Bisogna ammettere, con molta onestà intellettuale, che nella storia il cammino ontologico o lessicale di quella realtà che oggi viene definita ‘Diversa abilità’ è stato molto lungo e tortuoso.
Ciò, anche se tale definizione sia meglio di ‘Ammalato’, ‘Handicappato’ o ‘Disabile’, non toglie che la strada è ancora tanta da fare. Come infatti, anche se sotto il lato legislativo potrebbe dirsi che siamo a buon punto, non tutti i locali pubblici, e soprattutto quelli privati, si può sostenere che siano a norma con le leggi vigenti; e ciò non soltanto per il fattore datale della loro costruzione, ma anche per ragioni culturali.
Su quest’ultimo argomento ne parleremo in un’altra occasione, anche perché non si possono rispettare le leggi a tutela delle diversità umane se prima non si comprende a pieno che come persona si nasce, limiti si possiedono e con ciò, non sempre quello che vede l’occhio combacia con il vero, poiché l’apparenza non è sempre la realtà!
A tal proposito, va aggiunto e meglio specificato che, sebbene sia vero che il reale non può essere cambiato, altrimenti non sarebbe autentico, di certo o almeno nel possibile può essere modificato, migliorato, alleggerito perlomeno sotto forma linguistica. Sembra una banalità, ma l’uso delle parole non porta solo con sé il nome delle cose, la possibilità di comunicare tra di noi e molto altro, ma usate male possono forviarci dalla realtà, creando in noi stessi delle occulte indifferenze morali, che ci portano a confondere l’Uguaglianza con la Similitudine e le limitazioni soggettive con l’Anormalità dell’essere semplicemente e autenticamente, ‘Persona’.
Un esempio concreto su ciò che stiamo dicendo, lo troviamo, come dicevamo all’inizio della nostra conversazione, riflettendo sul lungo e travagliato percorso lessicale o linguistico, che nel corso dei secoli si è registrato nei confronti delle difficoltà e limitazioni oggettive oppure pratiche della persona. ‘Ammalati’, ‘Handicappati’, ‘Disabili’, ‘Diversamente abili’ e così via.
Perché così via?
Per il semplice motivo che, sicuramente, un domani si troveranno altre definizioni o sinonimi più adatti e meno offensivi per i soggetti cosiddetti non ‘Autosufficienti’, come si suole dire. A tal proposito, permettetemi di sottolinearlo: nonostante tutto, è meglio apparire tali, che essere considerati ancora oggi degli ‘Invalidi civili’. Prima di tutto perché la validità o l’invalidità si dà agli oggetti e alle cose e, secondariamente, perché secondo la lingua italiana se l’essere incivile prefigura l’essere seduti su un trono a rotelle, non possedere il dono della vista o avere delle difficoltà e limitazioni cognitive – ‘Disabilità mentale’, non saprei proprio come si potrebbero definire o nominare quelle maestre d’asilo che picchiano dei bambini in tenere età, quegli uomini che uccidono la propria ragazza, la moglie o compagna che sia, perché vorrebbero lasciarli o l’hanno già fatto, compresi quelli che nelle case di riposo e istituti abusano di anziani o disabili, che non possono difendersi da soli.
La stessa ambiguità o fuorviante realtà, la troviamo non soltanto tra i termini ‘Handicap’ e ‘Disabilità’, nel senso che, se il primo può essere o rappresentare una difficoltà nel comprendere qualcosa, il secondo significa semplicemente ‘Limitazione in un qualcosa’, che non è detto che sia irraggiungibile, giacché come non devono essere gli ostacoli a frenarci, in egual misura è il nostro credere, la nostra forza di volontà che ci guida o ci suggerisce come poter raggiungere l’obiettivo.
