Riportiamo le lettere ricevute per la rubrica “Caro Direttore” di Luca Dini sulla rivista Effe:
Paola racconta il calvario di suo figlio, fra autismo, depressione e solitudine. Luciana spiega come è riuscita a rimettersi in contatto con il nipotino.
Caro direttore,
dopo aver letto, sul n. 13, l’articolo di Daniele Mencarelli sull’autismo e la lettera di Roberta sulle sue bambine con disturbi dell’apprendimento, vorrei consegnarle la storia di mio figlio A., diagnosticato intorno ai vent’anni come facente parte dello spettro autistico ad alto funzionamento.
Era stato un bambino precocissimo nello sviluppo cognitivo, problematico nel funzionamento sociale, di cui la scuola, dall’asilo al liceo, sapeva solo rimandare l’immagine di «strano, poco socievole, antipatico». Spesso invisibile. E a disagio. Erano anni in cui la mancanza di una diagnosi precoce rendeva difficile per tutti, a partire da noi genitori, affrontare un labirinto indecifrabile. La mancanza di autostima, il sentirsi sbagliato, la tendenza alla depressione.
Certo, non era autismo grave. Ma fatta la diagnosi, che per molti adulti dicono sia un sollievo perché dà un senso alle difficoltà affrontate, fummo lasciati soli alla ricerca di chi potesse curare le cosiddette comorbidità. Nel caso di A., i disturbi dell’umore.
A. è diventato adulto, si è laureato e ha lavorato, sempre scegliendo attività routinarie e poco appaganti, ma che lo tenessero “all’ombra”, per non soffrire di più. Aveva anche trovato l’amore e, da un anno, conviveva con una donna.
Mentre A. prepara la cena, la fidanzata rincasa, gli dice che ha un altro e se ne va. A. non capisce, pensa di poter riparare il rapporto. Il 14 marzo, a 32 anni, si uccide. Lei gli ha detto che non voleva più andare avanti: lui lo scrive nelle 18 pagine che ci ha lasciato, in cui racconta la sua vita, il suo abisso.
L’autismo è un modo di essere, ma la depressione è una malattia.
«Signora», mi dissero dieci anni fa, «l’autismo non si cura con i farmaci». Spero in un futuro in cui i bambini e i ragazzi diagnosticati, e i loro genitori, non vengano lasciati soli di fronte alle difficoltà.
Maneggiate con cura le persone fragili. Vale per tutti, anche per noi
col cuore spezzato. Paola
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Le scrissi, tempo fa, commentando la lettera di una nonna “cancellata”: mi trovavo nella stessa situazione. Lei mi pubblicò e mi mandò l’indirizzo di un’altra nonna che si rispecchiava nella mia storia: sapere che di situazioni così ce n’è tante mi ha raddrizzato un pochino. Ma non mi sono rassegnata al disamore, e mi sono aiutata con piccole strategie, insinuandomi nel vuoto affettivo messo in atto da mio figlio.
Un messaggino della buonanotte, una breve telefonata per la gara vinta, una più lunga quando ho scoperto che ora porta fuori il cane, un incontro “casuale” quando va in piscina: sono riuscita a rendermi visibile agli occhi del mio nipotino tredicenne a dialogare con lui, che è affettuoso.
Piccole oasi di amore, visitate di nascosto. Ho capito che anche io gli manco, ma questo è l’unico canale di cui possiamo disporre. Me lo faccio bastare.
Quanto amore sprecato: per punire me, mio figlio impoverisce lui. Sono anziana, di tempo non ce n’è più tanto per lasciare in mio nipote qualcosa in più di queste deboli tracce. Chissà se un domani riuscirà a dire «mia nonna» materializzando una persona reale, un amore non vissuto. Luciana P.
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Luciana, le auguro che suo figlio si penta, ma suo nipote le vuole bene per lui sarà sempre «mia nonna».
Paola non ho parole che rendano giustizia al suo dolore: solo grazie per la fiducia che ci ha concesso, e l’abbraccio più grande che c’è.
Fonte: Luca Dini, Rivista Effe
