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mercoledì, 7 Ottobre, 2026

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Pena o rieducazione? Riflessioni sull’approccio alla giustizia italiana

Il referendum dello scorso 12 giugno ha avuto il merito di far discutere sul tema della giustizia, portando la riflessione sulle riforme del sistema giudiziario al centro del dibattito. Malgrado il risultato delle urne sia stato deludente, non solo per tutti coloro che si sono impegnati in questi mesi per tenere vivo il confronto in materia, ma anche e soprattutto per un ridotto utilizzo dello strumento di democrazia diretta per eccellenza, il movimento attorno al referendum ha ampliato lo spazio di interesse nei confronti dell’impegno civile in questo ambito. È proprio la consultazione della scorsa domenica, quindi, ad offrire l’occasione di realizzare una considerazione sull’approccio alla giustizia italiana e sul ruolo del mondo dell’associazionismo nella possibilità di adottare modifiche in questo settore.

 

Uno degli esempi più noti in materia è sicuramente Nessuno tocchi Caino – Spes contra Spem, lega internazionale formata da cittadini e parlamentari, costituita grazie al lavoro del Partito Radicale Transnazionale, che dal 1993 lavora per rendere l’abolizione della pena di morte una regola universale, attraverso l’adozione di una moratoria universale delle Nazioni Unite. L’associazione ha goduto di un attivismo vivace fin dal suo principio, specialmente nel nostro paese, quando nel 1994 il governo italiano presentò per la prima volta una risoluzione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, proponendo una moratoria universale. L’approvazione non arrivò quell’anno, ma giunse solamente nel dicembre del 2007, a cui seguì poi il voto favorevole a sei testi di questo genere fino al dicembre del 2016. Dal 2007 in poi, inoltre, Nessuno tocchi Caino (Ntc) ha aumentato la sua presenza nel continente africano attraverso missioni in paesi come Ruanda, Burundi, Gabon, Togo, Benin e Guinea. Paesi in cui la pena di morte è stata poi abolita.

 

Per quanto riguarda l’attivismo di Ntc in Italia, nel 2015 l’associazione ha sancito come suoi principali obiettivi quello di superare l’ergastolo ostativo e l’attenuamento del 41-bis. Nel primo caso, il sistema giudiziario italiano prevede la perpetuità della pena per i condannati per reato mafioso, nel caso in cui non dimostrino alcuna volontà di collaborare con la giustizia, escludendo dunque la possibilità di ‘godere’ di alcuni permessi, come la semilibertà. Il 41-bis, anche conosciuto come ‘carcere duro’, stabilisce l’adozione di un regime detentivo speciale per condannati che ricoprono posizioni apicali o di coordinamento nelle associazioni criminali, con l’obiettivo di ridurre al minimo le occasioni di contatto fra i detenuti e l’esterno. Si applicano quindi restrizioni ai colloqui, così come alle telefonate o alla corrispondenza, con regole stringenti da seguire sia per i condannati che per i familiari. Allo stesso modo vengono adottate misure specifiche di sorveglianza in aree isolate e considerate di massima sicurezza.

 

Pur essendo il fine di questa riflessione quello di sottolineare il ruolo che il mondo dell’associazionismo può avere nel dibattito e nel confronto in tema di giustizia e il rafforzamento che lo stesso può garantire allo stato di salute della nostra democrazia, grazie a proposte di modifiche del sistema giudiziario frutto di approcci rieducativi e non punitivi, vale la pena di ricordare alcuni elementi di natura giuridica. È la nostra Costituzione a garantire, attraverso l’articolo 2, il rispetto dei diritti inviolabili dell’essere umano, fra cui il diritto alla vita e alla dignità umana. Dignità che però spesso non viene assicurata se si pensa che l’Italia è il secondo paese dell’Unione europea per tasso di sovraffollamento carcerario e si trova fra i primi paesi per tasso di suicidi all’interno degli istituti penitenziari. Inoltre, è di nuovo la Costituzione, attraverso il comma 3 dell’articolo 27, a evidenziare il fine rieducativo della pena. Rieducazione che certamente viene meno nel momento in cui la possibilità di vivere una vita fuori dal carcere non è prospettabile. Va infine ricordato che la Corte costituzionale si esprimerà sulla legittimità dell’ergastolo ostativo in un’udienza prevista per il prossimo 8 novembre.

 

Infine, a supporto della tesi che afferma quanto battaglie come quelle portate avanti da Nessuno tocchi Caino siano essenziali per il nostro sistema, sembra necessario riportare le parole di Marcelle Padovani che, in Giovanni Falcone. Trent’anni dopo, parla del magistrato Michele Prestipino, procuratore aggiunto di Roma, in questi termini: “La sua frequentazione della religione gli ha permesso di avvicinarsi in modo non banale-repressivo al carcere come luogo di redenzione, e di rispettare anche il mafioso, che ‘ha un mondo, una vita, un’umanità, che diventi o meno collaboratore’”. Ed è di nuovo Padovani a ricordare che Armando Spataro, former procuratore presso il Tribunale di Torino e dirigente dell’Associazione nazionale magistrati, era solito regalare un libro ai detenuti che lo convincevano del loro cambiamento, con dedica personale ‘di fiducia nei confronti del nuovo uomo’. Questo non significa che quanto proposto da Ntc sia l’unica strada da seguire per la giustizia italiana, ma sottolinea quantomeno la necessità di modificarne l’impianto adottando nuove tecniche. 

VALERIO D'ANGELI

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