Pubblichiamo qui di seguito l’editoriale con cui Marco Tarquinio lascia la direzione di Avvenire:
Queste righe sono per dire grazie, salutare e dare un arrivederci. Metto il punto, oggi, al più lungo articolo della mia vita di giornalista. Un articolo lungo 14 anni. Scritto mettendoci faccia e cuore e dando certamente impronta a queste pagine d’Avvenire, ma sapendo di essere al servizio e non al comando, e resistendo alla possibilità di farne uno spazio di soliloqui e di duelli (tendenza crescente – ahinoi – in un tempo di leaderismi e bellicismi politici e anche giornalistici). Un articolo lungo 14 anni costruito, anche e soprattutto, valorizzando le belle professionalità e sensibilità delle mie colleghe e dei miei colleghi e il contributo di collaboratori e collaboratrici davvero preziosi.
Ho firmato e ragionato con loro, nella responsabilità esercitata, i loro pezzi. Sarò sempre grato per questo. Ho “rubato” le loro parole e ho offerto le mie, le abbiamo fatte nostre e insieme le abbiamo date ai lettori e alle lettrici che, in dialogo, continuano a restituircele. Abbiamo interpretato lo spartito della cronaca che in modo sempre più concitato si fa storia. E ogni giorno abbiamo consegnato alle pagine, e a chi si fida di noi, un giorno della vita dell’Italia e del mondo e chiavi di lettura dei processi politici e culturali, spirituali ed ecclesiali che si fanno e ci fanno nelle vicende minute e grandi.
Non siamo stati perfetti, i giornali non lo sono mai e i giornalisti non sono algoritmi, né oracoli né profeti, ma siamo stati liberi, fondati e veri nella narrazione e nell’opinione condivisa, cercando di tener fede sempre al dovere dell’onestà. L’unico che conti per chi fa questo mestiere.
Insieme abbiamo raccontato la nostra «casa comune», la terra degli uomini e delle donne e di ogni altra creatura e il cielo di Dio che sta sopra la terra, e sotto al quale nessuno è straniero e clandestino. E insieme, per anni, con chiarezza crescente, abbiamo liberamente scelto la parte dei piccoli e dei deboli, degli scartati e degli impoveriti, dei malati e delle persone isolate e sole, dei diseguali per condizione non per dignità. Senza dimenticare mai, nello sfrigolare aspro dei cortocircuiti generati dagli spacciatori di slogan e di regole contro la solidarietà, le donne e gli uomini che ogni giorno “fanno la cosa giusta” nella scuola e nell’impresa, nelle istituzioni e nelle realtà sociali, nella tutela del creato. Abbiamo dato anche a loro cittadinanza mediatica e prima pagina perché il domani che vogliamo è l’oggi buono che già vivono e fanno vivere.
La parte scelta e riscelta, con fedeltà alla nostra ispirazione cattolica e al mandato dell’Editore, è stata comunque e sempre quella delle vittime, che non devono continuare a esserlo e che non devono più diventarlo né di poteri e sistemi iniqui né di meccanismi più o meno pensanti. È l’unica parte certamente giusta. E per questo, con tutti i “se” e i “ma” che bisogna saper considerare, siamo stati e siamo contro ogni guerra e accanto a coloro che le ripudiano nella vita quotidiana, nella politica e nell’economia, nella cultura e nella tecnoscienza, nella religione, e si caricano della straordinaria e umile fatica di costruire la pace, senza violenza e senza prevaricazione, nel nome di Dio e dell’umanità. Perché la pace è cantiere di fraternità o non è. Mai più, la pace, etichetta formale e prezzo del sangue ancora e sempre versato, ma obiezione alla morte inferta e resistenza al “cainismo” personale e di gruppo o di nazione. In ascolto della voce di papa Francesco e dei suoi predecessori lungo tutto il Novecento e in questo Terzo Millennio e, spalla a spalla, con uomini e donne di buona volontà di ogni visione e tradizione.
I giornali sono vivi se sono comunità di lavoro.
Avvenire lo è, ed è gli uomini e le donne che lo fanno. E io so che sotto la guida di Marco Girardo – grande collega e uomo di valore e di valori – continuerà a esserlo con l’originalità che ognuno di noi porta nel nostro “lavoro intellettuale collettivo” e nella relazione fertile con quanti ci leggono. Sono stato l’ottavo direttore nei 55 anni di storia di Avvenire, con la semplice ambizione di non esserne l’ultimo.
E oggi il nostro giornale c’è, ed è un giornale importante.
Ringrazio l’Editore per la fiducia e la libertà che mi ha dato in questi intensi e bellissimi anni, e per avermi rivolto, assieme al nuovo Direttore, l’invito a esserne ancora – con il mio timbro – una delle voci. Buon Avvenire a tutti.
Qui di seguito il saluto da parte del Direttore di Angelipress Paola Severini:
Buongiorno caro Marco, quest’articolo lungo quattordici anni non finisce qui. Volevo dirti grazie non soltanto da parte mia ma da parte di tutti coloro che, in questi quattordici anni, con milioni di parole, mi hai aiutato a rappresentare, ai quali, spesso insieme, abbiamo restituito la voce. Oggi comincia per te una nuova avventura (quelli come noi non vanno mai in pensione) e quindi ti auguro di continuare a batterti, come hai fatto, senza tregua, per chi da solo non riesce a farcela.Tu puoi e lo farai.Ti aspetto, ti aspettiamo. Paola
