SINGAPORE: SULLA FORCA PER POCHI GRAMMI E POCHI SPICCIOLI
Piero Zilio su L’Unità del 6 agosto 2023
Singapore ha dichiarato guerra alla droga. Ma come si combatte un oggetto inanimato? Per il Governo di Singapore la risposta è semplice: impiccare chiunque traffichi sostanze stupefacenti.
Il Ministro della Giustizia e degli Interni ha sottolineato come i grossi trafficanti stiano lontani da Singapore grazie a questa politica di tolleranza zero. vero. Ma tenere lontani i grandi narcotrafficanti non significa necessariamente interrompere il loro traffico. I boss mandano avanti un esercito di pedine pronte a rischiare la vita per pochi dollari, i cosiddetti “muli della droga”, che contrabbandano sostanze illegali nella ricca e ordinata isola asiatica. E che una volta catturati finisce immancabilmente sulla forza, senza alcuna pietà.
Negli ultimi trent’anni, il Presidente di Singapore non ha mai concesso la grazia alle centinaia di condannati a morte per questo tipo di reato. Si punisce con la massima severità il traffico di qualsiasi tipo di droga, inclusa la cannabis.
Nel 2022 il boia ha azionato la botola del patibolo undici volte. Quest’anno il nodo scorsoio ha già interrotto l’ultima caduta di cinque persone. Perché la classe politica singaporiana misura il successo di questa guerra sul numero di impiccagioni dei pesci piccoli, a prescindere dal reale andamento del consumo di sostanze stupefacenti – ininterrotto – o dall’efficacia dei centri di riabilitazione per tossicodipendenti, per i quali sono passati molti dei cittadini condannati a morte.
A proposito di giustizia: i processi avvengono nel pieno rispetto della legge. Che a Singapore non prevede il diritto al silenzio. Che non consente agli avvocati di essere presenti durante gli interrogatori, quando l’arrestato firma la confessione che lo porterà sulla forca.
Per legge, nei reati di droga vige il principio della presunzione di colpevolezza: spetta all’accusato dimostrare la propria innocenza, in un sistema in cui la pena di morte scatta obbligatoriamente oltre soglie molto basse.
La Corte deve inoltre approvare le richieste di appello prima che i condannati possano presentarle, e molti avvocati evitano i processi capitali per timore dei pesanti costi personali inflitti alla difesa, lasciando gli imputati soli ad autorappresentarsi davanti al giudice.
Fra aprile e maggio sono stati impiccati 2 uomini per traffico di circa un chilo di marijuana.
Il primo, Tangaraju s/o Suppiah, non è stato nemmeno trovato in possesso degli stupefacenti. È stato condannato e impiccato per presunta progettazione di traffico di 1.079 grammi di cannabis, come si legge nei documenti ufficiali del tribunale.
Fra il 26 luglio e il 3 agosto invece, nel giro di quasi una settimana, sono stati impiccati altri due uomini e una donna per il traffico di poche decine di grammi di eroina.
Era dal 2004 che Singapore non affidava una donna al boia per reati di droga.
Madre tossicodipendente, Saridewi binte Djamani aveva dichiarato di essere stata interrogata nel mezzo di una crisi di astinenza e depressiva, senza riuscire a comprendere la confessione che aveva firmato.
Non si conosce invece il nome dell’ultimo condannato impiccato mercoledì scorso, perché i familiari hanno chiesto di mantenere il riserbo. Hanno però avuto la forza di rendere pubblica questa nuova esecuzione, che altrimenti sarebbe passata inosservata.
All’inesorabilità con cui si svolgono i processi e le esecuzioni, si aggiunge infatti una certa segretezza, o parsimonia di informazioni, con cui il Governo di Singapore gestisce i singoli casi una volta emessa la condanna. Nessuno sa esattamente come avvengano le esecuzioni, con quale criterio siano programmate, quante persone siano state effettivamente uccise o detenute nel braccio della morte.
Frammenti di orrore emergono grazie ai familiari che rendono pubbliche le notifiche di esecuzione, con cui le Ong cercano di raccontare e sensibilizzare l’opinione pubblica per cambiare questa situazione. Diversi attivisti del Transformative Justice Collective di Singapore hanno pagato le conseguenze del dissenso, in un paese dove sono sufficienti raggruppamenti di più di tre persone per finire classificate come “manifestazione non autorizzata”. Ma i dissidenti locali non si lasciano intimidire, e molte altre Ong sostengono questa protesta pacifica.
