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lunedì, 12 Ottobre, 2026

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Le colpe sociali degli architetti

Su Il Fatto Quotidiano una riflessione di Pino Corrias:

Abbasso gli architetti che disegnano le Vele e poi se la battono in motoscafo. Il magnifico saggista e poeta Hans Magnus Enzensberger scrisse negli anni ’70 che “gli architetti dovrebbero essere condannati a abitare nelle loro opere”. Splendida utopia viste le mille discariche sociali che hanno disegnato nelle periferie di ogni città dell’est e dell’Ovest. A volte sostenuti dalla cattiva ideologia (da sperimentare sulle vite altrui) altre da semplice profitto. Scampia a Napoli – come il Corviale a Roma, lo Zen a Palermo, le Coree a Milano e Torino – hanno incorporato nelle loro strutture a forma di formicaio, alveare, campi di concentramento per famiglie e cemento, l’idea a basso costo di trasformare i cittadini più deboli in deportati a disposizione (un tempo) delle fabbriche a alta intensità lavorativa, oggi in moltitudini prigionieri del disagio globale, dell’esclusione, del sotto mondo governato dalla criminalità, l’unica che offre reddito e identità. L’architetto delle Vele di Scampia si chiamava Francesco Di Salvo. La sindaca di Napoli Rosa Russo Jervolino, un giorno del 2001 dichiarò “Non so chi le ha disegnate, ma lo fucilerei”. Era il 2001. Di salvo era già morto da più di vent’anni. Prudentemente in una bella casa di Parigi.

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