Rilanciamo questo articolo di Avvenire: A Mosca anche la musica è perseguitata
Chi canta canzoni scomode finisce in cella. E i giovani musicisti scelgono di fuggire dal Paese
di Raffaella Chiodo Karpinsky
In Russia la repressione non colpisce solo il dissenso politico, ma anche la musica.
Cantare contro la guerra può costare l’arresto, mentre sempre più giovani artisti scelgono l’esilio per non piegarsi al silenzio imposto dal regime. Dalle strade di San Pietroburgo alle galere, fino alla fuga all’estero: la storia di musicisti, attori e cittadini comuni racconta una generazione pacifista perseguitata per aver difeso libertà di pensiero e di espressione.
Diana Loginova, detta Naoko, e Alexander Orlov sono due giovani musicisti. Lei voce e tastiere, lui chitarra. Insieme a Vladislav Leontjev formano il gruppo Stoptime. Per settimane si sono esibiti per le strade di San Pietroburgo con canzoni dal contenuto esplicito contro la guerra e per la libertà: «Qualunque sia la guerra in cui combatti io sarò dall’altra parte», dal brano Soldato della cantante Monetochka, o Scia luminosa del rapper Noize MC, che parla del bisogno di credere che verrà una luce nel buio che oggi sovrasta tutti.
Emblematici e sarcastici i versi del brano Cooperativa del lago dei cigni, per il riferimento alla musica di Tchaikovsky, diventata tristemente colonna sonora del tentato golpe del 1991, trasmessa a ripetizione in televisione. A far saltare i nervi al regime è stata la chiara rappresentazione di una continuità tra i putschisti di allora e i potenti di oggi.
Il 15 ottobre i ragazzi sono stati arrestati e, al terzo fermo consecutivo, hanno lasciato la Russia. Passando dall’Armenia sono apparsi la settimana scorsa sul palco del concerto di Monetochka e Noize MC in Lituania, a Vilnius. Le loro traiettorie si sono incrociate. Chissà se in futuro sfioreranno anche quelle di altri loro miti come Zemfira e BI-2, tutti bollati come agenti stranieri perché dichiaratamente contro la guerra e costretti ad abbandonare il Paese.
Quando si esibivano per le strade di San Pietroburgo raccoglievano intorno a sé tanti ragazzi: oggi maggiorenni, ma all’inizio della guerra poco più che adolescenti, “portatori naturali” di pace e di sete di libertà. Una meglio gioventù alla quale il regime riserva repressione al primo anelito di pensiero libero, autonomo e pacifista, soprattutto quando si crea un’onda di solidarietà sui social e persino un appello formale a Putin per la liberazione dei ragazzi, corredato dalle generalità dei firmatari. Praticamente un’autodenuncia.
Quello che il regime “offre” è il fronte e il sostegno alla logica della guerra. In alternativa c’è spazio nelle galere e, per i minori, nei riformatori. C’è chi è fuggito per non essere arruolato all’annuncio della prima “mobilitazione” nell’autunno 2022, chi disertando dopo aver capito cosa fosse davvero “l’operazione speciale”. Altri hanno lasciato il Paese subito dopo il soffocamento delle prime proteste, abbandonando affetti, lavoro e studi, senza trovare facile asilo e accoglienza là dove sarebbe stato logico trovarla.
Chi è rimasto cerca di resistere. I picchetti solitari non si sono mai fermati in questi anni, in ogni angolo del Paese, anche il più sperduto e lontano dalla capitale. Mondi a noi invisibili o volutamente rimossi e derisi. Anche in questi giorni si registrano arresti e condanne: è il caso dell’attore Solim Kamina o di politici come Lev Schlossberg, ma anche di attivisti e semplici cittadini.
A Ekaterinburg un uomo è stato fermato per un picchetto solitario con un cartello che riportava una strofa della canzone Che splenda sempre il sole, conosciuta a memoria da generazioni: «Silenzio soldato, ascolta: la gente ha paura delle esplosioni. Migliaia di occhi guardano il cielo, le labbra ripetono ostinatamente: che splenda sempre il sole». È bastata quella frase per finire in cella.
Spiriti pacifisti oppressi in patria e spesso ignorati dalla maggioranza degli artisti e dei loro coetanei in Europa.
Diana e Alexander si esibivano per le strade di San Pietroburgo, intonando inni alla libertà: sono stati fermati tre volte prima di scegliere l’esilio. Intanto continuano gli arresti, come nel caso dell’attore Solim Kamina o del politico Lev Schlossberg.