Facendo finta di tralasciare questo discorso, che completeremo durante la nostra riflessione, incominciamo col dire che l’essere ammalato o la malattia, non ha nulla in comune con l’avere o con il possedere una qualsiasi forma di disabilità. L’essere ammalati significa ‘Essere colpiti da un malessere fisico di breve o lunga durata’. Oltre tutto è considerata tale, anche una grave o pericolosa dipendenza, come lo è il gioco d’azzardo, l’alcolismo e molto altro. Tutto ciò che si tramuta in dipendenza soggettiva viene curata come malattia e non perché si vuole offendere colui che è affetto di dipendenza, ma semplicemente perché lo star bene dipende anche dalle nostre indipendenze. Esse, come possono distruggere la nostra serenità interiore, producono anche del male a coloro che ci circondano. Detto in semplici parole: ogni tipo di dipendenza, quando assume un carattere patologico, non solo viene definita ‘Malattia’, ma essendo tale necessita di cure specifiche e ben mirate. L’essere disabile, invece, vuol dire ‘limitazione‘ in un qualcosa, che può essere sia di senso pratico, dovuta a una limitatezza di agilità nei movimenti o in quello sensoriale, come dicevamo prima, ma che non ha nulla in comune con la ‘Invalidità civile’. Semmai, semplicemente, potrebbe essere associata al concetto di Speranza, quella in particolare che si ha nel momento in cui proviamo o ci troviamo in uno stato di malessere.
Quando si è ammalati, la speranza di guarigione si ripone o per meglio dire, ci si affida non soltanto sulla preparazione e bravura dei medici, sulle nuove tecnologie e quant’altro, ma principalmente sulle medicine, le cure, nella riabilitazione e via dicendo. Cioè, la nostra speranza di guarigione non è qualcosa racchiusa semplicemente nelle nostre mani, bensì in quelle di coloro che si prendono cura di noi e del nostro benessere. Tutto sta nella loro preparazione e nella capacità non solo di individuare la radice e il motivo del nostro malessere fisico, ma soprattutto ci affidiamo alla loro capacità d’indovinare la cura giusta, affinché possiamo rimetterci in sesto e affrontare al meglio la nostra quotidianità.
Anche se questo sembra un discorso che non fa una piega, rimane il fatto che nessun tipo di medicina, anche la più perfetta al nostro malessere, può essere miracolosa senza la nostra collaborazione. Essa, almeno nel limite del possibile, dipende molto dal nostro crederci, senza abbandonarsi alla sorte. Ciò significa e vuol dire che, per fare un esempio, è inutile prendere una pillola per la depressione, quando poi non si fa nulla per distrarsi da ciò che è la causa che fa star male.
Anche se la medicina ha fatto passi da giganti in questi ultimi decenni e non solo nei confronti delle malattie veneree, come l’Aids, ma soprattutto rispetto a quello dei tumori giacché, non si muore più col cancro al seno, al pancreas e molto altro. Ciò non significa che essa fa miracoli, se non siamo noi stessi per prima a collaborare con i medici e con il nostro spirito emotivo. Forza e coraggio, dunque.
Come dicevamo poco fa, anche se la guarigione di una malattia è dipesa dalla preparazione e dalla bravura di un medico e da una cura appropriata, va anche detto che un atteggiamento positivo ci aiuta, rinforzandoci nella speranza, che significa, non abbandonarsi al primo ostacolo o delusione, ma cercare nuove strade, facendo tentativi sotto l’aspetto curativo e riabilitativo. Ciò significa che bisogna avere la Speranza come riferimento fondamentale, che ha come obiettivo il nostro benessere fisico, oltre che sensoriale, giacché chi sta male fisicamente lo è anche spiritualmente.
Detto ciò, e messo in evidenza che per la guarigione di una qualsiasi malattia si ha bisogno dell’attenzione di un altro nostro simile, preparato o specializzato in un settore specifico, che è il supporto medico, per la Disabilità bisogna osservare subito che se fosse una malattia, com’era considerata nel passato e per certi versi lo è tuttora, con quale medico specialistico potrebbe cessarla? Oltre alla fisioterapia e altre discipline, come ad esempio il linguaggio e via dicendo, non credo si possa andare.
Innanzitutto bisogna dire con molta chiarezza e onesta intellettuale, che come si può considerare o chiamare malattia un qualcosa che avviene dopo la nascita, in egual misura, la Disabilità è un qualcosa che come nasce con soggetto, può anche comparire in vari modi, come tutti ben sanno, può verificarsi con incidenti d’auto, sul lavoro, con brutte cadute accidentali e quant’altro.
Sì, lo so. È brutto doverlo osservare, ma è doveroso purtroppo prendere coscienza che come malattia si può definire solo un malessere fisico di breve o lungo periodo, fino a raggiungere la morte, disabili, invece, come si nasce lo si può pure divenire. E se anche nella nostra apparente autonomia nessuno può o potrebbe sostenere d’essere immune da limitazioni oggettive o sensitive, la realtà dimostra il contrario.
