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La chiusura di Rai Scuola: l’indice d’ascolto che diventa segno dei tempi

Su Avvenire di sabato 29 agosto un editoriale di Andrea Fagioli su Rai e indici d’ascolto. Una riflessione che condividiamo.

Una volta il primo ottobre suonava la prima campanella: si tornava a scuola dopo le vacanze estive. Poi l’inizio delle lezioni è stato anticipato a settembre. Quest’anno, però, la campanella tornerà a suonare il 1° ottobre, ma lo farà a lutto per Rai Scuola, il canale 57 del digitale terrestre, che dopo oltre vent’anni chiude i battenti o quantomeno, stando all’ufficio stampa dell’emittente di Stato, si trasformerà in “Italiana”, un nuovo canale dedicato a un non meglio precisato racconto dei territori, della cultura, delle tradizioni e delle eccellenze produttive del Paese.

Rai Scuola andrà in rete, su RaiPlay, per adeguarsi «alle modalità di fruizione delle nuove generazioni». Quindi, stando alla Rai, nessuna cancellazione, la «funzione educativa e divulgativa verrà preservata e valorizzata». Insomma, la tv cosiddetta lineare avrebbe dei limiti nel «raggiungere in modo ampio e sistematico il pubblico scolastico» e gli ascolti di Rai Scuola sarebbero troppo bassi per mantenere in vita il canale. Non c’è dubbio che la tv tradizionale non sia più la prima porta d’accesso all’informazione, nonostante che continui ad occupare il primo posto tra i media.

Il problema è però un altro, ovvero che la Rai in quanto servizio pubblico dovrebbe non lasciare nessuno indietro, andare con il passo del più lento, come insegnano gli scout. Anziché inseguire l’Auditel dovrebbe dare la possibilità di accedere ai propri programmi educativi anche a chi non ha dimestichezza con la rete. Del resto su RaiPlay, su cui è stato investito giustamente molto, c’è già tutto. Tanto vale lasciare aperto un canale anche a chi ha confidenza solo con il vecchio televisore o a chi non ha l’accesso a connessioni veloci, dispositivi personali o piattaforme digitali.

Una programmazione televisiva lineare può raggiungere un pubblico più trasversale, ricordando che la televisione è dalla sua nascita un elemento fondamentale della civiltà, del costume e della politica italiana e che l’influenza sulla cultura popolare resta forte.

Tra l’altro proprio Rai Scuola, qualche tempo fa, propose un ciclo di sei puntate su “Alberto Manzi. L’attualità di un maestro”, realizzate nel centro emiliano di documentazione e archivio intitolato a Manzi stesso, con la collaborazione del ministero dell’Istruzione, della Rai e del dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Bologna. Il che voleva dire che quando si parla di scuola e tv viene automatico pensare al maestro Manzi e al suo “Non è mai troppo tardi”, il programma degli anni Sessanta che ha segnato la storia della tv. Era tutt’altro che un prodotto per vecchi. La capacità comunicativa del conduttore, l’uso dei disegni e persino della lavagna luminosa, oltre al fascino insito nel nuovo mezzo, lo rendevano attraente e moderno. E se in questi decenni le immagini sono invecchiate, non sono invecchiati quel messaggio e quel tipo di approccio pedagogico e didattico. Per di più il maestro della neonata tv è stato, senza volere, l’anticipatore della didattica a distanza divenuta con la pandemia pane quotidiano di insegnanti e studenti. E Manzi, più che un ricordo nostalgico dei più anziani, è diventato un punto di riferimento: si è guardato a lui come a un esempio autorevole di efficacia didattica e intrattenimento da cui gli odierni docenti potevano solo imparare. I video e le slide hanno preso il posto di lavagna e gessetti, ma la comunicativa e i toni rassicuranti non possono che essere quelli del maestro per antonomasia di quella tv italiana considerata «buona maestra » (che poi sarebbe diventata «cattiva maestra» nella definizione di Karl Popper).

Era la tv pedagogica di Ettore Bernabei, che ha unito culturalmente e linguisticamente l’Italia. Ma oggi parlare di tv pedagogica fa inorridire molti. Eppure, la funzione di maestra – buona o cattiva che sia – rimane. E alla Rai se lo dovrebbero ricordare. Ma i vertici di viale Mazzini dipendono dalla politica e ogni Governo vuole la sua Rai. Questo da sempre, anche se con l’avvento della tv commerciale negli anni Ottanta il problema si è acuito e l’Italia non è stata più la stessa. La politica è stata influenzata ancor più dalla televisione e la politica a sua volta ha voluto mettere le mani sempre più sulla televisione. E non sempre a vantaggio dei telespettatori.

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