Secondo i dati del ministero della giustizia al 31 marzo 2023 sono 28 i bambini che vivono in carcere insieme alle loro mamme (25 in tutto). Dati in aumento rispetto a gennaio dove i bambini erano 17 e le mamme 15. Tale situazione carceraria è regolamentata dall’art. 146 del Codice penale e prevede il rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena per le donne incinte, per le madri che hanno figli con età inferiore ad un anno e per coloro affetti da AIDS o altra malattia grave.
Nel 1975 viene creata la legge 354 che permette alle madri detenute di tenere con loro (in carcere) il proprio figlio fino ai 3 anni.
Nel 2011 la legge 62 modifica quella precedente prevedendo che le madri detenute con figli di età non superiore ai 6 anni, conviventi, non venga applicata la custodia cautelare in carcere salvo condizioni eccezionali, aggiungendo, inoltre, che un giudice possa disporre la custodia presso un Icam (Istituto a custodia attenuata per detenute madri).
L’Icam, quindi, si presuppone sia un ambiente più accogliente per i bambini, evitando in questo modo traumi importanti negli anni più cruciali per la crescita di un minore.
Secondo alcune testimonianze però, non è così. Marta infatti (nome fittizio) nonna di una bambina che ha vissuto per tre anni in un Icam insieme alla mamma detenuta, racconta “mi aspettava guardando dalla finestra della sua stanza che aveva le sbarre perchè l’Icam è un carcere, dove si è controllati e a volte anche perquisiti. Le sembra comparabile ai posti dove crescono i bambini che non hanno genitori detenuti?” spiega in un articolo di Donna Moderna: “Si tratta di un grand hotel per chi non ha nulla fuori, ma per gli altri, per chi ha una casa e una famiglia, sono in tutto e per tutto una galera” aggiungendo “per gli errori dei genitori non devono pagare i bambini”.
Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e adolescenza nonché firmataria della “Carta dei diritti dei figli e dei genitori detenuti”, ricorda: “L’articolo 3 della nostra Costituzione recita il diritto di uguaglianza: ‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”. È secondo voi i bambini che crescono in carcere e quelli che crescono in una casa sono uguali? Nel nostro paese si prendono scelte ‘adultocentriche’. Nel caso specifico, si pensa che chi deve scontare la pena debba stare in carcere e quindi i diritti dei bambini diventano secondari”
In Italia ci sono 5 Icam: Milano (San; Vittore); Venezia (Giudecca), Torino (Lorusso-Cutugno), Avellino (Lauro) e Cagliari (Senorbì), quest’ultimo però non è stato mai utilizzato. Quello di Milano è stato aperto nel 2006, come sezione nido distaccata del carcere di San Vittore, e sorge in una sede esterna all’istituto penitenziario con sistemi di sicurezza diversi da quelli di un carcere. “Per noi la prima cosa è l’attenzione al bambino, che deve vivere il più possibile fuori dal carcere. Nel nostro Icam le sbarre e i cancelli presenti sono simili a quelli di tanti condomini” a parlare è Marianna Grimaldi, funzionario giuridico e pedagogico del ministero della Giustizia è coordinatrice dello staff socio-educativo dell’Icam di Milano, continuando “la nostra struttura opera due sistemi binari: quello del bambino, di cui è responsabile il Comune di Milano, e quello della mamma, quello di cui è responsabile il ministero della Giustizia”.
Secondo la testimonianza di Nonna Marta lo stigma del carcere è quello che più grava sui suoi nipoti. Stigma che potrebbe essere facilmente abbattuto, come ha fatto il comune di Milano.
“Grazie all’interessamento del Comune, abbiamo 3-4 educatori che quotidianamente supportano le mamme nel loro ruolo genitoriale se ne hanno bisogno. Qui i bambini
non nascondono da dove vengono, perché gli abbiamo insegnato che non hanno colpe. Le donne possono partecipare alle recite di Natale e di fine anno e vengono accolte dalle
altre mamme, senza pregiudizio” dice Marianna Grimaldi.
Al centro del dibattito politico adesso ci sono le case famiglia protette. A oggi sono due: quella milanese gestita dall’Associazione C.LA.O. e quella romana “Casa di Leda”,
gestita da una cooperativa e varie associazioni. Si tratta di abitazioni private in cui una madre detenuta, con figlio minore di 6 anni e senza un’abitazione propria, può vivere agli arresti domiciliari durante il processo o scontare la pena a seguito di una condanna, così come previsto dalla legge 62/2011. Un disegno politico proposto da Paolo Siani, ex deputato PD, puntava al loro potenziamento e alla loro diffusione su tutto il territorio nazionale.
“La mancata approvazione del disegno di legge Siani è stata un’occasione persa e ciò che più mi spaventa è che i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza siano strumentalizzati dallo scontro politico tra partiti contrapposti” commenta Carla Garlatti.
Al momento non è così, dato che la Lega ha presentato un nuovo testo per cancellare il differimento automatico della pena per le donne incinte e con i figli di età inferiore a 1 anno. Sugli scenari futuri Paolo Siani ha le idee chiare: “Se venisse approvato, sarebbe gravissimo. Bisogna mantenere alta l’attenzione con iniziative come la mostra ‘Senza Colpe’ della fotografa Anna Catalano che ha documentato la vita dei bambini che vivono negli Icam […]. Solo con la consapevolezza dell persone possiamo sperare che la politica prenda in considerazione l’esigenza di una giusta legge”
Fonte: Donna Moderna
