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mercoledì, 7 Ottobre, 2026

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«La stella di Venere, la cometa dell’amore». Omelia del padre abate Bernardo

Riportiamo qui di seguito un estratto de «La stella di Venere, la cometa dell’amore». Omelia del padre abate Bernardo per la professione monastica solenne di dom. Colombano Maria e di dom. Fernando Maria nella Solennità dell’Epifania:

Cari fratelli e sorelle, quella stella che era spuntata per avvertire i Magi dell’imminenza di una manifestazione di amore, misteriosamente, scompare a Gerusalemme e straordinariamente torna ad affacciarsi sul cammino di ricerca di questi straordinari personaggi che sono i Magi, per condurli là dove la stella, con la sua luce, si fa parola vivente, parola di carne, segno concreto, simbolo e cerniera fra cielo e terra, finitezza e infinitezza, umanità e divinità.

Ma stamani, cari fratelli e sorelle, la stella, la stella della parola, la stella dell’armonia inscritta nella bellezza della nostra creazione, quando non la sciupiamo e la maltrattiamo, sorge su questa nuova Gerusalemme, che noi siamo, che voi siete, che questo luogo rappresenta, che la vita monastica osa, per tanti versi, pur con innumerevoli fragilità e contraddizioni, anticipare; una Gerusalemme che riceve, per grazia, dall’amore del Padre l’immane compito di essere manifestazione di una luce che rende le nostre povere esistenze niente di meno che tabernacolo della gloria dell’amore di Dio, nella misura in cui i nostri cuori, lasciandosi lacerare dallo Spirito Santo, diventano, prodigiosamente, fosforescenza di grazia, di mistero e, come ci ha avvertito Isaia, dilatazione, una dilatazione della nostra umanità, in tempi assai difficili per essa, ma che tornano ad essere storia di salvezza ed esperienza di provvidenza, nella misura in cui torniamo a ripensare la nostra umanità arricchita, addirittura trasfigurata, da tutto quello che la nascita del bambino Gesù intende conferire a questo nostro corto pensiero, a questa nostra miopia, a questo nostro arroccarci dentro i perimetri di una autodifesa e autolegittimazione che, inevitabilmente, come Erode, deve ricorrere al potere, al potere, per affermare se stesso e condividere con le logiche del potere ciò che diventa autorizzazione al potere, per ingigantire se stesso, e cioè la paura, il timore, la angoscia, la solitudine, la frammentazione, la contrapposizione, tutto quello che, col potere, diventa un cortocircuito dentro il quale la nostra umanità, fulminata, inevitabilmente si incenerisce.

Qui l’Omelia completa

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