per capirsi a fondo. O un solo sguardo. Con gli amici costruiamo una storia che è sacra, anche se ci sembra fatta soltanto di cose semplici e del tutto umane. L’amicizia, poi, acquisisce una dimensione universale quando supera i confini per unire nel suo abbraccio popoli diversi, rendendo così il mondo un posto migliore, un luogo di pace. L’amicizia è un miracolo che conserva serenamente l’apparenza che non vi sia proprio alcun miracolo. È di questo miracolo che ci parla, in modo tanto diretto quanto poetico, José Tolentino de Mendonça, regalandoci un libro che è un vero e proprio inno all’amicizia, fonte inesauribile e generatrice di valori e azioni positive, esperienza fondamentale per riportare la luce nel nostro presente.
Il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del dicastero per la Cultura e l’educazione, è in libreria con il suo nuovo libro Amicizia. Un incontro che riempie la vita, uscito per Piemme (pagine 174, euro 18,90), del quale Avvenire ha proposto qualche giorno fa il capitolo iniziale per gentile concessione di Mondadori Libri S.p.A.
Ne riportiamo qui di seguito un brevissimo estratto: «Viene sempre un momento in cui dobbiamo dirci: “la cosa più importante non è capire”, “la cosa più importante è abbracciare”, e abbracciare anche ciò che non comprendiamo. Perché la grandezza dell’abbraccio sta nel suo arrivare, spesso, dove la comprensione non arriva. E questo perché l’abbraccio, fermandosi al di qua della pelle, accetta la separazione ontologica che è significata dalla pelle dell’altro. Il capire postula un’interpretazione esaustiva, sogna una mappa stabile, alimenta la volontà di decriptare il segreto. L’abbraccio riconosce che esiste una pelle, da una parte e dall’altra, e che anche nell’intimità questa pellicola si mantiene».
