Alle spalle del Tempio Maggiore di Roma si trova Largo 16 ottobre 1943. Fu in questa data che i Nazisti radunarono in quello spiazzo gli ebrei di Roma e li inviarono in treno ad Auschwitz. Iniziò così la grande deportazione degli ebrei d’Italia. Ai margini della piazza si trova il Teatro di Marcello, teatro romano del I secolo d.C. Quando arrivai a Roma come ambasciatore, appresi che la zona viene chiamata “Portico d’Ottavia”. Il nome è dovuto ai resti dell’antico colonnato che l’imperatore Augusto fece costruire in onore di sua sorella Ottavia nel 27 a.C. Era un nome a me familiare dal libro di Giuseppe Flavio “Le guerre giudaiche” e più ci pensavo, più fremevo.
Lo storico ebreo-romano raccontò ciò che i suoi occhi videro nel Portico in una luminosa mattina. Poco dopo la grande distruzione di Gerusalemme e della Giudea, vi fu eretto uno spalto sul quale sedevano l’imperatore Vespasiano e suo figlio Tito, pronti per il corteo trionfale. I prigionieri della Giudea e di Gerusalemme furono portati lì, assieme agli arredi sacri del tempio, simboli della nostra indipendenza perduta, tra cui la menorah d’oro, la tavola dei pani di presentazione e un antico rotolo della Torah dalla biblioteca del Tempio di Gerusalemme. Fu una sorta di funerale nazionale per il popolo ebraico. Il futuro sembrava appartenere a Roma.
Dal teatro romano ho percorso 19 gradini e 19 secoli fino al centro di quel Largo. Mi sono incamminato con i prigionieri della Giudea e gli arredi del Tempio nel I secolo e ho proseguito nel tempo, fino alla metà del XX secolo, fino agli ebrei di Roma che furono abbandonati al loro destino per mano dei Nazisti. Qui, in una piazzetta romana, possiamo assistere a un’agghiacciante illustrazione del nesso di causa ed effetto.
Perché è avvenuta la deportazione? Mi è stato chiesto molte volte, perché è avvenuto l’Olocausto? Se tutti i cieli fossero pergamene, e tutti gli alberi penne, e tutti i mari fossero inchiostro, sarebbe ancora impossibile scrivere tutte le risposte. Tuttavia, c’è una risposta semplice che le prescinde tutte. La deportazione è stata possibile perché potevano farci tutto ciò, perché ci mancava un focolare nazionale. L’Olocausto non è piombato su di noi dal nulla, fu bensì il culmine di 19 secoli di persecuzione che erano iniziate simbolicamente con quel corteo trionfale che celebrava la nostra distruzione, in quella stessa piazza da cui gli ebrei di Roma furono deportati ad Auschwitz nel 1943.
In questa prospettiva, l’Olocausto non si è concluso nel 1945. Essi ha avuto un epilogo riparatore: l’istituzione dello Stato di Israele. Non certo una riparazione del male, ma delle condizioni che lo hanno reso possibile.
Lo scorso Tisha Be’Av, mi sono fermato in piazza e ho pensato ai due eventi a 19 secoli di distanza. La mia immaginazione è partita a mille e sono stato sopraffatto dalle emozioni. Non ero lì in veste privata, ma come rappresentante ufficiale del soggetto politico che non abbiamo avuto in questi due eventi decisivi. Condividiamo tutti un destino. Dovremmo ricordarlo. Am Israel chai! Il Popolo di Israele vive!
Fonte: https://www.israelhayom.com/2023/04/16/rethinking-our-path/
