PESSIMISMO
La violenza e la crudeltà umana spesso si rivelano a noi come qualcosa che non può essere fermato o zittito: un sussurro, un lampo che diventa rumore e tempesta. William Golding, veterano della Marina inglese, aveva combattuto nella Seconda guerra mondiale e aveva visto di cosa è capace l’uomo, pieno di hybris e svincolato dalle normali regole sociali. Fu così che si congedò dalla Marina e tornò a fare ciò che riteneva più giusto per lui: insegnare, alle scuole medie, lontano dalle dinamiche di un mondo adulto volto a ricostruirsi sulle macerie della propria distruzione.
Tuttavia, un dubbio pervadeva il pensiero dell’autore inglese: e se il problema non fosse solo il crescere? L’uomo, sin dalla nascita, è definibile “malvagio”?
Golding prese la sua classe e la invitò a fare un’assemblea: dovevano semplicemente autogestirsi, come dei grandi. Tuttavia, qualcosa andò storto: iniziarono a discutere e poi a passare alle mani. Golding dovette intervenire. Forse fu in quel momento che lo scrittore confermò il suo pessimismo antropologico di matrice hobbesiana.
Homo homini lupus, o come direbbe Golding: “l’uomo produce il male come le api producono il miele”. Il primo titolo pensato per il romanzo fu Strangers Within. Fu T. S. Eliot a suggerirgli il titolo definitivo, Il signore delle mosche, espressione biblica che rimanda al diavolo.
Nel suo esordio, Golding riflette dunque sulla malvagità umana e su come essa si sia manifestata nel Novecento attraverso un’attenta analisi dei totalitarismi, costruita tramite l’uso di allegorie: ogni personaggio rappresenta una parte dell’umanità, e l’intera isola diventa il mondo stesso. È interessante notare come il naufragio e la civilizzazione dei sopravvissuti costituiscano un topos ricorrente nella letteratura inglese.
TRA GOLDING E THORNE
Nel nuovo adattamento televisivo del 2026 scritto da Jack Thorne per la BBC, la preadolescenza non funziona semplicemente come età narrativa, ma come vero laboratorio dell’esperimento. Non siamo più davanti solo a una storia allegorica, ma a un processo più concreto e psicologico: quello di un gruppo che si costruisce da zero in condizioni estreme. Thorne costruisce personaggi dinamici e intreccia alla ricerca simbolica di Golding una dimensione più interiore.
I ragazzi vengono messi in isolamento, senza adulti e senza riferimenti simbolici stabili, sotto una pressione costante. Mentre gli adulti “giocano alla guerra”, anche loro combattono e uccidono. In questo contesto, la regressione non è mai immediata né automatica, ma graduale, sociale, quasi negoziata. Le dinamiche cambiano passo dopo passo, e ciò che emerge non è tanto una “natura umana primitiva”, quanto la fragilità dei legami e delle strutture che normalmente tengono insieme un gruppo.
In questo senso Thorne, coerentemente con il suo lavoro in Adolescence, una riflessione sulla cultura incel, sui pericoli delle devianze del Web sulle menti dei ragazzini, mette al centro la psicologia preadolescenziale come motore della vicenda. Tra i 10 e i 14 anni il soggetto è ancora in costruzione: il bisogno di appartenenza è più forte del giudizio morale, il ruolo nel gruppo tende a coincidere con l’identità e il linguaggio stesso è ancora instabile. Per questo le emozioni faticano a essere elaborate e spesso si trasformano direttamente in azione.
JACK, RALPH, SIMON, PIGGY
In questa prospettiva anche figure come Jack e Ralph cambiano significato. Jack non è semplicemente “il male”, il disordine o il totalitarismo, ma diventa il polo di attrazione del desiderio di potere simbolico e di riconoscimento all’interno del gruppo. Jack è un bambino spaventato che cerca di mascherarsi per nascondere la propria paura. Tuttavia, gli altri bambini desiderano l’avventura e un centro di direzione che li esalti. In questo spazio Jack diventa il capo.
Ralph, invece, rappresenta il tentativo di mantenere un ordine, ma si tratta di un ordine fragile, perché non ha radici interiori solide nei ragazzi: è più una struttura imposta che una vera interiorizzazione. Ralph cerca disperatamente di salvare gli altri perché, in fondo, non è mai riuscito a salvare l’innocenza del proprio sé infantile. Accanto a lui c’è Piggy, il cui vero nome non viene mai usato dagli altri. In Thorne, Piggy è un ragazzo bullizzato, orfano, costantemente alla ricerca dell’amicizia e dell’approvazione di Ralph. Allo stesso tempo, nella simbologia dell’opera, rappresenta la ragione e la razionalità scientifica, privata però della forza pratica. Non a caso gli verranno rubati gli occhiali, strumenti per accendere il fuoco, che porteranno a diversi incendi sull’isola.
Uno degli elementi centrali dell’adattamento è il modo in cui viene trattato il “mostro”. Il mostro non è un’entità esterna, ma una proiezione collettiva. Il gruppo, incapace di reggere paura, ambiguità e insicurezza, scarica tutto su un oggetto esterno. Questo oggetto diventa sempre più reale proprio perché viene condiviso e alimentato da tutti: è una costruzione psichica collettiva in cui la paura prende forma perché il gruppo ha bisogno di darle un nome.
Solo Simon riuscirà a comprendere che la bestia si trova dentro ognuno di noi. Se Simon rappresenta in Golding la dimensione più spirituale del gruppo, nel riadattamento di Thorne è un ragazzino attratto dalla figura di Jack, dal suo disordine ma anche dalla fragilità che cerca di nascondere. Simon è l’autotrascendenza negata dal potere.
IL LINGUAGGIO, IL SUSSURRO.
Il punto forse più significativo della lettura di Thorne è il ruolo del linguaggio. La discesa verso la violenza non è solo fisica, ma soprattutto linguistica: le discussioni si riducono a slogan, il dissenso viene interpretato come tradimento, la complessità del pensiero non regge la pressione del gruppo. In questo senso, la violenza non nasce da un “selvaggio interno” già presente, ma da un progressivo collasso della comunicazione e della capacità simbolica.
Da qui emerge anche la differenza più forte rispetto a Golding. Nel romanzo originale la prospettiva è più antropologica; in Thorne, invece, il baricentro si sposta verso una visione più psicosociale, in cui la violenza non è una verità originaria dell’uomo, ma il risultato di sistemi relazionali instabili e di identità ancora non formate.
Può essere, in definitiva, una riflessione sulla cultura patriarcale e sulla pressione psicologica primordiale e violenta insita in ognuno di noi?
Sicuramente, il Signore delle Mosche continua a sussurrare a ciascuno di noi.
Daris De Vecchi