Detto questo, ritornando sul perché la malattia e la disabilità sono legati dal sostantivo ‘Speranza’, credo che sia sufficiente riflettere per un attimo su qual è la prima cosa che facciamo quando abbiamo un semplice mal di testa o di denti. Di certo e senza alcun dubbio, è quella di correre subito alla ricerca di un antidolorifico, perché non lo sopportiamo, stiamo male; ci disturba anche moralmente ed emotivamente. È ovvio quindi che un semplice mal di testa, denti o altri malesseri passeggeri non potranno mai essere paragonabili a un diabete o a una patologia più grave e seria, come lo è un tumore; quest’ultima patologia, infatti, è molto più legata alla speranza del progresso della medicina.
Ora, se provassimo a prendere in esame il termine ‘Disabilità’, ci si accorge che definirla come una ‘Mancanza di una determinata capacità’, perché è questa la spiegazione o la definizione che si legge e che danno i nostri dizionari di lingua italiana, non è affatto vero che essa impedisce di perseguire degli obiettivi. E ciò, non soltanto perché essa è nel concreto sinonimo di ‘Limitazione’, soprattutto perché sotto l’aspetto delle destrezze umane è dimostrato che la capacità si acquista tramite prove e tentativi sul come poter raggiungere lo scopo o il miglior risultato possibile. Le limitazioni, abbiamo dimostrato tante volte, si superano attraverso la forza di volontà, poiché il tutto sta nel crederci e nel non abbandonarsi mai al primo fallimento. In gergo significa, in una piccola frase: Credere in un sé stesso.
FARE LA PRATICA.
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Questo piccolo esempio ci può aiutare a comprendere che è pur vero che un’efficace scioltezza o agilità dei o nei movimenti ci favorisce nel proprio fare, Il poter raggiungere un qualcosa, che si basa e realizza non soltanto attraverso la forza di volontà, che si ha, ma sta nella caparbietà di voler trovare il modo o il verso giusto affinché si raggiunga quel specifico risultato o scopo. Infatti, non importa il metodo che si usa per superare una specifica difficoltà. L’importante è raggiungere l’obiettivo, giacché siamo noi che dobbiamo adeguarci ai nostri movimenti e tramite essi crearci una propria inedita destrezza.
Dunque. Se per aver la possibilità d’accendere un accendino, non occorre che una delle nostre mani possegga una minima agilità motoria da permetterci d’impugnarlo in modo corretto e, contemporaneamente, il nostro pollice possegga o sia abbastanza agile da poter girare la rotellina che serve a causare la scintilla della pietrina, in modo da cadere o fermarsi sul pulsantino che serve per la fuoriuscita del gas, bensì bisogna semplicemente adeguare i propri impedimenti motori con un esercizio in grado di poter raggiungere l’obiettivo.
Di questi esempi ne potremmo fare moltissimi, come il dovermi appoggiare il telefonino su una coscia per schiacciare il pulsante della risposta o aver la possibilità di comporre il numero e tanti altri movimenti che si rendono necessari per il suo utilizzo. Ma non è questo che c’interessa, anche perché come ognuno di noi appartiene a un sé stesso ed ha un proprio modo di fare, allo stesso modo si può rilevare che non è la disabilità che limita, bensì. la volontà che crea. In egual misura, le diverse abilità, proprio perché diverse, sono altro e appartengono a quei comportamenti o reazioni che vanno fuori da un’acquisizione di una responsabilità civica, come può essere considerata quella di educare bambini di scuola materna, attraverso abusi e violenze gratuite, ammazzare la propria moglie, compagna o fidanzata perché non ci vuole o ama più, maltrattare disabili e anziani in una casa di riposo e molto altre cose che ben conosciamo.
Soltanto quando capiremo che il saper dipingere tenendo un pennello tra i denti o tra le dita dei piedi, non è per nulla un’abilità diversa, ma il risultato concreto del saper cercare il modo del come poter raggiungere quel determinato obiettivo o meta, non sarà difficile perciò comprendere che come una buona diagnosi ci permette d’indovinare la cura precisa di una malattia, il credere in un sé stesso ci dona la forza di volontà di educare le nostre limitazioni motorie per la conquista del nostro poter raggiungere.
Nessuna agilità motoria, anche quella più sciolta, sarebbe in grado di realizzare una persona. Soltanto con il raggiungimento di cale consapevolezza si potrà comprendere che come persone si nasce e limiti si hanno, in egual misura, come la Malattia si cura, la Disabilità si educa.
