Quattro minuti appeso alla forca. Quattro minuti a calciare nel vuoto. Quattro minuti da impiccato. Poi è arrivata la grazia, il perdono in extremis dei familiari della sua vittima.
L’hanno tirato giù che ancora respirava. Così l’ha scampata l’iraniano Ramin Tsarhanleng.
Non c’è il suo nome nella lista dei giustiziati del 2001. Ce ne sono altri 3048. Fossero gli abitanti di un paese, sarebbero il doppio degli abitanti di Cogne.
Il «paese dei condannati a morte» dovrebbe spopolarsi di anno in anno. E invece no.
Tremilaquarantotto: il doppio di quanti sono finiti al patibolo nel 2000. E’ questo il dato più allarmante che riassume le 39 pagine del rapporto annuale sulla «death penalty» presentato in questi giorni da Amnesty International.
Un rapporto parziale, come sottolinea la stessa associazione per i diritti umani che cerca di monitorare i casi di pena capitale nel mondo. In molti Paesi non vengono diffuse statistiche ufficiali sul lavoro del boia. Le cifre reali sono sicuramente maggiori.
