Nel giorno del Pride, pubblichiamo una riflessione di Innocenzo Pontillo del Progetto Gionata sul significato della partecipazione dei cristiani LGBTQ+ a queste manifestazioni.
Che cosa ci fa una persona cristiana al Pride? È una domanda che molti cristiani LGBTQ+ si sono sentiti rivolgere. A volte dagli altri cristiani, che guardano il Pride con diffidenza.
Altre volte dalle stesse persone LGBTQ+, che dalla chiesa cattolica e dalle chiese cristiane hanno ricevuto parole dure, giudizi e ferite.
Eppure è proprio per questo che credo sia importante esserci.
Essere al Pride come persona LGBTQ+ e come cristiano significa non nascondere nessuna parte della propria vita. Significa dire che la fede, l’orientamento sessuale e l’identità di genere non sono realtà separate. Fanno parte della stessa persona, della stessa storia, dello stesso cammino.
Il Pride nasce dal bisogno di uscire dall’invisibilità. Ricorda anche quanto accadde il 28 giugno 1969 allo Stonewall Inn di New York, quando persone omosessuali, trans e messe ai margini decisero di reagire alle continue violenze e vessazioni della polizia. Da quel momento Stonewall è diventato uno dei simboli del cammino di liberazione delle persone LGBTQ+”.
Ancora oggi il Pride continua a dire una cosa semplice: noi siamo qui. Le nostre vite, i nostri affetti e i nostri corpi non devono essere nascosti. L’omotransfobia esiste ancora nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e, purtroppo, anche nelle comunità cristiane.
Essere presenti al Pride come cristiani non è sempre facile. Ci sono persone molto arrabbiate con la chiesa cattolica, con le chiese cristiane e con la religione. Ma dietro quella rabbia ci sono spesso storie di rifiuto, di esclusione e di parole pronunciate in nome di Dio che hanno fatto molto male.
Lo racconta bene Gianni Geraci, gay cristiano portavoce del gruppo Il Guado di Milano. Al suo primo Pride rimase scandalizzato dagli slogan contro il Vaticano e la chiesa cattolica. Lui e un amico camminavano con un po’ di timidezza portando uno striscione con la scritta “omosessuali cristiani”.
Poi gli chiesero di salire sul palco. Gianni non ricordava bene cosa disse, ma ricordava il messaggio che volle lasciare: Dio ama ogni persona e non guarda la sua identità di genere o il suo orientamento sessuale per decidere se volerle bene.
Quando scese dal palco, molte persone gli si avvicinarono. Volevano dirgli che aspettavano da anni di ascoltare quelle parole. Avevano bisogno di sentirsi dire che Dio non le aveva abbandonate e che la loro vita non era un errore.
Questa testimonianza mi colpisce molto. Essere al Pride come cristiani non significa andare lì per difendere la chiesa cattolica o per dare lezioni agli altri. Significa prima di tutto esserci, ascoltare e camminare accanto alle persone.
Al Pride ci sono persone che hanno smesso di pregare perché qualcuno ha detto loro che Dio le rifiutava. Ci sono persone allontanate dalle parrocchie e dalle famiglie. Ci sono persone che continuano a credere, ma quasi di nascosto…
Per questo anche un semplice cartello con scritto “sono cristiano e sono qui” può diventare importante. Può aprire un incontro. Può dare a qualcuno il coraggio di raccontare la propria storia. Può mostrare che esistono cristiani capaci di accogliere e di riconoscere la dignità delle persone LGBTQ+.
Dopo quel primo Pride, Gianni Geraci decise di non mancare più. Mentre altri cristiani partecipavano “in incognito”, lui scelse di mostrare apertamente anche la propria fede, perché era una parte importante della sua vita.
Forse essere cristiani al Pride significa proprio questo: non occupare uno spazio, ma abitarlo. Non parlare sopra gli altri, ma stare accanto. Ascoltare le ferite e, quando nasce l’occasione, dire con semplicità una cosa che troppe persone non hanno mai sentito:
Dio ti ama così come sei.
Il Pride può essere anche questo. Uno spazio rumoroso, colorato, a volte provocatorio, ma vero. Un luogo dove, almeno per un giorno, tante persone lasciano da parte la paura e decidono di mostrarsi per quello che sono.
Ed è proprio lì, dentro le ferite e il desiderio di libertà, che il Vangelo dovrebbe riuscire a farsi presente.
Come incontro, come ascolto, come una mano tesa.
