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mercoledì, 7 Ottobre, 2026

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Nei carrugi di Genova con don Gallo

Riportiamo di seguito l’estratto di un articolo di Massimiliano Castellani uscito su Avvenire sulla figura di don Gallo.

Due anime genovesi si aggiravano per i vicoli della città vecchia, tra via del Campo e piazza don Gallo: una è l’anima laica di Fabrizio De Andrè, l’altra è quella cristiana di don Andrea Gallo, uniti da tante cose a cominciare dalla fede calcistica per il Genoa. Si incontravano di notte, da buoni amici: «Belìn don Gallo lo sai perché ti sono amico? Perché sei l’unico prete che non mi vuole mandare in Paradiso a tutti i costi», confessava Faber, e il Gallo ricambiava assolvendolo: «Io ti sono amico, perché mi hai insegnato che le vite perdute sono le anime salve». De Andrè e don Gallo, idealmente si incontrano ancora nei carrugi , quei dedali misteriosi in cui si annidano le trame esistenziali più svariate, che, da sempre, formano la trama di quel macramè che è l’umanità multietnica di Genova. Di queste due “anime grandi”, resta molto di più che le canzoni poetiche e il piccolo museo di via del Campo dedicato al poeta De Andrè, e la piazzetta del sestiere di Prè, che dal 2014 (l’anno dopo la morte di don Gallo), reca il nome dell’uomo con il megafono, che per tutti qui è semplicemente il “Gallo”.
Megafono in mano, circondato dai suoi figgeu (ragazzini): così don Andrea Gallo appare nel murales restaurato sotto la chiesa del Carmine, di cui fu viceparroco prima del trasferimento a Capraia, maturato in una stagione di tensioni con l’autorità ecclesiastica. Il suo instancabile lavoro tra gli ultimi conviveva infatti con interventi pubblici su questioni come droghe ed eutanasia che lo collocavano lontano dal magistero della Chiesa, alimentando un confronto talvolta acceso. Nato a Campo Ligure nel 1928, ex partigiano, il “Gallo” già all’inizio degli anni Settanta faceva parlare di sé per la scelta di aprire le porte della Comunità di San Benedetto, fondata al Porto, ai tossicodipendenti e agli emarginati, suscitando entusiasmo in molti e perplessità in altri. Un approdo per la peggio gioventù finita in mezzo alla tempesta del male di vivere, per qualcuno quel posto è stato l’ultima ancora a cui aggrapparsi per non morire dentro, ucciso dalla sostanza. Una Casa questa Comunità che allora come oggi sfama il corpo all’osteria marinara, A’ Lanterna di don Gallo, ma soprattutto nutre le anime, specie quelle perse che diventano salve. Nella sua rete salvifica, di chi univa il Vangelo e ai dieci comandamenti i «primi dodici articoli della Costituzione», sono finiti tanti di quei ragazzi dalle vite e le vene bucate che incontrava nelle sue camminate, in cui memore della formazione salesiana, a Varazze, procedeva a passo lento «con i piedi rivolti a terra e lo sguardo rivolto al Cielo».

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