Riccardo Cristiano, giornalista e vaticanista, ha trattato sul portale di informazione Interris.it l’importanza della 38esima giornata mondiale della gioventù.
Cristiano inizia esponendo un problema nella società odierna: la mancanza di comprensione inter-generazionale, quindi tra i giovani d’oggi e le persone che lo sono stati tempo fa.
Determina come la causa non è solo strettamente una questione di nativi digitali o no, del fatto che i giovani sembrano vivere in un mondo troppo diverso, troppo difficile capire dai “boomers”. Questi ultimi dovrebbero, secondo l’autore, sforzarsi a capire di più e i giovani, forse, dovrebbero anche loro aprirsi.
Per questo, il giornalista afferma come questa 38esima giornata mondiale della gioventù è preziosa. Per l’incontro tra giovani e non, con i nonni in particolare, su cui spesso ha insistito papa Francesco, perché il futuro ha bisogno di saper ricordare, diventando però tutti capaci, insieme, di guardare il presente alla luce del futuro.
Il mondo anziano di oggi guarda in cagnesco il modo in cui giovani vivono il tempo ma dovrebbe partire da un senso di responsabilità per avergli consegnato un mondo orientato a divenire così frutto degli errori generazionali dei padri, non di loro, “figli”.
L’autore prosegue ritenendo questa stagione segnata dalla guerra che diciamo “tornata” tra noi altrettanto importante mentre non ci ha mai lasciato dagli anni Novanta. Perché? Perché dobbiamo cancellare le colpe di ieri, la Jugoslavia, Sarajevo, la Siria, Aleppo…
“Abbiamo ignorato la guerra finché la guerra ha smesso di ignorare noi. Pensavamo che non avesse conseguenze per il nostro benessere e quindi non contasse, ora queste conseguenze economiche le ha e sta a loro sbrogliarsela, ma senza riferimenti, senza modelli, senza autorevolezze da guardare visto che i padri hanno lasciato passare la morte a due passi da loro nell’indifferenza. Non è colpa dei padri l’asserita indifferenza dei figli?” domanda il giornalista.
Cristiano conclude “Quando sento dire ai giovani che ‘noi protestavamo, voi che fate?’ io mi chiedo se non gli abbiamo lasciato in eredità la colpa di ritenere inutile la protesta. Se ha prodotto quel che gli è stato lasciato, la cultura dell’indifferenza, […] dovremmo essere noi i primi ad andare alle GMG. E imparare di nuovo ad essere giovani, da loro. Senza la pretesa di criticarli, come troppo spesso si fa. Forse i nonni, quelli che anagraficamente stanno al di là della mia generazione di figlio del boom, forse loro sono i veri interlocutori per la crescita dei nuovi giovani, quelli capaci di offrigli l’autorevolezza indispensabile per riscoprire il desiderio di un futuro da decidere, non imposto dalle norme algide dell’indifferenza. E’ importante in un mondo così polverizzato e fratturato che si riscopra l’universalità dei giovani e soprattutto che lo facciano loro. Insieme, nelle loro non omologabili diversità.”