Il 27 luglio si è tenuta una manifestazione contro la pena di morte nella vicina Malesia, davanti alla rappresentanza di Singapore a Kuala Lumpur. Hanno partecipato dieci associazioni, fra cui Amnesty International, che da anni denuncia la violazione dei diritti umani di condannati, attivisti e avvocati a Singapore. In questa piccola isola-stato del sudest asiatico, il processo giusto ed equo è un concetto su cui riflettere, come anche il successo della sua guerra alla droga.
NIPOTE DI UNA DEPORTATA VI DICO: IL NOSTRO NAZISMO E’ IL CARCERE
Rachele Cicogna su L’Unità del 6 agosto 2023
Svolgo da anni l’attività di testimone in qualità di nipote di una sopravvissuta di Auschwitz.
Mia nonna, Lala Lubelska, polacca di Lodz è stata salvata da mio nonno, Giancarlo Cicogna, di origine veneziana.
Nel 1946, nel piccolo paesino del Polesine in cui abitavano, arrivò una signora tedesca in cerca delle spoglie del figlio soldato deceduto; in municipio nessuno parlava tedesco e chiesero a mia nonna che il tedesco lo aveva imparato prima nel ghetto e poi nei campi, se poteva aiutare questa madre. In un primo momento la nonna rifiutò.
Aiutare la madre di soldato tedesco?
Poi decise di ospitarla a casa sua, di cercare con lei le spoglie e siccome non trovarono nulla, la invitò per l’anno successivo per una breve villeggiatura.
Era il 1946 e non aveva perdonato, non aveva dimenticato, era “solo” una donna libera che aveva deciso di aiutare una madre.
Al fine di non banalizzare quello che per me è un operato di valore, mi impegno da sempre affinché tutte le persecuzioni abbiamo pari dignità.
È difficile, credetemi, in uno stato che ha deciso di svuotare il valore della memoria. È difficile in uno Stato in cui si vuole parlare di memoria ma mai di verità. Ogni anno, in occasione del 27 gennaio, ascolto quanto più di mesto la macelleria politica riesca a produrre. Per non dimenticare. Perché la storia non si ripeta. Sappiamo tutti che la storia non si ripete con gli stessi contorni di un secolo fa, ne trova altri e li adegua alla società che percorre.
Oggi, dopo 80 anni da ciò che ha vissuto la mia famiglia, la persecuzione che merita la medesima dignità e sulla quale vorrei venissero accesi i giusti riflettori, è quella che subiscono i detenuti. Prima e dopo la detenzione. Sembra una bestemmia, vero? Nessuno tocchi l’olocausto.
Mi spiace, ma quello che un tempo si chiamava nazismo, ora si chiama Stato. I nuovi perseguitati sono coloro che vivono in galera e nella galera che li aspetta fuori.
La maggior parte dei suicidi dei detenuti si consuma alla vigilia della cosiddetta libertà. Ci siamo mai chiesti perché? Non è che forse il nostro Stato ha appaltato al carcere tutti i nodi che non riesce a sbrogliare? Dalla droga alla immigrazione, dal furto alla pedofilia.
Che poi, parlare di suicidi è quasi ridicolo, ricordiamoci tutti i decessi da accertare: li hanno suicidati.
Della galera fuori dal carcere siamo tutti conniventi. È la stessa connivenza dei negazionisti dell’Olocausto. I commenti, l’atteggiamento di emarginazione, il pregiudizio, il giudizio … e gli ignavi, che forse sono peggiori di tutti.
Su questo è il mio focus, sui perseguitati di oggi, che magari, non essendo ricchi o essendo semplicemente “normali”, da perseguitati sono semplicemente diventati ultimi.
Un anno, mia nonna venne invitata a inaugurare una piazza dedicata ai perseguitati della Shoah. In quell’occasione, poco distante da lei, vi era un banchetto di giovani missini che raccoglievano le firme per poter intitolare una via a Norma Cossetto.
Nonna venne portata davanti a queste persone con l’intento di farle vergognare ma lei disse loro di proseguire a lottare “perché io sono viva, lei è morta perseguitata”.
