Carlo Verdelli lo chiama «un carcere senza sbarre». È lo smartphone, diventato ormai una presenza pervasiva nelle nostre vite e soprattutto in quelle dei più giovani. Nel suo libro, Il diavolo in tasca (Einaudi, febbraio 2026), Verdelli racconta con un reportage narrativo le conseguenze più inquietanti della rivoluzione digitale: adolescenti trascinati in sfide pericolose sui social, bambini esposti a contenuti che possono trasformarsi in comportamenti autodistruttivi, adulti incapaci di staccare lo sguardo dallo schermo persino mentre guidano.
Il punto, però, non è soltanto l’uso distorto della tecnologia. È il modello economico che sta dietro alle piattaforme e alla loro capacità di catturare attenzione, tempo e dipendenza. Da qui l’allarme di Verdelli: mentre i social modificano comportamenti, relazioni e perfino il modo in cui si forma l’opinione pubblica, la società sembra ancora incapace di misurare fino in fondo la portata della trasformazione.
«Prendere consapevolezza che il problema esiste è già un buon punto di partenza», scrive Verdelli. E forse è proprio questa la domanda che Il diavolo in tasca ci obbliga a porci: quanto controllo abbiamo ancora noi sullo smartphone, e quanto ne ha ormai lui su di noi?
Su X il giornalista ha scritto: «I social sono una trappola congegnata per creare dipendenza, specie nei ragazzi. #Zuckerberg (Facebook e Instagram) l’ha ammesso pagando 17 miliardi di dollari pur di evitare il processo. Era già tutto scritto nel libro “Il diavolo in tasca” (Einaudi, febbraio 2026)».
