Secondo i dati Istat sono più di 500, ogni anno, gli studenti universitari che si tolgono la vita, inoltre, un universitario su tre dichiara di soffrire di ansia e attacchi di panico. Questi sono gli effetti della pressione sociale con cui devono convivere gli studenti, dovuti ai “modelli inimitabili” proposti dalla società e dai media che scaturiscono in loro la paura di fallire, di deludere.
Le cifre sono state riportate da Alfredo Altomonte, psicologo e docente di Psicologia dell’educazione presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” a Roma, in un articolo pubblicato di recente su Interris.com, nella quale ha parlato dei casi di suicidio degli studenti universitari che, soprattutto ultimamente, sono diventati argomento molto dibattuto.
“Si tratta di ragazzi che scelgono di intraprendere un percorso di studi e si trovano dinanzi ad una corsa contro il tempo, in cui la pressione spesso diviene ingestibile per via di scadenze continue ed esami a raffica” senza contare che molti studenti lavorano e fanno sacrifici enormi per mantenere, ad esempio, la borsa di studio, fondamentale per pagare la retta universitaria oppure, come nel caso di molti fuori sede, per pagarsi gli affitti esorbitanti e le spese mensili necessarie a vivere nelle città in cui sono situate le università.
In un ambiente, sempre più d’èlite, in cui la competizione spietata e la pressione sociale regnano, gli unici che sopravvivono sono coloro che vengono considerati meritevoli: gli studenti che riescono ad assolvere le richieste costanti e precise dell’istituzione accademica. Alcuni di loro raccontati come supereroi che ce la fanno perchè “basta solo volerlo” lasciando invece indietro, emarginando, quelli che hanno bisogno di più tempo per via, per esempio, di difficoltà familiari o personali, di qualsiasi sorta.
L’università “si mostra sempre più come luogo in cui chi finisce in fretta è valido e chi è lento non lo è”. I ragazzi vengono visti come dei numeri, eradicando completamente la loro dimensione umana, i loro sogni, le loro aspirazioni, le loro fragilità.
“È una visione capitalistica che fa sentire lo studente in una morsa dalla quale deve uscire da solo se ce la fa. Altrimenti dovrà mollare o essere in difficoltà e gestirsi da sé le problematiche correlate” continua lo psicologo.
I giovani hanno bisogno di essere supportati, capiti, visti eppure la salute mentale è ancora un argomento che è facile sottovalutare. Altomonte crede che si bisognerebbe potenziare “l’investimento nella sanità pubblica” e dare “spazio al supporto psicologico”.
“Ridiamo priorità alla scala valoriale in cui il dio denaro lasci spazio all’umano” afferma, e per far sì che gli atenei cambino logica è necessario che “lo Stato dia una mano in tal senso”.
Le istituzioni devono prendere atto di questo fallimento collettivo nella quale “il sistema scolastico e quello universitario italiano vogliono giovani performanti” e invece “spesso sul ranking mondiale risultano mediocri e non al passo della media europea.”
“Il vero traguardo è quello in cui ogni giovane respiri a pieni polmoni il proprio tempo” conclude infine Altomonte, “si può fare, non è utopico. Ma tutto passa dallo scambio umano. Lo studente non rientri nei business plan accademici ma entri nelle aule universitarie avendo dinanzi a sé lo sguardo umano da persona a persona, possa sentire che la relazione sia davvero al centro e che le sue aspirazioni passano da attraverso la bellezza e la sensibilità di un incontro autentico.”