Questa è stata la mia grande eredità: la memoria senza le bandiere, il riconoscere cosa sia una persecuzione costruita, legalizzata, metodica e sedimentata nelle nostre coscienze. Quando le carceri chiuderanno in favore di soluzioni alternative, quando butteremo via le
nostre derive forcaiole e giustizialiste si apriranno nuovamente quei cancelli che ben riconosciamo nelle locandine, nel film e nei libri.
CINA: SUDCOREANO GIUSTIZIATO PER DROGA
La Cina il 4 agosto 2023 ha giustiziato un cittadino sudcoreano che era stato riconosciuto colpevole di aver tentato di vendere una grande quantità di droga, ha reso noto il ministero degli Esteri di Seoul.
Sono trascorsi nove anni da quando nel 2014 la Cina ha giustiziato l’ultimo detenuto sudcoreano.
Il Ministero ha espresso rammarico per l’esecuzione, riconoscendo che Pechino ha informato in anticipo Seoul attraverso i canali diplomatici.
Il Ministero ha aggiunto di aver chiesto più volte alla Cina di riconsiderare o sospendere l’esecuzione per motivi umanitari.
L’uomo era stato condannato con l’accusa di aver tentato di vendere 5 Kg di metanfetamine in Cina.
Secondo la legge cinese, il traffico, la vendita o la produzione di oltre 50 grammi di metanfetamine o eroina o di più di un chilogrammo di oppio possono comportare la pena di morte, l’ergastolo o oltre 15 anni dietro le sbarre.
(Fonti: KBS, 04/08/2023)
SERGIO D’ELIA: ‘CROCIFIGGONO MARCELLO DE ANGELIS MA MAMBRO E FIORAVANTI NON C’ENTRANO’
“Stanno crocifiggendo Marcello De Angelis perché ha espresso la sua convinzione che è comune a quella di molti anche nell’establishment italiano e cioè che Francesca Mambro e Giusva Fioravanti non c’entrano con quella strage. È una verità che non può essere svelata perché chi osa farlo viene subito criminalizzato e bollato come depistatore”. A dirlo all’Adnkronos Sergio D’Elia, ex militante di Prima Linea, oggi segretario dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, dopo le polemiche sulle dichiarazioni di Marcello De Angelis, responsabile della comunicazione Istituzionale della Regione Lazio, sulla strage di Bologna.
Sergio D’Elia ha fatto parte del comitato ‘E se fossero innocenti?’, formato da avvocati, intellettuali, giornalisti e associazioni, nato circa trent’anni fa per la ricerca della verità sulla strage di Bologna. “Era un comitato composto da personalità prevalentemente della sinistra. Personalmente penso che quel punto interrogativo vada tolto, perché per me non ci sono dubbi sull’innocenza di Mambro e Fioravanti. Sono pronto a ricredermi rispetto a quello che ho sempre pensato ad una condizione, che si rendano pubblici tutti gli atti secretati sulle stragi. Ma non credo che succederà mai perché verrebbe smentito lo stereotipo della strage fascista scolpito sulla lapide in memoria delle vittime della strage di Bologna”.
E aggiunge: “In questa vicenda la ragion di Stato prevale sull’amore per la verità perché continua ad essere mantenuto il segreto di Stato e perché organi dello Stato invece di cercare i veri responsabili hanno preferito offrire dei capri espiatori. Non aderisco a nessuna tesi sui responsabili, dico semplicemente che loro sono innocenti: è il mio libero e più profondo convincimento”.
Ci sono sentenze passate in giudicato sui fatti del 2 agosto 1980. “Ma quante sentenze ci sono nella storia della civiltà umana con persone condannate in via definitiva e poi rivelatesi innocenti? Pensiamo a Sacco e Vanzetti giustiziati sulla sedia elettrica negli Stati Uniti e poi riabilitati dopo mezzo secolo. Pensiamo alle centinaia di esonerati dal braccio della morte negli Usa, in alcuni casi un attimo prima dell’esecuzione. Per non parlare delle decine di giustiziati poi scoperti innocenti magari attraverso l’esame postumo del Dna. E a proposito di Dna perché non lo si fa sui resti di quella che probabilmente è l’86esima vittima della strage di Bologna?”.
(Fonte: Adn, 06/08/2023)
