Di seguito riportiamo alcuni estratti del libro “Come D’aria” di Ada d’Adamo, di cui ci sarà la presentazione sabato 4 febbraio, ore 18:00, presso Libreria Spazio Sette (Via dei Barbieri 7, Roma). In dialogo con l’autrice Elena Stancanelli e Carola Susani, letture a cura di Daria Deflorian.
Descrizione
Daria è la figlia, il cui destino è segnato sin dalla nascita da una mancata diagnosi. Ada è la madre, che sulla soglia dei cinquant’anni scopre di essersi ammalata. Questa scoperta diventa occasione per lei di rivolgersi direttamente alla figlia e raccontarle la loro storia. Tutto passa attraverso i corpi di Ada e Daria: fatiche quotidiane, rabbia, segreti, ma anche gioie inaspettate e momenti di infinita tenerezza. Le parole attraversano il tempo, in un costante intreccio tra passato e presente. Un racconto di straordinaria forza e verità, in cui ogni istante vissuto è offerto al lettore come dono.
Estratti:
“Quando hai un figlio disabile cammini al posto suo, vedi al posto suo, prendi l’ascensore perché lui non può fare le scale, guidi la macchina perché lui non può salire sull'autobus. Diventi le sue mani e i suoi occhi. le sue gambe e la sua bocca. Ti sostituisci al suo cervello. E a poco a poco, per gli altri finisci per essere un pò disabile pure tu: un disabile per procura.
Sono certa che questa sta la ragione per cui molte persone mi chiamano col tuo nome. Un lapsus frequente, un processo di identificazione inevitabile. Trascorrere ore e ore della propria esistenza negli ospedali, nei centri di riabilitazione, nelle Asl, in compagnia di medici, infermieri, fisioterapisti, famiglie di disabili non fa che accelerare questo processo di progressiva sostituzione dell'identità. Non sono io, sono 'la mamma di Daria'.
Anzi, sono 'la mamma' e basta. Entrare nelle corsie degli ospedali significa ogni volta smettere i miei panni e diventare 'mamma'. Così ci chiamano le infermiere. Non signora. Mamma.
Non più donna, non più persona, sono un ruolo, una funzione di te °. Del resto, siamo noi madri le prime a chiamarci così.”
“E poi ricordo Morticia e Omino Michelin, mamma e figlio. Lei sottile come un'acciuga, completamente vestita di nero, gli occhi bistrati, la pelle bianchissima, i capelli lisci corvini. Lui, otto anni, la testa rasata, gonfio di cortisone seduto sul letto di fronte al nostro. Sta facendo i compiti. Ha un cancro al cervello e, mentre aspetta di morire, lui fa i compiti.,
Non gioca alla Playstation, non fa i capricci, non ascolta la musica, non si lamenta. No: fa i compiti col suo bravo quademo e fa di tutto per non disturbare.
La notte in ospedale, per me, è quasi impossibile dormire: se mi va bene, a tenermi sveglia sono i guai degli altri; ma più spesso sei tu a stare male, ad aver bisogno di me. Il giorno sembra arrivare mai. Durante uno di questi risvegli mi alzo dalla poltrona letto e lo vedo lì, l'Omino Michelin, nella penombra di fronte a me. Si è sollevato a sedere sul letto e mi fissa con uno sguardo che non dimenticherò mai. Un piccolo Buddha silenzioso, una sfinge impenetrabile. Non dice nulla, non si muove, non sorride, quasi non respira. Non vuole dare fastidio, non vuole svegliare sua madre, si preoccupa per lei. Tanto autocontrollo, tanta consapevolezza della propria condizione mi atterriscono. È una creatura ultraterrena. Prima di lasciare l'ospedale, abbraccio Morticia. Com'è diversa, vista da vicino. I suoi occhi sono chiarissime acque trasparenti nelle quali si potrebbe annegare, una volta superata la sponda nera del trucco troppo carico. Saluto. il suo bambino.bravo, educato, studioso. Lo immagino incamminarsi già verso un altro mondo.”
